Incredibilmente viene distribuito pure nel nostro paese questo gioiello di regia e scrittura, forse sull’onda dello scellerato marketing che ne ha decretato l’insuccesso in patria dove è stato venduto come il nuovo “Omen” sbagliando completamente target.
Sicuramente avverrà la stessa catastrofe pure da noi, ma i cinefili non si facciano sfuggire questo film.
Lungi da me usare toni capolavoristici, ma se al suo primo lungometraggio, e con un budget irrisorio, il regista George Ratliff partorisce un’opera praticamente perfetta, allora il suo nome è da tenere d’occhio.
Questo film parla di distruzione dall’interno, e lo è anche strutturalmente.
“Joshua” è un anti-genere per eccellenza: anti-horror, anti-thriller, assomiglia di più ad un docudrama psicotico, senza particolari scene madri, disseminato di simbolismi, condotto su piani talmente sottili psicologicamente che riesce a raggelarti pur non essendo mostrati praticamente un’oncia di sangue, un atto violento, un flashback esplicativo a prova di nerd sulle motivazioni della sociopatia del protagonista e con un anticlimax finale che lascia atterriti.
Lontanto dai torture porn di moda, lontano dai film popolati di bambini posseduti, “Joshua” risulta un film originale, non facilmente collocabile, che evita la potenziale previdibilità della storia disattendendo le aspettative dello spettatore ad ogni possibile twist narrativo da manuale, di un sapore così retro e di uno stile tale che bisogna tornare con la memoria ai primi film di Roman Polanski.
Joshua è un bambino prodigio di 9 anni dotato di un talento strepitoso per la musica e di un’intelligenza fuori dal comune.
Algido, stranito, dall’aspetto di un bambino da spot pubblicitario, figlio dell’upper class di New York, cresciuto in un contesto di solidità socio-economica, di fronte alla nascita di una sorella vede incrinato il suo mondo e decide di distruggerlo aprendo delle falle nelle piccole incrinature che quel quadro così idilliaco nasconde.
Jakob Corgan è lo straordinario bambino che interpreta Joshua.
Se un’assonanza nell’aspetto la possiamo ritrovare con Damien, in realtà è un personaggio completamente diverso e molto moderno.
Non è certo il figlio del demonio, non ci sono riferimenti satanici nel film, anche se il bambino è morbosamente affascinato dalla figura negativa del dio Seth egiziano, che ordì una congiura contro la sua stessa famiglia.
Joshua è il prodotto del mito del successo e dell’infallibilità, è il perfezionamento dello stile di vita dei suoi genitori, privo delle loro debolezze, ma anche della loro umanità.
La scelta genialoide di Ratliff consiste nel mostrare mai il bambino nel momento in cui mette in atto i suoi piani, allontanando la telecamera, insinuando il dubbio che stiamo travisando gli eventi, ponendoci dalla prospettiva delle vittime, travolte da eventi inspiegabili, con pochi elementi di sospetto a disposizione e trascinate nella follia progressiva o alla morte.
Si lavora di sottrazione, di ellissi, la minaccia diventa sempre più forte, ma anche più oscura, nascosta nell’ombra e soprattutto più crudele.
Produrre prove per far imprigionare il padre con l’accusa di violenze e molestie sessuali sarà solo una delle tante mosse che Joshua metterà in atto per demolire il suo nucleo famigliare e riuscire persino a riorganizzarne uno nuovo, grazie ad un simpatetico, quanto sprovveduto zio che condivide con lui la passione per il pianoforte.
Orchestrato come una sonata in cui vengono inserite note distoniche che non ti aspetteresti, sarà proprio una canzone cantata dallo stesso Joshua a fianco dell’amato zio ad accompagnarci in una breve sequenza rivelatrice.
Una canzone tanto struggente e soave, quanto stravolta nel significato dalle immagini.
E quando lo zio intuirà il messaggio del bambino ormai la vittoria di quest’ultimo ed il massacro della sua famiglia d’origine saranno compiutamente realizzati.
Non tutto viene spiegato, alcuni passaggi sono volutamente lasciati nell’incertezza (che cosa sussurra Joshua nell’orecchio dello zio durante il funerale della nonna?), e ciò destabilizza rafforzando il clima paranoico in cui arriva a vivere una coppia di genitori costretta a mettere catene persino ai frigoriferi e alle porte, senza davvero sapere da chi o che cosa si sta difendendo.
Un plauso va a tutti gli attori, da Sam Rockwell a Vera Farmiga, nei panni dei genitori di Joshua a Celia Weston, nei panni di una nonna fanatica religiosa che accecata dal disprezzo per la nuora mentalmente instabile (non certo aiutata da chi ha giocato con i suoi farmaci) e dalla volontà di convertire il nipote verrà beffardamente punita senza scrupoli.
Vi segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.






Sì ma tu all’inizio della tua recensione ci devi scrivere: RAGAZZI ORA VI SPOILERO ANCHE L’ANIMA!
Controlinko….
@elvis:
Esagerato!
Non ho nemmeno citato la scena che citi tu
E mi sono trattenuto dalla disanima sul Joshua book.
Anche se avrei dovuto.
Joshua è uno specchio del male.
Qualunque cosa veda, legga, senta, studi, lui ne trae ispirazione maligna.
Praticamente il prossimo papa.
Salve ^^
Lurko il suo (tuo) Blog da un bel pò di tempo [capitato tra queste pagine grazie a Google e alla ricerca di pensieri, parole, opinioni su Hard Candy]. La visione di Joshua [seguita alle prime righe della tua recensione che ho letto in toto solo dopo la visione] mi da l’occasione per farle (farti) i miei complimenti per il tutto: la selezione raffinata di Film (che, nella mia niubbaggine, riesco così a scoprire e vedere e poi magari consigliare a mia volta), le recensioni stesse per come filano e si dipanano lungo un percorso articolato e mai banale, il blog in toto insomma [anche se devo ammettere che lo spulcio sopratutto nel suo lato cinefilo]. Niente, solo questo, non ho molto altro da dire, solo alle volte, nel leggere review tanto belle [imho], mi piange il cuore nel vedere così pochi commenti. Così, eccone uno
@white:
thankuverymuch!
E mi raccomando: l’appellativo di Eminentissimo è il minimo.