Il razionale per cui in Italia vengano pubblicati certi film horror dal valore opinabile ormai è completamente oltre ogni mia possibilità di comprensione.
Nei festival circolano ottime pellicole di genere, all’estero le pubblicano quasi tutte, a volte anche con un paio di anni di anticipo rispetto al nostro paese (e costa pure meno acquistarli di importazione!), mentre qui, in tempo quasi reale, approdano a vagonate prodotti di dubbia qualità.
“La sedia del diavolo” non è certo la peggiore di queste uscite, per altro accompagnata da critiche roboanti di recensori evidentemente prezzolati, ma è un film che pur mostrando follia, fiumi di sangue, mostri e dettagli efferati incredibilmente non si prende sul serio un solo secondo, pensando anche che questa sia un’intuizione intelligente.
Una coppia decide di far sesso in un ex-manicomio inglese ormai ridotto a macerie.
Durante i loro giochi sessuali, la ragazza si siede su quella che sembra una sedia elettrica adornata con un teschio ed ossa e collegata ad un inquietante sistema di tubi ed ingranaggi.
Quando i meccanismi si attivano, troverà una morte atroce fino a scomparire nel nulla.
Il ragazzo verrà rinchiuso in una clinica psichiatrica, finchè un eminente professore ne assicurerà la libertà in cambio di uno strano favore: tornare nel manicomio insieme ai suoi colleghi, ufficialmente con lo scopo di aiutarlo a ricordare.
Di qui prende il via una trama a base di scempiaggini occultiste, torture, demoni giganteschi, smembramenti feroci e confusione tra realtà e allucinazioni.
“La sedia del diavolo” è al contempo un horror e una parodia dello stesso genere, con molte carte buone al suo attivo, ma a metà film insorge ben altro dubbio.
L’impressione è che nonostante l’ottima partenza shock, in cui vengono anticipate scene dal grand-guignol finale, ed un intrigante struttura narrativa non lineare, gli autori abbiano perso il controllo sul proprio stesso giocattolo rendendosi conto di difetti imperdonabili che avrebbero compromesso totalmente il film: un cast di inetti costituito da comici mancati; una fotografia ipereffettata con un fastidioso bleaching utile a far risaltare il sangue, ma ridicolo nelle sequenze ponte tra un macello e l’altro; una trama che risulta già esaurita dopo 45 minuti con la comparsa di un demone (unico elemento che davvero mi è piaciuto, grazie al suo design a metà tra “Hellraiser”, film esplicitamente citato, e un videogioco giapponese).
Allora devono aver pensato che ormai era troppo tardi per porre riparo all’indecenza e riscrivere lo script e hanno avuto un’idea genialoide: che la voce narrante si rivolga allo spettatore, prenda per i fondelli per i personaggi, gli riveli che è tutta una farsa, che tutto sembra ridicolo, ma in realtà è brillante ironia, fino all’apoteosi di una voice-off che ci schernisce con un “Non ne avete ancora abbastanza di questa porcheria di serie B?”, per poi annunciare l’arrivo di quello che vogliamo davvero, cioè un bagno di sangue della durata di venti minuti assolutamente privo di non-sense e trascinato oltre ogni limite di sopportazione (non di stomaco, nonostante la quantità di sangue sia immane, ma di pazienza).
Probabilmente questo atteggiamento (auto)irrisorio verso le meccaniche dell’horror piacerà a qualcuno e lo eleggerà a cult personale.
E’ come se gli autori declamassero che ormai si è già visto tutto, tutto è prevedibile, fondalmente l’horror è un’altra forma di pornografia, tanto vale ridurlo ad una serie di idiozie prive di logica ed esposizione di budella, perché di idee decenti non se ne vedono più e anche se ci sono, sono perle gettate ai quei porci del fandom.
Questo discorso vale forse per sceneggiatore e regista che giustificano la propria mancanza di ispirazione bruciandosi uno straccetto di idee in un lampo, rimanendone poi a corto.
Certo, ci sono interessanti soluzioni di montaggio, un’ambientazione malata, tanta di quell’emoglobina che potrei ridipingermi casa, ma non sono elementi sufficienti a giustificare la visione di un prodotto buffonesco.
Qualcuno mi potrà replicare che non ho colto lo humour inglese e che non è buffoneso, ma beffardo.
Non osate.
Piuttosto vado a ripescare quel piccolo capolavoro troppo sottovaluto che è “Il mistero della casa sulla collina” di William Malone, seguito compreso!
Elvezio Sciallis riesce ad essere più magnanimo nella sua recensione: è che di questi tempi ci si accontenta di qualche brivido e un po’ di frattaglie e noi bambini malati siamo già felici.






nn si capisce niente…è tt così incomprensibile il finale di quest’horror…!!!mi aspettavo di più..visto il titolo!
@macky: io vi avevo avvisato
non ci sono più gli horror di una volta