“Seven”, diretto da David Fincher, pur non essendo esente da difetti insopportabili, tra i quali alcune banalità nella trama e un moralismo reazionario e pedante, stabilì nuovi livelli estetici di paragone per qualunque produzione di impronta thriller e dark.
Nonostate la inevitabile ripetitività, sullo schermo apparve un incubo sanguigno dipinto con tale forza, cattiveria e maestria da rappresentare per i film di genere quel che fu il grunge rispetto alla musica degli anni ’80.
E come Kurt Cobain, David Fincher si è suicidato diventando il regista pettinato (e patinato) che ora tutti i critici esaltano, quando anni fa lo paragonavano a John Milius e lo accusavano di criptofascismo.
La Zenescope Entertainment si è proposta di realizzare una graphic novel fedele al canovaccio principale di “Seven”, ma senza scadere in una sorta di remake cartaceo, di cui nessuno avrebbe sentito il bisogno, ne rielabora ed espande la struttura rinnovando in modo originale l’interesse per una storia nota.
Sotto la supervisione di Joe Brusha, diversi autori, ogni con uno stile ben definito e sempre di altissimo livello, si passano il testimone di peccato in peccato raccontando le gesta di John Doe dal suo punto di vista.
Se nel film il serial killer era l’ombra junghiana che divorava le nostre coscienze e appariva in modo eclatante solo verso il finale, in questo caso è il protagonista indiscusso.
I suoi pensieri sono sviscerati, elargisce pillole di deviata saggezza mentre cammina fra la gente, racconta le storie che motivano la designazione delle sue vittime ed assistiamo alle varie fasi degli omicidi, non più ipoteticamente ricostruiti dalla polizia, ma vissuti dall’interno.
A completare questo ribaltamento di prospettive, i vari episodi sono intervallati da pagine del suo diario personale, contenenti sproloqui a sfondo biblico e pieni di odio, inoltre lo si priva di quell’aura torva da angelo decaduto, ma si viene catapultati alle origini della sua follia, ai tempi della sua infanzia, allo sviluppo delle sue psicosi.
Forse in questo modo lo si banalizza, ma la sua biografia non autorizzata è gustosamente allucinata e violenta.
Come la narrazione alterna differenti stilemi (dal monologo interiore alla paratassi folle), così ogni capitolo offre una differente proposta visiva e tecnica (originale la terza parte, per esempio, costruita su rielaborazioni fotografiche e sperimentazioni con il lettering).
Straordinaria per gli amanti del new-gothic la galleria di cover originali.