Scritto ne 1984, rivisto e ripubblicato nel 1999, esce anche in Italia “Tarantola” , che secondo la quarta di copertina ha ispirato il prossimo film di Pedro Almodovar, “La piel que habito“.
In effetti Almodovar ha già dimostrato di trovarsi molto a suo agio con i territori del noir e dell’ambiguità sessuale, e se davvero ha usato il testo come fonte potremmo assistere ad un altro film cupo come “La mala educacion“, preti esclusi (in fondo mica si puo’ dar sempre loro la responsabilità di tutti i mali del mondo; scriviamo pure quasi tutti).
Protagonista è Richard Lafargue, noto chirurgo plastico francese che tiene prigioniera in casa quella che tutti pensano essere la sua consorte, Eve.
Quest’ultima, di raggiante bellezza e sensualità, trascorre le giornate tra piaceri raffinati: il pianoforte, la pittura, il buon cibo.
Ma quando Richard desidera punirla, in seguito alle crisi di delirio della misteriosa Viviane, rinchiusa in un manicomio, la costringe a prostituirsi e a farsi torturare, spiando e godendo quel che avviene in un monolocale appositamente adibito all’umiliazione.
Alex Barny è un rozzo rapinatore in fuga dalla polizia e quando vede Richard in televisione progetta un piano per salvarsi.
Alex ricorda spesso le scorribande giovanili, tra stupri e crimini vari, con Vincent Moreau, al contrario di lui dall’aspetto seducente e scomparso ormai da 4 anni, da quando il suo torturatore e padrone, soprannominato Tarantola, l’ha sequestrato e ne ha piegato la volontà per somministrargli una punizione atroce da scontare per il resto della sua vita.
Il libro, di sole 140 pagine nonostante la complessità della materia, si legge in un paio d’ore mozzafiato, complice l’intrigante struttura ad incastri e flashback e la sovrapposizione di diverse voci narranti che espongono una dopo l’altra i tasselli di un mosaico che all’inizio appare troppo frammentato, per poi ricomporsi meravigliosamente verso la metà della narrazione e riservarci ancora sorprese proprio nelle ultime 10 pagine.
E’ un testo che ogni amante dei noir non dovrebbe lasciarsi sfuggire, non solo per l’esperienza adrenalinica e disturbante (è sconsigliato a chi non sopporta morbosità sessuali e dettagli chirurgici), ma per la raffinatezza del linguaggio che non fa mai rallentare il ritmo vorticoso del racconto.
E’ un piccolo gioiello di scrittura, che riesce in poche pagine a dipingere in modo completo eventi, psicologie ed atmosfera, a non lasciare nulla all’immaginazione e con estrema attenzione al dipanarsi delle rivelazioni, inchiodando il lettore e facendolo sussultare piu’ di una volta.
E pensare che Jonquet è noto in patria anche per i suoi testi per l’infanzia.
Se cercate un thriller che soddisfi sia il piacere di una buona scrittura sia il vostro lato psicotico, non ne rimarrete certamente delusi.
E se riusciranno persino a trarne una sceneggiatura degna della costruzione dell’enigma potremmo trovarci di fronte ad uno dei migliori thriller psicologici degli ultimi anni.





