Lars Von Trier ha voluto far sapere al mondo che è ancora depresso.
Non capisco perché non si sia limitato ad affidare il messaggio a un tweet (da ignorare) come fanno tutti.
In particolare per chi ha difeso le ultime opere di Von Trier è indisponente (e preoccupante) assistere ad un film che non solo si è svuotato di qualsiasi componente innovativa, provocatoria (e anche discutibile), ma appare come il risultato deludente della fatica di sviluppare presupposti dal grande potenziale, lasciati affogare in un mare di inconsistenza a tratti imbarazzante.
La solidità interna delle sceneggiature e dei mondi creati con “Dogville” o “Antichrist” (apprezzata o meno che sia) svanisce in una frammentarietà che lascia trapelare presupposti non portati avanti e tenuti sulla superficie, concetti o intuizioni realizzati in un modo autoreferenziale, pedante, che denota una tale mancanza di idee (persino visive) da porsi il dubbio se non fosse stato meglio che il regista riorganizzasse nella sua testa il materiale di partenza, senza l’aprioristica convinzione che un canovaccio sciatto, e costruito in modo prevedibile, si reggesse in piedi da solo in virtù di chissà quale evocatività delle parole o delle immagini.
Ben poco mi importa di un ruolo giocato dagli sbandierati problemi psicologici di Von Trier: di fronte a “Melancholia” chiunque conosca anche la sua produzione precedente gli avrebbe suggerito di concedersi una pausa per rielaborare una sceneggiatura spesso banale, farraginosa, abbozzata, caratterizzata da dialoghi che appaiono come soluzioni frettolose per collegare le scene, o allungarle, causando solo irritazione.
Irritazione che si amplifica se ci si focalizza sugli elementi positivi che rendono la pellicola un’occasione sprecata in modo imperdonabile.
Per comprendere pregi e difetti del film è sufficiente guardare il prologo: dieci minuti di delirio visivo dal sottofondo wagneriano, una fotografia splendida che incornicia i volti di Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg (entrambe straordinarie e intense, nonostante siano costrette a recitare come se navigassero a vista), surreali immagini i cui contenuti fanno sperare nell’illustrazione di un’altra mitologia intradiegetica, di premesse per contenuti successivi che invece cadono nel vuoto, suggestioni che rimangono tali, non sfruttate, e che lasciano campo a una storia che diventa sempre meno interessante, mai inframezzata da qualche intuizione visionaria se non da immagini patinate e stilizzate che anche tecnicamente pescano a piene mani da sequenze già viste in “Antichrist” (super-slowmotion in HD, la scena onanistica sotto l’albero) e prive dell’impatto onirico e angosciante necessario (probabilmente ricercato, ma non ottenuto) e di certo non all’altezza dei tanti riferimenti artistici esibiti.
L’essenza di “Melancholia” è tutta contenuta in quei minuti, un nucleo inesploso e magmatico di brandelli di inconscio che inseguono una storia che non verrà mai scritta, come un sogno apocalittico che una volta spiegato perde il suo fascino e rivela la noia della quotidianità.
Il film è strutturato in due capitoli intitolati rispettivamente Justine e Claire, dedicati alle due sorelle protagoniste.
La prima parte a molti ha ricordato “Festen”, anche se con quest’ultimo condivide solo lo stile di regia adottato e il contesto borghese, puntellato da personaggi eccentrici e qualche battuta divertente (d’altronde i ruoli secondari sono interpretati da attori del calibro di Charlotte Rampling, John Hurt, Udo Kier), la cui perfidia non giustifica appieno le successive dichiarazioni d’odio verso il mondo pronunciate da Justine, come se nessuno sapesse che cosa implichi affrontare i normali dissidi del parentado durante un matrimonio e fossero sufficienti a spiegare frasi infantili come -il mondo è cattivo-.
Da molti reputato eccessivamente lungo, se non inutile, questo capitolo fa emergere in modo non didascalico gli aspetti psicopatologici di Justine, rendendo più intriganti le sue improvvise follie che sottendono il crollo che avviene nella seconda parte, ma ai fini degli sviluppi successivi risulta essere un episodio quasi a se stante e con ulteriori premesse rimaste sulla carta.
Il secondo capitolo, quello in cui si dovrebbe avvertire un’atmosfera di tragedia, o per lo meno di tensione, ha invece un andamento claudicante, le frasi di Justine sembrano solo dei vaneggiamenti che rendono grotteschi certi scambi con la sorella, la quale non assume mai la forza e la solidità di un vero polo opposto, ruolo che ritroviamo in suo marito (Kiefer Sutherland), con un’eco a quella contrapposizione maschio-femmina, razionalità-emotività, che già era stata sviscerata sempre in “Antichrist”.
Il personaggio di Claire si limita ad essere il mezzo per trascinare stancamente la trama verso il finale, che non regala particolari emozioni, nonostante l’obiettivo saltuariamente raggiunto di creare una sensazione di attesa disturbante e relegata quasi del tutto all’uso di suoni a bassa frequenza, idea sempre efficace quanto già sfruttata, e non solo (e non per primo) da Von Trier.
Di “Melancholia” restano abbondanti dosi di tedio ben poco malinconico (è solo la fine del mondo), la mancanza di quella struttura perfetta e artificiosa che caratterizza alcuni dei film più recenti di Von Trier e l’ineffabilità di temi e sensazioni che rimangono in buona parte nella mente del regista (la lucidità cinica e fatalista della depressione, la depressione come stato innaturale di accettazione della morte, l’impotenza della ricchezza e della scienza) e mai adeguatamente materializzati sullo schermo, come in una serie di fotografie fuori fuoco, suggestive, ma particellari.
Di Von Trier vengono a mancare proprio quegli aspetti di programmaticità e di violenza mentale sullo spettatore che rendono i suoi film controversi, odiati e amati in ugual misura, la capacità di creare personaggi unici e non mossi da dinamiche banali, l’impeto nel creare sensazioni o situazioni esasperate, stimolanti, coinvolgenti, che generano anche reazioni di rifiuto.
Dal teatro della crudeltà all’inutile piagnisteo.






mi ritrovo in pieno
Bella recensione, mi trovo d’accordissimo con quanto scritto. E alla fine, dopo aver terminato la visione, anhce a me è rimasto un gran senso di insoddisfazione e occasione mancata.
non mi trovi daccordo in tutto ma riconosco che non è il solito Von Trier che conosciamo. Ci voleva una tua recensione per questo film, ora posso dire di aver letto tanti pareri dei migliori critici
Applausi. Recensione fantastica.
Non sono d’accordo praticamente in nulla. Quindi stiamo sicuramente “parlando” di Von Trier.
opera completa e complessa su depressione d’animo e depressione cosmica, perfetto continuo del discorso di Antichrist, finale col botto.
Ottima recensione ma non sono d’accordo questo film e’ La Fine del Mondo! Trascinante!