Cinema, recensione

Borgman

borgman-poster1968. Teorema (P. P. Pasolini). La lotta di classe si è conclusa. Ultimi baluardi della
borghesia da abbattere rimangono la morale perbenista e la repressione sessuale inclusa in essa. Un giovane catalizzatore di desiderio ed erotismo condurrà alla follia un’intera famiglia.

1995. Il buio nella mente (C. Chabrol). Un’indimenticabile trasposizione di A judgment in stone di R. Rendell ci avverte fin dal titolo programmatico (La cérémonie) che la lotta di classe è risorta ed è più disperata, violenta e arricchita di conflitti culturali che condurranno a una nuova ondata di decapitazioni.
1997. Funny games (M. Haneke) Una partita a scacchi dell’autore contro uno spettatore con le mani legate che diventa pura astrazione teoretica per (far) riflettere sulla rappresentazione della violenza e sulle reazioni emotive dello spettatore a quest’ultima.
2008. The strangers (B. Bertino). La versione lunapark di Funny Games. I giovani invasori entrano nelle vostre case e vi uccidono ed è inutile che vi chiediate per quale motivo: ormai è tardi per comprendere che cosa sia andato storto.
2013. Borgman (A. van Warmerdam) Una storia di seduzione e di autodistruzione evocate perché per raccontare in modo nuovo la stessa vecchia storia l’unica via è porla sotto una prospettiva obliqua e invertita, una luce maligna, tratteggiandone solo alcune coordinate esasperate (il contesto socioeconomico) e creando un’atmosfera surreale che si vorrebbe impreziosire di leggibili allegorie sulfuree/bibliche, ma dai guizzi inventivi iniziali il regista-sceneggiatore passa attraverso un percorso lineare, prevedibile e convenzionale di cui rimane solo la suggestione di una moderna favola nera di cui è diversa la forma, ma non il contenuto.

E’ indicativo che il commentatore medio di IMDB si ponga domande sull’interpretazione del film e che lo osanni/distrugga anche se o proprio perché non l’ha compreso.
È indicativo del talento di van Warmerdam di saper creare un’atmosfera onirica per metà del film che lascia spazio a molteplici letture o sviluppi narrativi.
È indicativo anche della buona sorte di non essere nati in un paese intriso di cultura cristiana in conseguenza della quale forse non deve essere così immediato cogliere la manciata di simbolismi di grana grossa sparsi lunga la trama (o forse della necessità delle didascalie per chi non ha occhi preparati per riconoscere riferimenti letterari e artistici).

Il film esordisce con ritmo concitato: un gruppo di mercenari al soldo di preti scovano sottoterra Camiel Borgman che fuggirà attraverso cunicoli e il bosco soprastante risvegliando altri suoi amici degli inferi, comodamente attrezzati nei loro nascondigli sotterranei con un materasso e un cellulare.
Camiel si dichiara scoperto e deve nascondersi là dove nessuno potrebbe trovarlo, dove già alberga il male: una casa futuristica dell’alta borghesia, una coppia di coniugi in crisi (lei, Marina, imbarazzante artista imbrattatele con sensi di colpa per il suo tenore di vita, lui, Richard, moderno yuppie violento, classista e razzista) e una prole robotica e disturbata affidata a una babysitter disinteressata (ovviamente danese).

La prima tentazione è una seduzione

Chiesto aiuto alla famiglia, riceve come una risposta calci e pugni da Richard e la possibilità di nascondersi in una rimessa da parte di Marina.
La donna sembra fin dall’inizio soggiogata da Camiel arrivando al punto di suggerirgli di sostituire l’identità di qualcuno (il prescelto sarà il giardiniere) per stare con lei, che inconsciamente vede in Camiel (che non accetta più di doversi nascondere e gioca la carta psicologica del se-mi-vuoi-comprami) la mina con cui far esplodere la propria vita.
È il primo passo per un’infiltrazione di gruppo.

Quando il demonio è respinto, gira e cerca alcuni compagni e con questa banda, torna.

Il gruppo di leprechaun zigani al seguito di Camiel si impegnerà in omicidi dal sapore dantesco (un ribaltamento di significato della punizione dei simoniaci) contribuendo non solo a un misterioso piano di occupazione famigliare, ma anche alla quota humour nero del film, mentre le note più scure sono affidate a Camiel che ogni notte si siede nudo su Marina come il coboldo di Füssli instillandole false, quanto probabili, visioni di violenza nei suoi confronti da parte del marito, sempre più crude, avvelenandola psicologicamente e accelerando la disgregazione della coppia.

La tentazione incomincia lievemente, ma cresce: sempre cresce. Secondo, cresce e contagia un altro, si trasmette ad un altro, cerca di essere comunitaria.

Il piano di Camiel proseguirà lasciando vittime sul campo, senza mai alcun ostacolo, come se avesse trovato la strada spianata per giungere ai suoi scopi, mentre il giardino dell’Eden di famiglia viene demolito e diventa luogo di molestie e i più giovani subiscono una simbolica rimozione chirurgica di anatomie angeliche e rappresentano il vero bottino.

Borgman attrae con la potenzialità di una mitologia maligna nei tempi moderni, ma a metà film esaurisce il suo alone di mistero, si allontana dall’inventività e dalle situazioni implausibili che ne rappresentano l’ingrediente peculiare, la cripticità ricercata (quasi ostentata) maschera un simbolismo troppo debole per generare da solo angoscia e un climax di minaccia, sui quali prevalgono i toni grotteschi e ironici, come se Borgman non fosse altro che una fiaba come quelle che Camiel racconta ai bambini, in cui il pifferaio di Hamelin ritorna e il finale lo conosciamo tutti.

È un film che avrebbe potuto deragliare, esagerare, con i segnali macabri o con gli elementi folli, invece procede verso un approdo sicuro, lambisce appena i territori emotivi di Pasolini (la seduzione), domina una generica simpatia per il diavolo che attutisce l’impatto drammatico (impossibile empatizzare con la famiglia, vittima, ma colpevole a priori, secondo una schema ormai classico sporcato coraggiosamente nel film di Chabrol), gioca con la narrazione come Haneke (a cui tuttavia interessa schiaffeggiare e coinvolgere lo spettatore), ma sembra guardare più alle assurdità post-cinema di Greenaway.

E van Warmerdam almeno fino a un certo punto sa come allestire il gioco che però è una partita a carte scoperte di cui il vincitore è evidente da troppo presto.

La tentazione cresce, e contagia. E alla fine, si giustifica.

Sceneggiatura, montaggio, direzione degli attori e costruzione delle scene sono di primo livello e non si può obiettivamente negare al regista di non saper ricollocare con stile in un contesto attuale una parabola sul Male senza una sbavatura, ma i fuochi d’artificio del prologo si esauriscono in toni quasi sobri e minimalisti tipici di chi dopo aver sparato in alto non sa osare di più e preferisce puntare al proprio ombelico restando sulla superficie.

Se come ai bambini vi piace farvi raccontare più volte la stessa favola, Borgman è un tentativo spesso raffinato, quanto pretenzioso di rinnovarla puntando tutto su un’atmosfera simbolica che non regge fino alla fine. Se preferite il cinema diabolico che vi prende a calci, i primi tre film citati all’inizio sono precisamente quello che cercate.

Nota: le frasi in grassetto sono state pronunciate da Papa Francesco, esegeta perfetto per il film.

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2 thoughts on “Borgman

  1. BottomTaker ha detto:

    A volte leggerti è come leggere la prefazione di un libro. Magari un grande classico: 5 paginette, un sacco di parole altisonanti, una gran fatica nel leggerle e ben poco di sostanzioso e sostanziale.
    Quando leggo quel tipo di prefazioni la prima cosa che penso è che l’autore sentiva la necessità di eguagliare l’opera condensando citazioni, lemmi desueti e voli pindarici nello stesso modo insensato che un body builder usa il GH per assomigliare a Coleman.
    Complesso di inferiorità? Non so, forse sì, forse banalmente è la mania del “recensore” [di dischi, di film, di opere] del dimostrare di essere più colto, profondo e citazionista dell’autore.
    Su Borgman c’è molto da dire oltre la trama ma non capisco se coscientemente hai scelto di non azzardare intepretazioni o metafore che rappresentano il film.
    Azzeccata l’interpretazione, io me no sono data una che credo sia lampante, è un film decisamente banale con un incredibile modo di raccontarsi. Il fascino e la potenza delle atmosfere e dei personaggi è IL film.
    Se infine mi chiederai perchè leggerti, riprendendo il discorso iniziale, è perchè le prefazioni di quei libri sono odiose, inutili e ti spingono unicamente a saltare dentro l’opera a occhi chiusi.
    Alla fine pensi “basta, fanculo, lo leggo”.
    A volte le tue parole sono così stracciamaroni che alla fine penso “vabeh, diamoci un occhio, vediamo di che sta parlando.”
    E giusto perchè mediamente abbiamo gusti simili.

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  2. mi fa un po’ sorridere questo commento per un semplice motivo: se intercalare il testo alle parole del Papa non ti sembra un modo di dare un’interpretazione, se quel che pensi del film ti sembra qualcosa di diverso da quel che penso io (per altro scritto senza voli pindarici, per una volta), il problema non sono io, ma sei tu. Se comunque il mio stracciare i marroni ti invoglia a vedere un’opera, mission accomplished. (P.S. Francamente se ritieni così inutilmente roboanti i miei post mi sorge il dubbio che di norma tu legga solo recensioni semplici/sempliciotte. Non penso che il tuo medico sadicamente ti abbia imposto di leggere il mio blog).

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