Cinema, recensione

Nymphomaniac

nymCAPITOLO 1 – L’INCOMPRENSIONE (2+2=5)

C’è una stanza arredata con pochi e simbolici oggetti, sintesi estrema delle passioni e della vita ascetica di Seligman (Stellan Skarsgård) scrutati da Joe (Charlotte Gainsbourg) e utilizzati da lei come fonte d’ispirazione per i titoli degli episodi che compongono il quadro della sua vita, dai primi anni fino al momento in cui Seligman la raccoglie dalla strada pesta e sanguinante.

Finiti gli oggetti, Seligman invita Joe a guardarli sotto un’altra prospettiva in modo che sembrino altro e siano di nuovo fonte d’ispirazione.

Joe fissa una macchia sulla parete, lasciata dalla tazza che ha scagliato in un’impeto di rabbia, e la macchia diventa una pistola.

Immaginate che la stanza sia la filmografia di Lars von Trier e che la macchia sia Antichrist, uno dei film di minor successo, che Joe sia Lars von Trier e intraveda una soluzione: la vulva che capovolta diventa un occhio è Antichrist che diventa Nymphomaniac, la sua versione ad alta digeribilità borghese, una divertita e divertente, quanto consapevole autofellatio.

Non utilizzo aggettivi come commovente perché di struggente c’è soprattutto la dichiarazione tra le righe di Lars von Trier vi ho già detto tutto quello che volevo dirvi, ora ve lo scandisco meglio.

Ne seguirà una svolta tematica o il film potrebbe essere una lettera d’addio?

Con Nymphomaniac Lars  von Trier non solo appone le didascalie ad Antichrist (e per la sua stessa costruzione Nymphomaniac è il suo film più didascalico, come se nascondesse l’urgenza del regista di spiegarsi ed essere compreso, palpabile già dalla mastodonticità della versione integrale, una logorrea di celluloide, fino all’illustrazione didattica di qualsiasi concetto, in un continuo rimando tra narrazione e un’esegesi blindata e guidata), ma ridisegna un percorso concettuale che inizia già con Le onde del destino.

Pertanto la figura della donna tormentata da sensi di colpa, condizionata dal maschilismo introiettato a credere di essere una persona bisognosa di espiazione e obbligata alla sopportazione, ritorna, sotto una luce nuova, meno grottesca, realistica, e l’unico dubbio che resta fino all’ultimo è se la donna soccomberà all’autodistruzione o se riuscirà ad avere un moto di riscatto e ribellione come Grace in Dogville e Manderlay.

Venduto come un porno d’autore, con complicità del regista e del cast, prestatosi a ingannevoli poster, di copule e organi genitali se ne vedono molti, in primo piano, con dettagli esacerbati, ma non è di certo l’elemento pruriginoso, che svolge la funzione di trappola per topi, ciò che caratterizza Nymphomaniac.

Almeno che non siate degli erotomani, il film gioca la carta tradizionale del puzzle narrativo che inevitabilmente incuriosisce lo spettatore che si sente coinvolto mentre spia l’anomala seduta di analisi di Joe la ninfomane da cui Seligman l’asessuato trae riflessioni.

Nymphomaniac riesce ad avvincere nella misura in cui si svela come esercizio di costruzione di un racconto che, ci viene anticipato, alla fine avrà un morale (morale che, invece, deriverà non dal racconto di Joe, ma dall’elemento extra-narrativo) e che sia del tutto veritiero riveste poca importanza finché l’operazione maieutica compiuta da Seligman è fonte di un’interpretazione tanto intellettuale, quanto non fredda e compassionevole, in una intrigante lettura degli eventi della vita di Joe secondo gli schemi intrinseci alla natura o all’arte.

Avvince un po’ meno quando  i tentativi di Seligman di fornire a Joe gli strumenti per conferire alle sue vicende un senso e la possibilità di essere verbalizzate si arricchiscono di citazioni da sussidiario delle elementari e giochi di sovrimpressione da Greenaway minore (molto minore) che non sempre assurgono al rango di affascinanti, anche se lo raggiungono certamente nel capitolo The little organ school, che appare purtroppo scarnificato in sede di montaggio nonostante il riuscito parallelo tra la polifonia e diverse esigenze psicofisiche appagate da diverse persone.

CAPITOLO 2 – MEA VULVA, MEA MAXIMA VULVA (SIMPATIA PER L’ANATRA MUTA)

La partita tra l’involontario maestro e la scontrosa, ma bisognosa allieva è il cardine di tutto film, che nutre lo spettatore con il viaggio verso il buio di Joe su cui Seligman getta considerazioni illuminanti che sembrano voler allontanare la donna da ciò che ricerca disperatamente: una condanna.

E lo spettatore insieme a Seligman si fa guardone e giudice in attesa di sapere se potrà assolvere o se Joe sia davvero una persona ripugnante.

Tuttavia, l’abnegazione con cui Joe decide di punirsi, la rappresentazione di un’addiction che, a differenza di quanto sfuggito a McQueen con Shame, è un mostro che divora non solo la vita interiore, ma, sempre più affamato, distrugge le relazioni famigliari, sociali e professionali, i danni infine fisici che Joe si fa infliggere tramite pratiche masochistiche, con difficoltà spingono a una sentenza netta e la solitudine appare come un prezzo già alto da pagare per chi rivendica la propria indipendenza, la propria diversità, il proprio essere un reietto sociale che non minaccia altro che la morale comune.

Il tono del film, inoltre, sebbene nella seconda parte compia una brusca virata in direzioni torbide che potrebbero condurre a qualunque catastrofe, è raramente drammatico (la morte del padre, in grado di descrivere la natura  e la sua biodiversità con toni poetici, sostituito debolmente da Seligman che cerca di ritrovare le leggi del cosmo e un’armonia superiore nella storia di Joe; l’addio alla città e il parallelo con l’albero spoglio), più spesso ironico (la chiesa del non-amore in cui l’inno sacro delle ragazze è Mea vulva, mea maxima vulva), malizioso, anche con lo spettatore stesso che si diverte (o dovrebbe) a riconoscere citazioni di precedenti film di von Trier e notarne la differente svolta raggiungendo l’apice di una comicità imbarazzante quando il momento clou del prologo di Antichrist ha un lieto fine.

Non è tra le capacità di qualunque regista saper creare una commistione di toni così variegata in cui il tragico può anche lasciar spazio alla risata o al comico (la scena con i due africani, l’ira di una Uma Thurman sorprendente), e neanche nelle corde di tutti gli attori riuscire a giostrare emozioni così differenti, però alcuni momenti sono classificabili come simpatiche e ombelicali fesserie d’autore che forse ti aspetteresti da Seth Rogen.

Von Trier questa storia ce l’ha già raccontata, noi lo sappiamo, tanto vale stare al gioco di decostruzione e demistificazione della propria cinematografia per assisterne alla riscrittura.

CAPITOLO 3 – IL FRUSTINO DI PAVLOV

Sta a voi decidere se Lars von Trier vi abbia ingannato o quanto vi abbia ingannato, perché Nymphomaniac offre ciò che abbiamo già avuto, ma in una confezione differente, con un maggior controllo e coerenza di scrittura e d’immagine rispetto al precedente pasticcio di Melancholia, è didascalico fino a essere indisponente, ma con un tono da favola adulta che piano piano  intrappola, fa riflettere senza essere troppo retorico e regala diverse frasi a effetto da citare o sulle quali imbastire litigate con i conoscenti (l’amore come maggiore fonte di morte rispetto al sesso, la stima per i pedofili che si reprimono, le stilettate contro gli eccessi del politically correct come strumento di polizia morale, la distinzione fra antisionismo e antisemitismo, giusto per non lasciar alcun dubbio di voler restare per Cannes una persona non gradita) e resta impressa la performance dell’esordiente Stacy Martin (la giovane Joe), incarnazione di fragilità e disperato accanimento genitale, tanto da rivaleggiare con una più misurata Charlotte Gainsbourg, sempre incredibilmente espressiva tra le vistose spigolature del suo viso e del suo corpo.

E resta impressa pure l’amara ferocia del finale, perfetto, iperrealistico, possibile, ma non scontato, che chiude con logica, questa volta cristallina, lo stesso discorso che il regista porta avanti da tempo sulle donne, con un approccio crudele e sarcastico, simpatetico, ma non pietistico, e quindi scambiato per misogino, quando spesso è paternalistico in modo severo.

Tuttavia con Nymphomaniac, pur non rinunciando alle sue provocazioni post-adolescenziali (genitali a iosa, rapporti orali in primissimo piano, orgasmi e visioni blasfeme associate), Lars von Trier sceglie di abbandonare la strada della cripticità, delle allegorie, dei ribaltamenti morali (potrei recitarvi a memoria il monologo di James Caan in Dogville) per condurre per mano lo spettatore o, ed è il mio timore, rendersi più affabile e affabulatore, più spendibile (da un punto di vista sociale e commerciale), riprendendo le fila del suo passato per conferirgli una direzione che non potrà forse mai essere priva di eccessi (in quale altro film per il grande pubblico potreste vedere natiche lacerate da un frustino e umori vaginali?), ma che se diventa più teoria che messa in scena, scevra anche di tutte le cadute nel grottesco che abbiamo dovuto perdonare, rischia di diventare patetico manierismo.

Nymphomaniac è un una summa, il capolavoro interno che rifa il punto e tira le fila per riallacciare un discorso col pubblico e con la critica (che sembra gradire), un inaspettato atto di umiltà (o di estrema arroganza nel riformularci lo stesso discorso?) e di esibizione di scrittura per farsi capire e prendere sul serio, pur non rinunciando del tutto a se stesso, perché quando si da una regolata ed è lucido Lars von Trier sa essere talentuoso.

Una parte di me spera che un giorno sia di nuovo riammesso a Cannes e che ai microfoni dichiari: “l’ho fatto solo per venire incontro alle vostre capacità mentali. Fido, Madame e Principessa siete voi e come previsto siete tornati da me”.

Sugli ultimi di Von Trier io vorrei sentire una e una sola critica, in un’unica frase: «Ma perché non spegne la telecamera e se la scopa?» (cit. @WolandJunker)

Vi consiglio anche la recensione di Michele Faggi.

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2 thoughts on “Nymphomaniac

  1. Photography in things ha detto:

    Pienamente condivisibile. Oltre al didascalico estenuante, aggiungerei anche “colonna sonora da paraculata giovanilistica pseudo-underground” che rientra perfettamente nel volersi presentare più spendibile. Il senso è chiaramente quello. Le auto-citazioni sono brillanti e qualche elemento è ampiamente a prestito anche da Kubrick e da Ferrara a mio avviso. D’altronde l’incrocio tematico tra sessualità, religione e morale lo consentiva pienamente. Ottima recensione. Saluti, Alessandro

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  2. Photography in things ha detto:

    Dimenticavo, una scena mi rimane oscura (e dunque profondamente erotica) nell’oliatissimo meccanismo narrativo che non lascia spazio a interpretazioni: la crudele e gratuita pisciata di P. su Joe. Non sono riuscito a trattenermi dal dire ad alta voce: “Meraviglioso”.

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