Forbrydelsen e Bron|Broen: “Danish scum!”

f3Non è un post per sfoggiare cultura cinematografica di genere, non è un post di critica, ma un post vecchio stile di consigli su base viscerale.

Il motivo è che un’analisi strutturale di queste due serie rischierebbe di sommergere il messaggio finale: guardatele perché, mentre vi forniranno in modo quasi subliminale cibo per la mente, ebbene sì, vi emozioneranno, ed è capitato anche a me.

E di questi tempi in cui l’emozione prevalente è quella del tutto già visto con noia associata non si tratta certo di merce che possiamo accantonare in un eccesso di snobismo (verso i prodotti televisivi o la cornice accattivante-popolare del giallo-poliziesco) o di arrendevolezza verso serie con dialoghi in ugro-finnico sottotitolate dalla BBC.

Se è vero che è la prima stagione di Forbrydelsen è stata, in modo encomiabile, trasmessa da RAI4, il doppiaggio è discutibile e frettoloso e, nonostante il fatto che non capirete una sola parola, alle voci dei protagonisti vi abituerete e non vorrete più sentire pronunciare “alibi” che da Sophie Grabol, la cui interpretazione della detective danese Sarah Lund diventa nel corso di tre stagioni il motivo principale per farsi togliere il fiato di puntata in puntata (e non commenterò il remake americano The killing perché di fronte a tanta stoltezza narrativa e sciovinista bisogna solo stendere un velo pietoso).

Sarah Lund è un personaggio ispirato all’ispettore Callaghan, se non fosse che Sophie Grabol riesce a essere persino più carismatica e avvincente di quell’ormai appassito repubblicano di Clint Eastwood: è sociopatica, ossessionata dalle indagini a discapito della vita privata, fino a sgretolarla, detesta perdere tempo, ma perde la pazienza e l’autocontrollo con estrema facilità, è capace di rispondere a chi la ostacola solo con sguardi folgoranti, non mostra apparente empatia per le vittime e i loro parenti, tuttavia piano piano traspare che ne è erosa, fino a inciampare, fino a compiere gesti estremi, fino a lasciare morti sul campo, in una escalation di azioni dettate dalla frustrazione che culminano nel finale shock della terza stagione.

Mentre intorno a lei l’atmosfera delle vicende è drammatica e concitata (la velocità con cui si susseguono gli eventi, in particolare nelle ultime due stagioni, ha probabilmente guarito molti narcolettici), Sarah rimane il caterpillar glaciale che si fa strada fra e sulle persone per identificare il colpevole di turno.

Ed è proprio su questi forti contrasti che sono strutturate le tre stagioni di Fobrydelsen: un livello narrativo riguarda l’impatto del delitto sull’ambiente famigliare o professionale, un altro livello l’impatto sul mondo politico (predatore, omertoso, raramente onesto, persino complice e connivente in modi imperdonabili, inimmaginabili e agghiaccianti) e un terzo di interfaccia è costituito dall’indagine vera e propria.

Questa triade viene mantenuta come peculiarità e offre risvolti e riflessioni tanto intriganti, quanto amare, ma, con notevole ingegno, lo sceneggiatore (Soren Sveistrup) riesce a sfuggire all’autocompiacimento e ribalta le aspettative degli spettatori cambiando a ogni stagione tipologia di omicidio, contesto, ranghi politici coinvolti, partendo dai misteri del consiglio comunale fino ad arrivare al primo ministro in persona, passando per i ministri della giustizia, non lesinando una satira che sfocia in un j’accuse inaudito contro tutte le fazioni politiche (e il piatto di invettive è ricco di scandali sessuali, ricatti interni, storie private dolorose, operazioni militari illegali, dossier falsificati, stragi di innocenti, protezione verso criminali per mero opportunismo elettorale, in una disamina estesa del noto incipit dell’Amleto).

I punti di forza della serie risiedono in qualcosa di vecchio e in qualcosa di nuovo: da una parte l’intrattenimento garantito dai continui colpi di scena e cliffhanger che fanno scalpitare il Poirot che è in noi, dall’altra il riuscire a intrecciare con disinvoltura fatti di cronaca nera a fatti di attualità rendendo le vicende molto vicine al nostro vissuto e descrivendo lembi dei tempi moderni senza retorica o intenti didascalici, ma solo tramite le buone, tradizionali, amate narrazione e costruzione dei personaggi (per altro interpretati da un cast sempre convincente), facendo confluire passioni e sentimenti estremi nel mondo calcolatore e modernamente gotico dei palazzi governativi, che a tratti, grazie anche alla costante atmosfera plumbea, sembreranno un rifugio per vampiri.

bronFigliol prodigo ne è Bron | Broen, coproduzione dano-svedese in cui è difficile non ravvisare temi o idee sovrapponibili a quelli di Forbrydelsen.

La detective protagonista, Saga Noren (Sofia Helin) è affetta da una forma di autismo che si manifesta con la sua incapacità di relazionarsi in modo emotivo, e non solo razionale, con alcuna persona: non comprende la gentilezza, non riconosce i gesti di affetto, è professionalmente rigida e ligia alle regole e solo con fatica, grazie al collega burbero, irruento, e ovviamente danese, Martin Rohde (Kim Bodnia) imparerà una regola utile per non ferire involontariamente la sensibilità altrui: mentire.

Un’evoluzione estrema o addirittura ironica dei tratti caratteristici di Sarah Lund, se non fosse che quest’ultima è l’ultima persona al mondo a cui associeresti la parola ironia, invece l’impulsività innocente di Saga crea situazioni imbarazzanti che comunque non compromettono le sue superiori capacità investigative.

Ed è proprio la presenza di ironia (o di satira feroce: il twist sullo scopo delle azioni del villain è uno schiaffo morale anche per gli spettatori, tanto disarmante che finché non l’ho metabolizzato avrei dato fuoco alla casa degli sceneggiatori) che distingue Bron dal sempre cupo Forbrydelsen.

Di contrasti, comunque, si tratta: da un lato una Danimarca che sembra vivere più della Svezia gli effetti della crisi economica con una situazione di degrado incontrollabile e con un corpo di polizia corrotto, razzista e superficiale nelle indagini, dall’altra la Svezia, ricca, efficiente, apparentemente immune alle storie tragiche che vengono descritte.

E il ritrovamento di un corpo composto dalle parti di due cadaveri differenti e collocato su un ponte sulla linea di confine è già una dichiarazione di intenti: si passa da un mondo all’altro come nelle realtà alternative di Fringe, c’è spazio persino per ridere dei luoghi comuni sulle differenze fra svedesi e danesi (magari ricordate i monologhi del dottor Helmer in The Kingdom), fino a che la trama assume risvolti sempre più violenti.

A differenza di Forbrydelsen, l’intrattenimento è costruito su corde emotive meno facili e immediate e i plurimi autori giocano a nascondino con lo spettatore mescolando diverse linee narrative che iniziano a confluire solo dopo diverse puntate, creando una visione a tratti surreale, spiazzante, confusa, con digressioni ingannevoli, fino a mostrare il quadro complessivo solo a due episodi dalla fine, rendendo quasi impossibile l’identificazione del “terrorista della verità” che organizza omicidi di gruppo o attentati per sensibilizzare l’opinione pubblica (sfruttando l’ambizione di un giornalista imbecille) su temi sociali o economici che ritiene occultati, quali i senzatetto, gli immigrati, i tagli alle cure psichiatriche, lo sfruttamento del lavoro minorile.

(Anche se avvelenare gruppi di homeless, scatenare la furia omicida di pazienti psichiatrici o incitare la gente a bruciare negozi per salvare da morte dolorosa un gruppo di bambini sequestrati è un modo quanto mai ameno di protestare contro le decisioni della politica).

Bron lavora su un piano di intrattenimento più mentale e sottile e il coinvolgimento impiega qualche puntata prima di carburare, ma a metà serie vi ritroverete affezionati alla strana coppia di detective e apprezzerete la finezza nell’evoluzione psicologica di Saga che deflagra in un finale che risulta tanto più forte all’interno di una serie che per tutta la sua durata ha costretto il cervello dello spettatore a un costante gioco di astrazione non solleticando mai troppo morbosità o dotti lacrimali: dopo nove puntate di freddezza svedese, vi viene servita una badilata in fronte con la scarsità di grazia tipica dei danesi.

Forbrydelsen e Bron si guardano da vicino come Svezia e Danimarca, s’intersecano, ma non si assomigliano, tuttavia entrambe riescono, attraverso lo sfruttamento di uno generi più amati (il giallo), a veicolare messaggi e sensazioni che non sono tipiche del genere (spesso a rischio di essere freddo, asettico ed esclusivamente ludico), inoltre sono tra le poche serie recenti che ci regalano una coppia di protagoniste che potrebbero rimanere nel nostro immaginario collettivo (e non sono sicuro di aver elaborato il lutto alla notizia che non vedremo più Sarah Lund).

Nota finale: di Bron è già stato realizzato un adattamento americano (The bridge) e ne è in arrivo uno franco-britannico.

E’ inutile che vi dica di fare il favore a voi stessi di guardarli con disprezzo come farebbe Sarah Lund e di considerarli inammissibili come farebbe Saga Noren.

14 risposte a “Forbrydelsen e Bron|Broen: “Danish scum!”

  1. The Bridge americano è terribile ma The Killing io me lo sono goduto parecchio. Dovrei guardare le serie svedesi che sicuramente sono ottime ma dovresti farmi capire (è solo una mera richiesta, sia ben chiaro!) il motivo per cui bolli come “stolto e sciovinista” le serie ameircane.

  2. Detesto i remake, non le serie tv americane. Figuriamoci: ne guardo un trilione. Ma è un atteggiamento industriale-culturale, quello di “adattare”, che in ultimo porta solo a prodotti mediocri e stereotipati in cui si perdono proprio i pregi peculiari delle serie originali.

  3. Tra l’altro ho letto quali sono le differenze tra The killing e Forbrydelsen: essenzialmente hanno aggiunto un sacco di cazzate o reso stupidi o più semplici diversi passaggi narrativi. Sempre il timore che lo spettatore sia oltremodo idiota e non voglia essere trattato da persona intelligente? Poi per me è inconcepibile pensare a una Sarah Lund che non sia Sophie Grabol!

  4. Guarda… io non sono così esperto, anzi, però ti consiglio davvero di dare una possibilità a the killing, che sono quasi sicuro ti possa piacere. Ci sono dei passaggi che tutto sono ma ‘mmerigani davvero, no. Ripeto, magari mi sbaglio, però facciamo che mi guardo l’originale e poi ne riparliamo ;)

  5. Si, The Killing in versione americana è un’altra cosa ma non è male, anzi. The tunnel invece, versione francese di Bron, è appena iniziato ma gia’ lascia a desiderare.

  6. Gli originali sono sempre gli originali. Le copie, i remake, hanno sempre un altro sapore, magari più buono, ma il primo è sempre primo. Detto questo resta il fatto che le versioni USA (The killing – The bridge) pur essendo piacevoli, non hanno quel fascino da noir nordico che abbiamo imparato ad apprezzare nella trilogia “Millinnium”.

  7. Due serie bellissime, tra le migliori degli ultimi anni (fra le due preferisco Forbrydelsen, però).
    Per pura curiosità ho iniziato a guardare “The tunnel”, versione più-anglo-che-francese (Sky Atlantic & Canal+) e devo dire che non è niente male. L’adattamento è intelligente, le atmosfere lugubri di Calais e del South Kent si adattano benissimo alla storia. Bene gli attori: Stephen Dillane (Stannis Baratheon di GoT) è bravissimo e Clémence Poésy ha almeno il merito di non “copiare” la recitazione di Sofia Helin, nella sua insuperabile interpretazione di Saga Norén.

  8. ho appena finito di gustarmi bronbroen prima serie e forbridelsen prima serie sono stordita dal fascino di entrambe. sarà che sto leggendo i libri meravigliosi di hanning mankell, (non solo wallander) ma penso che l’intreccio delle storie poliziesche siano un pretesto per smascherare le ipocrisie e le violenze delle società nordiche. insomma coraggiosi e sociologici ludici e profondi.

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