Nathalie, avvocatessa alcolizzata, ha deciso di divorziare dal marito, il fallito Tim.
La causa per l’affidamento dei figli è in corso e Tim ha a disposizione un ultimo weekend per trascorrere del tempo coi propri bambini
Mentre Nathalie è sola a casa, il cane scompare e un foglio con la misteriosa scritta dard viene lasciato sul pavimento.
Poco dopo un sanguinante Tim compare all’improvviso, e prima di morire rivela a Nathalie che i loro insopportabili pargoli sono stati rapiti.
La polizia non sa quale pista seguire e affida la protezione della donna ad un agente.
E che il massacro cominci.
Buttgereit, Schnaas e Ittenbach sono considerati una specie di malsana trinità dello splatter.
Se il primo è un genio (“Nekromantik”, “Der Todesking”) e il secondo (“Violent shit”) è un folle a piede libero, il terzo risulta essere inqualificabile.
Solo che il sottoscritto appena legge l’aggettivo estremo entra in una fase preorgasmica e deve assolutamente cercare soddisfazione, anche a rischio di perdere quasi due ore con un film che più risulta essere pretenzioso, più risulta involontariamente comico.
Il problema fondamentale di Ittenbach è che si prende maledettamente sul serio, pensa di dirigere dei capolavori, inietta nei suoi prodotti elementi autoriali che non gli appartengono, e stonano, e quel che è peggio si circonda di attori inetti altrettanto presuntuosi (in questo caso la protagonista è la moglie e data la sua performance capisco perchè il consorte le faccia subire ogni tipo di tortura).
Ittenbach è stato responsabile degli FX per Uwe Boll (per chi lo conosce, sa che è l’Anticristo; per chi non lo conosce, il consiglio è soprassedere) e nonostante abbia girato il film senza finanziamenti e nei weekend riesce a mettere tutta la sua bravura nell’elemento centrale, nonchè unico elemento di interesse, di “Dard divorce”, cioè lo splatter, gratuito, violentissimo, esagerato, e inscenato con un realismo notevole e spesso impressionante.
L’unico motivo per cui infliggersi questa visione è la sfida di riuscire ad assistere a carneficine e macelleria umana.
Il dramma è che Ittenbach ambisce pure a raccontarci una storia, che non solo ha un finale prevedibile fin dai titoli di testa, ma è stata sceneggiata in stile Rashomon in un momento in cui il regista era indeciso se fosse all’altezza (per lo meno) di Kurosawa.
Così la trama a base di intrighi, poliziotti corrotti, soldi e droga, ci martella i neuroni diventanto sempre più risibile e meccanica.
Inoltre suspense e tensione, per un film che di base è un thriller, sono qualità del tutto assenti.
E se già son remote le possibilità di appassionarsi, a causa del cast e di una narrazione che gira in tondo, l’autocompiacimento narcisistico affossa il ritmo senza speranza o diventa delirante nel doppio finale che vorrebbe persino commuovere!
Le uniche sequenze degne di nota sono ovviamente quelle di tortura e omicidio, talmente esasperate ed efferate che dei corpi non rimangono che brandelli, costruite in modo teatrale, grand-guignolesco, ognuna con le sue particolarità, dall’allestimento agli strumenti di massacro utilizzati.
In campo splatter Ittenbach è indubbiamente una macchina da guerra; non solo porta la violenza a livelli inauditi, ma sa come rappresentarla, a volte usando toni grevi e funerei, a volte adottando sfumature ironiche, ma pur sempre deviate e perverse.
Tuttavia oltre all’aspetto sacrificale del film rimane un cumulo di mediocrissima celluloide, e tra una testa spappolata in più parti con una vanga o una sega elettrica, qualcuno che tenta di rimettersi le budella nell’addome, arti amputati, dettagliatissimi e lunghissimi smembramenti di cadavere o volti pugnalati in ogni punto possibile, non resta che tapparsi occhi e orecchie per poi riaprirli quando la morte riappare.






in che lingua l’hai visto ?
Il dvd UK è in inglese. E penso che sia stato anche recitato in inglese, visto che alcune frasi che ad un certo punto vengono scritte sono in inglese. Da qualche parte avevo letto pure un commento sullo stretto accento teutonico di Miss Ittenbach. La storia giustifica il fatto raccontando che lei è nata da una famiglia di migranti tedeschi.