Please allow me to introduce myself, I’m a boy of no wealth and some distaste. My name is Otto. I unlive in Berlin sometimes, sometimes farther north, depending on mood. Then again, I only have one mood: dead. Undead. I find it difficult to make an unliving because I am homeless. I recently starred in a movie called Otto, made by a crazy lesbian avant-garde filmmaker named Medea Yarn. She paid me a little, but I’m waiting for the royalties. Speaking of royalty,I was once anointed Prince of the Zombies. It was at a garbage dump. You had to be there. You’ll have to excuse me for now. I have to go eat some roadkill. A bientot. x Otto
Risale al 2008 questa coproduzione teutonico-canadese dell’irriverente Bruce LaBruce, un film punk in ogni sfumatura del termine, gay militante, ingenuo, sgangherato, autoironicamente pretenzioso, tanto rivoluzionario per alcuni aspetti quanto passatista nei mezzi undeground utilizzati.
“Otto” è un film che trascende ogni possibile qualifica, passando con disinvoltura menefreghista dal trash ricercato ed esibito al sublime poetico, realizzato a zero-budget, ma con mille idee (soprattutto concettuali) che lo rendono un prodotto sperimentale più vicino alla videoarte.
E’ un’opera intimista, personale, dal sapore adolescenziale dello sprezzo del ridicolo.
“Otto” non può piacere o non piacere. O lo senti nelle tue corde o lo rifiuti totalmente.
Otto risorge, membro di una nuova ondata di zombie, che di generazione in generazione sono diventati più consapevoli, dotati di linguaggio e soprattutto omosessuali.
Privo di ricordi della vita passata, incapace di nutrirsi di carne umana essendo vegano, animato dalla ricerca di emozioni e nuove scoperte (perchè quando sei morto, non puoi nemmeno suicidarti, quindi l’unica risposta sensata alla propria condizione esistenziale è quella di affrontare anche le situazioni più estreme), trova protezione da un mondo ostile presso un gruppo di attori coordinati dalla lesbo-anarchica Medea Yarn.
Medea è impegnata nella realizzazione di “Up with dead people”, un metafilm, tra il documentario e la propaganda politica, in chiave pornografica, sulla rivoluzione prossima ventura organizzata da zombie gay che convertiranno con i metodi più cruenti i loro nemici eterosessuali.
Affascinata da Otto, convinta che stia recitando una parte, che il suo voler essere zombie sia un atteggiamento ribelle, lo eleggerà durante le sue riprese, in cima a una montagna di rifiuti, a simbolico principe di un mondo divorato dal consumismo e dal conformismo morale, che verrà trasformato da una rivolta dei non-morti il cui inizio sarà celebrato con una dionisiaca orgia.
Intanto i ricordi di Otto affiorano alla mente e sarà per lui come morire nuovamente e occasione per comprendere la sua natura di vero e triste outsider, in fuga perenne da tutto e tutti.
Strutturato sull’incastro tra la realtà (sanguinolenta e a colori), il film di Medea (in un cupo biano e nero) e inserti animati, “Otto” è un film dal didascalicismo esibito, continuamente commentato dalla voce della regista che declama i suoi punti di vista su una società in cui lo zombie è l’emblema dell’individuo che non torna dalla morte, ma rinasce, dopo essere stato oppresso da un sistema regolato dal triplice dogma “produci-consuma-crepa in vita”.
LaBruce realizza un manifesto politico con un linguaggio talmente cristallino, semplice, utopico, che sembra di tornare indietro di decenni.
E sempre per ripercorrere vecchi stilemi, si rifa al motto “épater les bourgeois” allontanandosi dalla visione cattocomunista di Romero dei non-morti, infondendo loro sentimenti e desideri e portando l’amalgama all’eccesso in scioccanti sequenze necrofile, che renderebbero invidioso il Buttgereit di “Nekromantik” e messe in atto da veri attori hardcore.
In questo aspetto totalmente queer risiede la vera trasfigurazione di un’icona cristallizzata, fino a raggiungere l’apice nella scena di passione (im)possibile tra un non-morto che vuole sopravvivere, e soffre davvero per l’affetto negato, e un vivo che recita la parte di un non-morto che ha perduto il compagno durante un’aggressione e che gli regalerà amore per una notte.
Nel suo inneggiare alla rivolta con parole e scene feroci, LaBruce non si nega comunque stilettate ciniche, quasi disperate, verso una realtà omosessuale rappresentata come una grande macelleria in cui si divora l’ennesimo pezzo di manzo (un ragazzo, palesemente drogato, davanti ad un locale chiamato Flesh/Carne convince Otto ad andare a casa sua e dopo essere stato sbudellato gli chiede persino di ripetere l’esperienza) e in cui i sentimenti sono parte solo di ricordi frammentari e sbiaditi che si infrangono contro la crudeltà delle persone (il dialogo struggente tra Otto e Rudolf, il suo ex-boyfriend).
“Otto” è un film di una semplicità di contenuti (non certo di forma espressiva) imbarazzante, naif, eppure proprio per questo risulta sincero e disarmante.
Nel suo essere sopra le righe, fondamentalista, esagerato e satirico, quanto drammatico, spruzzato da esplicito porno-gore, con le sue metafore esibite e lapalissiane, riesce a veicolare un messaggio in modo molto più diretto di tanti altri film a tematica omosessuale in cui tragedie, luoghi comuni e autocommiserazione abbondano fino alla noia.
Proprio per questa decadente mancanza di pudore lo amerete o vi lascerà sconcertati.
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