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Archivio per la categoria ‘Flussi di incoscienza’

maniac“Maniac” annata 1980 è un film incomprensibilmente noto quasi solo per le scene splatter rese possibili da Tom Savini, in particolare per un’efferata esplosione cranica.

Eppure, anche privato delle scene più truculente, rimarrebbe uno dei più ambiziosi e riusciti film con protagonisti uno psicopatico e il suo inconscio riuscendo a immergere lo spettatore fin dalla prima sequenza in un sistema percettivo drammaticamente distorto, in cui la psicosi ingloba ogni brandello di attinenza al reale, ogni elemento di scena diventa elemento di una messa in scena mentale  irrimediabilmente tragica.

Per alcuni aspetti è figlio di “Psycho”, per altri se ne distacca collocandosi tra i case-study in cui al centro del racconto non ci sono le azioni generate dalla follia, ma la follia stessa attraverso cui è filtrata la narrazione e la sua rappresentazione sullo schermo.

La centralità di questo filtro cerebrale deviato (che nell’originale veniva tradotto attraverso una fotografia dai toni acidi e cupi e momenti di sovrapposizione fra ambienti veritieri e allucinazioni, nonché con una costruzione climatica della storia che segue una progressione clinica) deve aver suggerito agli sceneggiatori (la strana coppia Aja-Levasseur) e al regista Franck Khalfoun l’idea di impostare concettualmente il film, per quanto possibile, come una ripresa degli eventi in prima persona da parte di Frank (Elijah Wood).

L’intento è quello di farci immedesimare nei panni di un maniaco misogino, ammanettarci a lui impedendoci di distaccarcene come se ne fossimo il muto e innocente gemello siamese, costretti a vedere come vede lui, a provare sulla propria pelle il disagio davanti allo specchio o riflesso sul volto della gente con cui non riesce a interagire in modo equilibrato o per troppo tempo, a vivere il più fisicamente vicino possibile le sue gesta omicida, trovandoci nella posizione disturbante di soffrire per le vittime mentre siamo nella posizione coatta di avere la mano armata. (more…)

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La casa

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Dopo 30 anni di passione per l’horror sotto ogni sua forma avverti la necessità di uno scatto d’orgoglio, di non lasciarti più richiamare dalle facili sirene del gore per farti imporre come un evento una svolta gattopardesca del mainstream yankee.

Si tratta di scelte ponderate, di un gusto personale che evolve, di aver subito così tanti film seriali che approdi alla conclusione che una certa sottospecie di horror non t’interessa più, se non con intenti ludici, e che il divertimento esperito non è più quantitativamente quello di quando avevi sei anni e stringevi forte il bracciolo della poltrona solo perché Jamie Lee Curtis usciva sconsideratamente di casa al buio.

Quei facili brividi sono scomparsi ed è maturata anche una certa anestetizzazione per il gore puro e semplice che per suscitarti un’emozione deve avere un significato, un contesto perturbante o la potenza di un pugno in faccia.

Il remake de “La casa”  non è altro che l’ennesimo canto del cigno dell’horror americano, una lenta morte che sembrava scampata (ai produttori) con “Scream” e la sua progenie e i cui meccanismi intrinseci sono stati svelati e derisi, seppur con la nostalgia di chi non riesce più a farsi fregare, da “Quella casa nel bosco”.

I due film citati sono prodotti culturalmenti onanistici che non rivitalizzano, una festa di ritrovo dei compagni del liceo intorno all’ombelico di un cadavere, eppure in entrambi c’era la scintilla di un’intuizione creativa, quella del dottor Frankenstein, quel tanto citato post-moderno che piace tanto agli artisti che non hanno nulla di nuovo da proporre e agli spettatori che vogliono una cinematografia rassicurante.

La versione de “La casa” di Fede Alvarez mostra indubbie qualità: una regia sicura, un comparto tecnico di derivazione televisiva (in pratica Raimi ha prestato gli operatori dei suoi Spartatcus e Xena) che riesce incredibilmente a eccellere e un tasso di violenza che, da una parte, non è ipocrita come quella dei torture porn americani (voglio mostrarti l’eccesso, ma nella pratica l’impostazione visiva da videoclip renderà le scene irrealistiche, subliminali, un gioco vedo-non-vedo ché non vogliamo provocare vero turbamento, solo fartelo annusare, già che l’empatia per i personaggi-carne da macello è impostata a zero, riducendo ogni impatto emotivo,  e già che solo per quell’odore comprerai il biglietto), dall’altra è programmatica, compiaciuta, masturbatoria, come un porno patinato che non riesce neanche a stuzzicare le tue voglie come un più grezzo porno amatoriale.

Di fatto, oltre a una generale cura dell’immagine che eleva il livello di questo film, l’unica cifra stilistica, o forse meno, l’unica idea portante e forte di questo remake consiste nell’infarcire una trama (che rimescola le carte dell’originale, ma si aggrappa ai momenti topici) con alte dosi di emoglobina.

Tutto questo è sufficiente per renderci appagati, se non siamo solo pornografi? (more…)

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Kotoko

kotoko

La premessa è che Shinya Tsukamoto è nel gotha dei miei registi preferiti, lo considero poco meno di un genio e che da un autore estremo e indipendente come lui mi attendo sempre di essere sorpreso, stupito, ritrovarmi fuori dal cinema coi sensi spettinati e i neuroni scoperchiati.

Persino opere minori come “Haze” o i due “Nightmare detective” sono squarci su un inconscio unico e scelte registiche sovversive, minori, ma perdonabili a fronte di altri capolavori indiscutibili come “A snake of June”, “Gemini” o il praticamente perfetto “Vital”, agli antipodi di “Tetsuo”, ma irraggiungibile connubio fra cinema puro e riflessioni esistenziali (tenetevelo quel prosaico, logorroico, banale osservatore del proprio ombelico di Malick).

E poi “Kotoko” , un film schizofrenico non tanto per la trama (una ragazza paranoica ha una visione scissa della realtà con conseguenze drammatiche) quanto per lo sforzo evidente del regista di conciliare due istanze: da una parte la storia originale di Cocco, popstar giapponese, mirata a promuoverla come artista poliedrica (ballerina, cantante, attrice e sia detto per inciso che la sua performance versatile è stupefacente), tanto che la parola marchetta appare nella tua testa più di una volta, dall’altra scrivere una sceneggiatura che oltre a esibire l’artista racconti una storia, la destrutturi, la renda intrigante per tentare di andare oltre al semplice “case-study” psichiatrico, tipologia di film che raramente può interessare se non quando non hai sotto mano una puntata di Law&Order o non ti chiami Haneke. (more…)

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Les revenants

lesrevCome ne “Il dolce domani” di Atom Egoyan, un pullman scolastico diretto precipita in un burrone, per motivi inizialmente incomprensibili, trascinando con sé decine di bambini.

Qualche anno dopo una di loro, Camille, si ritroverà ai piedi della diga che sovrasta la cittadina di montagna. E tornerà a casa, intoccata dal tempo.

“Les revenants” è ispirato all’omonima pellicola del 2004 di Robin Campillo e grazie alla sua spiccata autorialità sfugge in modo colossale alla possibile accusa di cavalcare la rinnovata e curiosa ondata di interesse per i morti viventi, mefiticamente trattato da prodotti hollywoodiani o serie per casalinghe annoiate, e un po’ perverse, che quasi sicuramente nella loro vita non hanno mai visto un film horror.

E’ un’operazione forte da un punto di vista culturale, quasi sciovinista, tranne rare cadute, come ci si aspetta dal revanscismo horror francese (lasciando perdere il traditore Aja, vorrei più pallottole nei fucili dei nostri vicini), una serie che in controtendenza a un Warm bodies, a uno Zombieland o alla corazzata, eppur noiosa, The walking dead, sfrutta una tematica di genere per affrontare dinamiche che troveresti in un film di Bergman (e con altrettanto cinismo) pur non rinunciando ad atmosfere o colpi bassi peculiari, con grande soddisfazione sia per l’horrormaniaco più becero, come il sottoscritto, sia per chi rimane indifferente a trame yankee che si attorcigliano su se stesse stagione dopo stagione e che puntano al banale cliffhanger di fine puntata o all’effettaccio dozzinale e gratuito che non diventa mai elemento narrativo. (more…)

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insensiblesNegli anni ’30, in un villaggio della Catalogna, alcuni bambini manifestano segni di algoanestesia congenita: non provano alcun dolore fisico.

Rinchiusi in un ricovero per volontà dei politici, dopo una serie di incidenti mortali, dovranno affrontare l’isolamento e la durezza di alcune suore trovando una vaga speranza nell’ambizioso programma di un neurologo ebreo fuggito dalla Germania che vuole educarli alla conoscenza (e al rispetto) del dolore.

La guerra civile, e l’arrivo dei partigiani prima e dei nazisti poi, cambierà le loro sorti, in particolare per un bambino, Benigno, la cui conoscenza del sistema dolorifico può essere tanto salvifica, quanto pervertibile.

Ai giorni nostri, dopo il decesso in un incidente automobilistico della moglie, a cui è sopravvissuto il feto di sei mesi di cui era gravida, David scopre di essere affetto da una forma di leucemia che richiede come unica possibilità di guarigione un trapianto di midollo.

Dopo essersi rivolto ai genitori, scopre che non sono i suoi genitori biologici e per ritrovare quest’ultimi, in una corsa contro il tempo, dovrà indagare sul passato del padre adottivo e la sua attività svolta negli anni ’60 proprio nel sanatorio che ospitò i bambini insensibili.

“Insensibles” è un ottimo prodotto di genere, potremmo persino definirlo un prodotto d’artigianato: la sceneggiatura da manuale di un ormai rodato Luis(o) Berdejo (REC, REC 3, Quarantine, Quarantine 2, Imago mortis), un regista quasi coetaneo al suo debutto, nato a Miami, ma che dimostra di aver amato, studiato a menadito e metabolizzato l’horror spagnolo e francese degli ultimi 15 anni, l’ambizione di mettere in mostra le proprie capacità di costruzione visiva e narrativa senza spingersi mai nei territori poco gestibili dell’originalità a tutti i costi, rimanendo all’interno di certi canoni, e si ottiene un film d’esordio che può essere un pregevole biglietto da visita in attesa di conferme.

Medina è nato nel 1975 come Juan Antonio Bayona, il regista di “The orphanage” (altro talento visivamente più dotato ed estroso che, tuttavia, non è andato oltre alla personale rielaborazione di temi e contesti già sviscerati, fino al plagio) e al contrario di quest’ultimo osa di più: evita la facile commozione drammatica, nonostante la possibilità data dagli eventi narrati, che avrebbe fatto sciogliere nelle lacrime ogni riflessione o malessere, si mantiene su un livello costante di freddezza chirurgica necessaria per portare avanti una storia di iniziazione alla crudeltà e di persistenza di un passato che non riesce a essere seppellito, preferisce scarni dialoghi e giochi di sguardi a disperazione e dolore esibiti e lascia, volutamente, una sensazione raggelante di assoluta mancanza di salvezza, redenzione, speranza e tutti quegli elementi che salvaguardano la coscienza dello spettatore dal trauma di aver assistito a orrori non comuni.

Medina sceglie la strada del nichilismo, rendendo realistica una storia pretestuosa con qualche aspetto improbabile, partendo da uno spunto morboso, inizialmente esibito in modo quasi pornografico, per stuzzicare l’improvvido spettatore, ma infine raccontare altro, spostandosi su piani più esistenziali. (more…)

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AntiviralIn questa recensione Elvezio Sciallis fornisce gli ingredienti di base per costruirsi un’idea preliminare su “Antiviral”, la sua genesi, i suoi pregi tecnici, dal background del regista alla Celebrity worship syndrome.

E dato che “le celebrità sono allucinazioni di gruppo” a quel che ha visto lui, aggiungo quel che ho visto io.

Una  fruizione obiettiva di “Antiviral” è un esercizio mentale che può indurre schizofrenia.

Brandon è il figlio di David Cronenberg, ma tu tenterai di negarlo a te stesso, di non mettere in atto paragoni, di non immaginare l’ombra paterna che si allunga su di lui fino a stargli col fiato sul collo (dopo tutto è stata sul tuo per almeno un ventennio).

Brandon, invece, sembra partire dal presupposto che tutti lo giudicheranno attraverso la lente deformata della cinematografia paterna, lo giudicheranno persino come persona perché chissà quale nuova specie di disturbato è stata cresciuta da quel filosofo della carne, e ora suo padre, se mentore lo è stato in qualche modo, è un mentore che sta deragliando per strade nuove, ma che non sembra più gestire con la stessa lucidità di un tempo, a partire dal sottovalutato, ma eccezionale, “M. Butterfly” ben prima della definitiva svolta generalista di “A history of violence”.

E allora perché non dare in pasto al pubblico e alla critica materiale per soddisfare la propria curiosità morbosa, riprendere le fila di un discorso sui confini del corpo, interrotto anni fa, e dimostrare che la genetica non mente, ma so essere talentuoso tanto quanto il mio illustre genitore e anche al di là di lui?

Il risultato è che Brandon sembra essere stato generato per partenogenesi da David, è la sua nuova carne, e ha messo in scena la risoluzione del più grosso conflitto artistico ed edipico che si sia mai visto concedendosi con quest’atto liberatorio la possibilità di diventare se stesso. (more…)

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Gut

gutTom e Dan condividono fin dall’adolescenza la passione per i film horror, passione che non li ha abbandonati neanche da adulti, ormai annoiati colleghi di lavoro in un ufficio di memoria fantozziana.

Tom ha una figlia affettuosa e una moglie-geisha, sempre pronta a sostenerlo e soddisfarlo sessualmente, ma la routine familiare lo rende incomprensibilmente frustrato.

Dan è un adolescente intrappolato dalla cravatta, sociopatico, morbosamente legato e aggrappato all’amicizia con Tom e che mal sopporta il matrimonio dell’amico, dato che li tiene meno vicini di un tempo.

Dan riceve per posta da un anonimo mittente il video di un omicidio perverso e sfida Tom a guardarlo e a discuterne dell’autenticità, come nel nucleo narrativo di “Snuff 2000”.

L’effetto sulla psiche di Tom e Dan è devastante, e ancora non sanno che a quel video ne faranno seguito degli altri.

“Gut” è il primo vero lungometraggio di Elias, e possiamo classificarlo facilmente come mera curiosità per horrormaniaci che possono averne letto sulle riviste o l’hanno sentito nominare per il passaggio anche in Italia in festival settoriali.

E’ un film prescindibile, dagli intenti più percepibili che effettivamente realizzati, minato costantemente dal low-budget e da una recitazione altalenante che in una delle scene-chiave scade a tratti nell’amatoriale o nell’improvvisato (senza che per questo ne giovi il realismo palesemente ricercato).

Tuttavia il regista riesce a intrigare creando un’atmosfera ipnotica, ossessiva, aiutato dalla soundtrack elettronica asfissiante, dalle inquadrature statiche e claustrofobiche, da un contesto che riesce a trasmettere l’aporia psicologica di due individui  irrisolti, evidentemente a disagio nei panni della normalità che sentono imposta, che trascorrerebbero ancora il tempo a dirigere splatter amatoriali o a sottoporsi a maratone filmiche divorando popcorn (d’altra parte, come biasimarli). (more…)

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