Diretto dall’esperto di effetti speciali Toby Wilkins ed oggetto di una curiosa diatriba con la MPAA che ne ha censurato il poster originale (quello che vedete a lato), è uno degli horror più attesi del 2008 dopo aver fatto intercetta di premi al Festival Trophy.
Una coppia rimane intrappolata in una stazione di rifornimento insieme ad un delinquente sotto la minaccia di un parassita che prende possesso dei corpi umani tramite aculei semoventi ed in continua crescita.
E quello che è capace di fare è devastante.
Il pregio di questo film, che non ha altre pretesa che quella di farci saltare sulla sedia e shoccarci, è l’essenzialità.
Partendo dallo stesso spunto narrativo Stephen King avrebbe redatto un libro di 6000 noiosissime pagine.
Invece Wilkins confeziona un efferato pugno nello stomaco della durata di un’ora e mezza scarsa seguendo le regole base dei B-movie e portando a livelli altissimi l’adrenalina.
A coronare il tutto un’angoscia crescente, ottimi effetti speciali e alcune scene splatter dirette con gran senso del ritmo che faranno voltare di sicuro i più sensibili.
La partenza del film è costituito dal solito inizio in diesel con prologo/apparizione del mostro e quindici minuti di chiacchere inutili per introdurre i protagonisti (di fatto solo cadaveri in divenire e psicologicamente stereotipati persino nell’aspetto), dopo di che si entra direttamente in una dimensione da incubo, claustrofobica ed il resto del film è un accumulo di tensione che vi afferra per la gola.
Monolitico nella sua triplice unità di spazio-tempo-azione, potrebbe essere paragonato ad una versione calata in una dimensione moderna e quotidiana de “La cosa” di John Carpenter, nel suo continuo intercedere tra sequenze di attesa in cui si trattiene il fiato ed improvvise epifanie del mostro (o di pezzi di corpo animati dallo stesso!) che squassano i corpi in modo dolorosissimo.
A tre quarti del film il clou lo si raggiunge (o almeno si pensa che sia così) con una sequenza di fratture multiple e disarticolazione violenta di un arto superiore a partire dalle dita.
E a quel punto fate un lungo respiro e preparatevi ad un’amputazione effettuata con un metodo improvvisato e brutale che son sicuro vi rimarrà in testa per diverso tempo.
Estrema attenzione è stata posta al sonoro, dal disgustoso scricchiolio rauco emesso dalla creatura alla soundtrack potente, mai usata a sproposito, che enfatizza il (vostro) terrore.
Il finale è quanto di meno originale si possa vedere, ma almeno il film ha il buon gusto di terminare in tempo appena svolta egregiamente la sua funzione ludica: non ci sono particolari ambizioni, se non confezionare un buon prodotto fatto di urla e macelleria gratuita.
Si sa che l’horror fandom si diverte per motivi che il pubblico medio reputa malati e masochisti.
E “Splinter” è uno dei film horror più divertenti dell’anno.






nn vedo l’ora che esca