John Koestler, astrofisico depresso e tendente all’alcolismo in seguito alla morte della moglie, assiste all’apertura di una capsula temporale seppellita davanti alla scuola in cui studia il figlio.
Si tratta di un contenitore metallico in cui 50 anni prima gli scolari avevano sigillato disegni ritraenti un ipotetico futuro; tra di loro una bambina, tormentata da voci minacciose, scrive una serie di numeri.
Koestler scopre che le cifre indicano data e luogo di alcune delle più colossali tragedie della storia umana e all’appello mancano tre eventi.
Dopo “Io, Robot” prosegue la parabola discendente di Alex Proyas, almeno da un punto di vista creativo.
Non solo impiega diversi anni per dirigere un nuovo film, ma seppellisce ciò che rimane del suo talento sotto script improbabili.
Per “Knowing” si presta, anche sotto la veste di produttore, a mettere in scena una storia scritta addirittura a 6 mani, realizzando il suo film meno originale e più deludente.
Riesco a salvare, senza timore di essere sbeffeggiato, due spettacolari sequenze di incidenti disastrosi, che irrompono improvvise sullo schermo e, pur nella loro breve durata, colpiscono per l’impatto violento e l’ottimo lavoro compiuto dai responsabili degli FX.
Questi dieci minuti non giustificano l’afflizione che subiamo per una pellicola che gira a vuoto per mezz’ora abbondante, incentrata sulla depressione di Koestler, interpretato da Nicholas Cage che fa il verso a se stesso in “Via da Las Vegas”, con risultati altrettanto imbarazzanti (all’epoca si faceva rubare la scena da un’eccezionale Elizabeth Shue, mentre lui provava a fingere di morire per cirrosi e qualche critico confuse le sue smorfie con grande recitazione).
Cage è uno di quegli attori che offre sempre una garanzia: il film sarà imbarazzante.
La trama procede per banale e lineare accumulo di indizi, insistendo sullo stesso concetto più volte nel caso uno spettatore annoiato avesse perso il punto in cui ci viene rivelato che cosa indicano le cifre.
L’apocalisse! L’apocalisse! E’ chiaro?
Per fortuna la seconda parte scorre più veloce, la tensione sale, ma un’immagine ad ispirazione biblica induce il peggiore dei dubbi (oltre a riassumere la conclusione e togliendo ogni sorpresa) e iniziano a scorrere gocce di sudore freddo.
Con uno di quei colpi di genio che solo ad Hollywood riescono a concepire dopo il terzo cocktail in terrazza, il film terminerà con una pacchiana mescolanza tra il peggior Spielberg e ansie da redenzione puritana?
A voi scoprire che la risposta è persino più atroce.
Forse se ci fosse stato un taglio di montaggio qualche minuto di prima, lasciando un margine di mistero e di libera interpretazione, non sarei così duro nel mio giudizio, ma di fronte ad immagini prese direttamente da un catechismo del futuro, intinto vagamente nella New Age, il pollice verso è inevitabile.
Non si salvano neanche le scene di armageddon, apparendo come la versione infuocata di quelle di “Deep Impact” e rese ridicole da un Nicholas Cage che a bordo dell’auto riesce a sfrecciare in mezzo a strade completamente intasate da persone in preda alla disperazione, e probabilmente investite senza pietà.
Inutile aggiungere che la corsa finale è correlata ad una ricongiunzione familiare in stile “Guerra dei mondi”.
Spielberg ha fatto scuola, il cinema ne risente e anche io non mi sento troppo bene quando vedo un regista (in passato) promettente cadere in trappole narrative così facili.
Segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.






Cage è uno di quegli attori che offre sempre una garanzia: il film sarà imbarazzante.
buHAHA ,
CONCORDO PIENAMENTE.
Sono d’accordo sull’accostamento a deep impact
concordo, il finale è imbarazzante, ma almeno da qualche parte c’è la sinfonia n. 5 (incipit) che chiude irreversible! e poi la guerra dei mondi era Tutta imbarazzante… ciao