“Suicide Club” è un film ambizioso ed irrisolto al tempo stesso.
Lo premetto subito.
Tuttavia, è possibile trarre conclusioni su un tema come il suicidio, specie quando si configura come suicidio di gruppo?
E’ notizia, ormai non più recente, della catena di suicidi che in Giappone venivano organizzati tra ragazzi, usando il web come mezzo di comunicazione, ed una situazione simile è proprio alla base di questo film dall’atmosfera surreale e a tratti assolutamente folle.
Esordisce brutalmente, con 54 studentesse che tenendosi per mano si gettano sulle rotaie della metropolitana, venendo mutilate e schiacciate, tra imponenti schizzi di sangue che coprono letteralmente persone e schermo.
Sarà il primo di una lunga serie di suicidi su cui una polizia perplessa e ottusa indagherà inutilmente.
La trama diviene col proseguio del film sempre più contorta e complessa, e il finale si presta a diverse spiegazioni.
Quello che rende coinvolgente questo film è l’abilità del regista di condurre il ritmo delle scene e dei dialoghi in modo tale da creare una tensione continua, spettacolarizzare i suicidi, far vibrare lo shock sulla tua pelle, a volte brutalizzando lo spettatore con particolari incredibilmente macabri (non so quanti risulteranno indifferenti all’inquadratura di un lembo di faccia con attaccato un orecchio di uno studente che si è buttato giù dal tetto della scuola).
L’uso degli obiettivi, le scelte di fotografia (a volte documentaristica, a volte calda e avvolgente) e le inquadrature sono tutti volti ad ottenere il massimo carico emozionale, anche se è evidente una vena grottesca e cinica che attraversa la pellicola ed evita di renderla fredda e stilizzata.
Lo si nota soprattutto pensando ai messaggi suicidi subliminali diffusi da una band di quattro insopportabili dodicenni che imperversano per il Giappone imitando le Spice Girls, ma dietro le quali si nasconde una setta, in parte guidata da bambini, che si occupa di reclutare nuovi membri per il Club del suicidio, o nella scena in cui viene introdotto il personaggio di Genesis.
Ovverossia la versione biondo-glam di Frank Further.
Siede, come se fosse un trono, su una ghigliottina, posta in mezzo ad una stanza in cui piccoli cani e ragazzi sono avvolti in bianche lenzuola dentro le quali si agitano inutilmente.
E si diverte a schiacciare la testa, con le sue zeppe brillantate, ai cani che abbaiano troppo.
E mentre una delle ragazze intrappolate viene stuprata, e poi accoltellata, canta un inno alla morte, in un tripudio di gore, cattivo gusto e volontà di provocare fino in fondo.
Genesis si definisce il Charles Manson dell’informatica, forse c’è lui dietro al Suicide Club e all’organizzazione on-line dei suicidi, ma forse ha solo approfittato dalla vicenda per diventare famoso.
E’ questo il problema del film: accumulare sottotrame ed episodi, fino a perdere ogni logicità negli eventi.
Eppure i significati sono tanti, bisogna saper osservare i dettagli.
Il gap generazionale tra il poliziotto ed i suoi figli, per esempio, è tale che non comprendendo alcune loro abitudini non solo non saprà condurre l’indagine, ma non saprà neanche prevedere il suicidio della figlia, pur avendo avuto sotto gli occhi tutti i segnali che avrebbero dovuto fargli intuire la sua appartenza al club.
E in un gesto di estremo dolore, ma ammantato anche di humour nero, deciderà egli stesso di togliersi la vita, sconvolto dall’impossibilità di comprendere questa follia suicida.
Il tema della separazione tra adulti e bambini è evidente, così come quello di una solitudine individuale estrema che si risolve nel gruppo, anche se un gruppo suicida.
Addirittura i profeti-bambini del suicidio teorizzano l’inutilità della vita, di fronte all’eternità dei legami interpersonali e con la propria persona (il nostro piccolo amico).
E sono scene di estrema solitudine quella del suicidio dell’uomo legato all’albero di natale con i fili delle lampadine colorate o della ragazza seduta per terra in un angolo della cucina che aspetta che il forno sia sufficientemente caldo per infilarci la testa.
E la gioia negli occhi della casalinga-madre di famiglia che mentre prepara la cena si taglia pezzo dopo pezzo la mano, quasi fosse liberatorio, rispetto ad una noia impalpabile e a una felicità apparente, automutilarsi in una maniera così orrenda e devastante?
Sono scene durante le quali i protagonisti sono muti, ma quel silenzio è davvero significativo.
E se i temi non fossero sufficienti per appagarvi, il film regala diversi momenti di alto livello creativo, anche se spesso disturbanti.
Una delle scene più impressionanti, e piu’ crudeli, è quella ambientata in un corridoio illuminato da luci rosso-arancione.
Alcuni ragazzi sono rivolti con la faccia ad una parete, numerosi pulcini camminano tra le loro gambe, mentre un uomo a torso nudo, con una maschera di cuoio, prepara una pialla su una trave di legno.
In seguito userà la stessa pialla per strappare strisce di pelle dalla schiena di ogni nuovo adepto, cucendole insieme in una sorta di cintura-registro degli iniziati.
Tutto è inquadrato in modo sghembo con un grandangolo, rendendo l’atmosfera, fintamente quieta, davvero ansiogena.
Il sottofinale ricorda stranamente quello dell’ultimo episodio (televisivo) di “Neon Genesis Evangelion“.
Una delle ragazze è al centro di un palco sotto il fuoco di domande esistenziali di un pubblico di bambini, che insistono sull’autoconoscenza e il (non) significato della vita.
E con estrema ironia, la sigla finale è affidata ad una canzone delle quattro bambine che invitano ad avere una vita felice; ma dopo tutto quello che abbiamo scoperto su di loro, quelle parole suoneranno agghiaccianti.
Parafrasando Genesis, ogni illusione è andata perduta fin da quando eravamo bambini.
Le conseguenze le avremo un giorno davanti ai nostri occhi sotto forma di gruppi di ragazzini che si schiantano al suolo?
Il film non da risposte, estremizza dei contesti.
Il rischio può essere quello di aver indovinato la giusta prospettiva ed essere terribili profeti.






Bella recensione. Veramente ottima
Un film molto dolce che riflette un modo di fantasticare molto infantile; basti guardare i contenuti delle favole con un occhiore alistico… o magari ricordare che da bambini ci si divertiva a raccontare storie allucinenti e a fantasie che nulla hanno da invidiare alle scene più violente di Suicide Club….