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Grotesque (Gurotesuku)

grotesqueLe commissioni di censura sono quanto di più inetto e inutile possa esistere e il caso di “Grotesque” lo dimostra ampiamente in modo definitivo.

Nessuno avrebbe mai notato un film così noioso, e privo di qualsiasi spessore artistico, se la British Board of Film Classification non avesse commesso lo stesso errore già compiuto con “Murder set pieces”: rendere la distribuzione del film illegale.

Una pubblicità simile il regista e sceneggiatore Shiraishi non l’avrebbe mai ricevuta.

La notizia ha fatto il giro dei vari media del fandom horror e in 24 ore “Grotesque” è diventato la mela avvelenata che tutti volevano assaggiare.

La censura inglese è nota per essere particolarmente intransigente e stolta (sia sufficiente pensare ai casi di “Arancia Meccanica” e di “Gangster n°1″), i divieti sono alti e i tagli pesanti; ma se questo film fosse uscito direttamente in dvd sarebbe rimasto abbandonato fra la polvere e nessuno ne saprebbe nulla.

Ad essere obiettivi, la motivazione che ha decretato il blocco della distribuzione del film non è criptica ed è ragionevole: “Grotesque” è pura pornografia della violenza, rappresentazione nuda e cruda di torture, spesso a sfondo sessuale, senza che vi sia null’altro a sostegno.

Tuttavia mi chiedo che cosa ci sia di così particolare che renda fruibile la serie “Saw”, sempre più demenziale e sempre più violenta, quando in questo film, a parte un paio di sequenze, non si vede nulla che non si sia già visto in molti altri film orientali, o persino americani.

Se la presenza di un plot giustifica la gratuità del massacro, allora questo è un caso di ipocrisia epica.

E se la BBFC avesse dichiarato che il film non doveva essere diffuso perchè è un obbrobrio tedioso, avrebbe avuto il mio plauso.

Invece, come al solito, siamo al paternalismo, al decidere che cosa un adulto possa vedere.

E penso che quello che più abbia irritato quei barbagianni sia la forte componente perversa e sessuale, non certo tutta la paraphernalia usata dal torturatore. Continua a leggere

GlennBrownTheatre-1Si è recentemente conclusa presso la Fondazione Sandretto di Torino la mostra dedicata a Glenn Brown, quarantenne artista inglese a quanto pare encomiato dalla critica e premiato dal mercato.

Ho scoperto casualmente la sua esistenza a Londra e sono rimasto subito abbacinato dalla sua tecnica pittorica.

Esplorando più accuratamente la sua produzione, e leggendo i vari editoriali a lui dedicati, ho ridimensionato il mio apprezzamento per Brown, ritenendo che ciò che dell’artista è considerato peculiare, e addirittura esaltato, per me è motivo di demerito.

Le opere di Brown e le parole profuse per descriverle mi consentono di mettere per iscritto alcune riflessioni sulla critica e sull’arte moderna, riflessioni di una persona qualunque che ama l’arte e la fruisce soprattutto a livello viscerale, come testimoniano alcuni miei post ai limiti del fanatismo su Francis Bacon, ma che non è così sprovvisto di un background culturale sufficiente per non farsi incantare da parole usate con maestria che temo sopravvalutino, e sovraleggano, l’attività di un artista.
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Grace

graceUna gravidanza desiderata strenuamente dopo due aborti spontanei, la fissazione per il vegetarianesimo, la scelta di un’ostetrica in odore di medicina alternativa.

Madeline vuole che ogni dettaglio sia curato questa volta, ma un incidente automobilistico le uccide il marito e il nascituro.

Mancano tre settimane al termine della gravidanza e Madeline decide di portarla avanti ad ogni costo.

Nasce Grace.

E’ morta, giace immobile tra le sue braccia, ma alcuni minuti dopo avviene un miracolo.

Nei giorni successivi strani avvenimenti annunciano che Grace è una bambina dalla natura e dagli appettiti particolari.

Uno degli horror più attesi al Sundance Festival non delude del tutto le aspettative indotte dal trailer.

“Grace” è un film che si muove nei territori della psicopatologia, più che dell’orrore e della mostruosità, ma riesce ad essere profondamente inquietante e disturbante trasformando la maternità e i suoi aspetti fisiologici in un’ossessione morbosa dai risvolti sanguinolenti.

Una visione che turba e che non sceglie strade prevedibili e già percorse, conducendoci lentamente per mano verso un finale tanto logico, quanto sconvolgente. Continua a leggere

Bastardi senza gloria

Bastardi-senza-gloriaChi conosce il sottoscritto sa che sono un tarantiniano incondizionato, uno di quegli ammiratori che ha sempre perdonato tutto ad uno dei suoi registi preferiti, anche quando l’(auto)citazionismo e il manicheismo dei dialoghi erano palesemente fastidiosi e in bilico tra omaggio, plagio e mera mancanza di ispirazione.

Un esempio clamoroso ne è stato “Death proof”, che comunque amo, non al pari dei precedenti, per l’eccezionale esibizionismo tecnico e per la capacità di creare nuove iconografie rielaborando quelle vecchie.

E pazienza se il film è spezzato malamente da un dialogo centrale di cui chiunque avrebbe fatto a meno.

Di fronte a “Bastardi senza gloria”, nonostante una critica soprendentemente ben disposta e una risposta di pubblico ottima (risate ed applausi incontenibili), non riesco a prendere le difese del regista.

Il film non mi ha entusiasmato perchè di Tarantino è rimasta solo una forma mentis che è ormai marchio di fabbrica, uno scheletro d’autore prevedibile, che si inceppa, costituito da scene e dialoghi interminabili privi di tensione che non incorniciano una sola volta una sequenza che possa essere definita memorabile, così come non lo sono di certo le frasi pronunciate dai protagonisti.

E’ lecito chiedersi come sia stato speso il budget di 70 milioni di dollari, quando sullo schermo vediamo un film che non brilla per spettacolarità o scene d’azione, oltre a non elevarsi sopra una media pantomima tarantiniana. Continua a leggere

District 9

District9Sorto dalle ceneri della trasposizione di “Halo” , sviluppato a partire dal corto “Alive in Joburg” e sostenuto con forza dal nome di Peter Jackson a capo della produzione, “District 9″ si merita il successo trasversale di pubblico e di critica che ha ottenuto.

Incluso l’effetto collaterale di farsi bandire dalla Nigeria, ma ciò è cosa buona e giusta.

“District 9″ è un film solidissimo, diretto e sceneggiato con una mano talmente sicura che è lecito sospettare che il regista e autore Blomkamp abbia il talento sufficiente per sorprenderci negli anni a venire.

Nato come produzione indipendente e relativamente poco costosa (30 milioni di dollari che generano un risultato visivo che vale il triplo),  ha rappresentato l’occasione ottimale per il regista di esercitarsi con il suo primo lungometraggio in totale libertà, pertanto potrebbe sorprendere più di una persona che pensa di assistere all’ennesima spielberghiana (e quindi lagnosa) versione di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

Basandosi sulla sua esperienza in Sud Africa, Blomkamp racconta nuovamente l’apartheid, punisce un protagonista dal cognome olandese (cinismo storico verso i colonialisti) incentrando il film sul suo dramma personale e la sua evoluzione psicologica e ci stupisce con sequenze in stile mockumentary che avrebbero da insegnare qualcosa a Michael Moore, momenti di azione frenetica ed iperrealista, pur nella loro dimensione fantascientifica, e conuna sceneggiatura che calibra con maestria le ellissi, per raccontarci ben dieci anni di antefatto, e che non perde mai di vista i personaggi. Continua a leggere

Taxidermia

taxidermiaposterGrazie alla Tartan è possibile recuperare l’enigmatico “Taxidermia”, diretto da György Pálfi e basato sui racconti di Lajos Parti Nagy.

E’ una produzione ungherese che ha lasciato esterrefatto ogni spettatore e critico, sia per il surrealismo criptico e grottesco sia per gli eccessi rappresentati con un elegante stile visivo che consente di tollerare le sequenze più controverse.

“Taxidermia” segue le vicende principali di tre generazioni familiari.

La prima è rappresentata da Vendel, soldato semplice ossessionato dal sesso e dal voyeurismo e vessato da un superiore che porterà termine in modo violento alla sua vita, non prima che Vendel sia riuscito a ingravidarne la moglie.

Il parto da alla luce Kalman, dalla coda di maiale, che diverrà il più famoso “speed-eater” dell’Ungheria fino a trasformarsi in una creatura deformata e dal ventre abnorme.

Il figlio di Kalman, Lajos, è al contrario un individuo esile e diafano, timido, incapace di trovare un approccio sessuale con le donne e dedito per passione e lavoro alla taxidermia, unico suo sfogo esistenziale per sfuggire agli improperi del padre, da lui deluso perchè non ha mai voluto seguirne le orme fino a costringerlo, per compensare, a imprigionare dei gatti da nutrire con porzioni di cibo pantagrueliche.

E il destino di Lajos sarà quanto mai atroce.

Satira politica, film sull’arte, distillato di follia ed estro senza senso, sotto qualsiasi ottica lo si affronti “Taxidermia” non lascia indifferenti, appaga l’occhio e riesce a divertire nonostante un insanabile cinismo di fondo. Continua a leggere

foto“Anything in art seems cruel because reality is cruel. Perhaps that’s why so many people like abstraction in art, because you can’t be cruel in abstraction.”

La casa editrice “Thames & Hudson” ha ripubblicato nel 2008 la versione riveduta e corretta delle interviste di David Sylvester a Francis Bacon, che coprono il lungo arco di tempo compreso tra il 1962 e il 1986.

Si tratta di un documento eccezionale che consente di penetrare nell’habitat di uno dei più grandi artisti dell’ultimo secolo, mai appesantito da un eccesso di dettagli tecnici e, visto il piacere malcelato di Bacon di discutere della propria opera, di uno scambio intellettuale in ultimo umano, fin troppo umano.

I dipinti di Bacon non solo sono innovativi e unici, ma per quanto apparentemente criptici risultano emotivamente perturbanti e trasparenti, comunicando direttamente col nostro inconscio; tuttavia le interviste costituiscono una testimonianza che vorremmo possedere di ogni grande pittore e che consente di custodire nel tempo anche il pensiero dell’artista.

Essendo Bacon una persona estremamente complessa, le sue parole non sottraggono alle opere fascino e mistero, ma al contrario lo rafforzano, demistificando alcune diffuse ed errate interpretazioni del suo lavoro e conducendoci al nucleo delle sue fonti ispirative, del metodo di lavoro e degli scopi che si prefiggeva.

L’effetto è quello di essere sbalzati in un mondo mentale in cui lottano le ricerche estetiche, precise e razionali, e la volontà rabbiosa dietro i suoi gesti pittorici, istintivi e frequentemente accidentali, non filtrati dalla coscienza.

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