Le commissioni di censura sono quanto di più inetto e inutile possa esistere e il caso di “Grotesque” lo dimostra ampiamente in modo definitivo.
Nessuno avrebbe mai notato un film così noioso, e privo di qualsiasi spessore artistico, se la British Board of Film Classification non avesse commesso lo stesso errore già compiuto con “Murder set pieces”: rendere la distribuzione del film illegale.
Una pubblicità simile il regista e sceneggiatore Shiraishi non l’avrebbe mai ricevuta.
La notizia ha fatto il giro dei vari media del fandom horror e in 24 ore “Grotesque” è diventato la mela avvelenata che tutti volevano assaggiare.
La censura inglese è nota per essere particolarmente intransigente e stolta (sia sufficiente pensare ai casi di “Arancia Meccanica” e di “Gangster n°1″), i divieti sono alti e i tagli pesanti; ma se questo film fosse uscito direttamente in dvd sarebbe rimasto abbandonato fra la polvere e nessuno ne saprebbe nulla.
Ad essere obiettivi, la motivazione che ha decretato il blocco della distribuzione del film non è criptica ed è ragionevole: “Grotesque” è pura pornografia della violenza, rappresentazione nuda e cruda di torture, spesso a sfondo sessuale, senza che vi sia null’altro a sostegno.
Tuttavia mi chiedo che cosa ci sia di così particolare che renda fruibile la serie “Saw”, sempre più demenziale e sempre più violenta, quando in questo film, a parte un paio di sequenze, non si vede nulla che non si sia già visto in molti altri film orientali, o persino americani.
Se la presenza di un plot giustifica la gratuità del massacro, allora questo è un caso di ipocrisia epica.
E se la BBFC avesse dichiarato che il film non doveva essere diffuso perchè è un obbrobrio tedioso, avrebbe avuto il mio plauso.
Invece, come al solito, siamo al paternalismo, al decidere che cosa un adulto possa vedere.
E penso che quello che più abbia irritato quei barbagianni sia la forte componente perversa e sessuale, non certo tutta la paraphernalia usata dal torturatore. Continua a leggere
Si è recentemente conclusa presso la
Una gravidanza desiderata strenuamente dopo due aborti spontanei, la fissazione per il vegetarianesimo, la scelta di un’ostetrica in odore di medicina alternativa.
Chi conosce il sottoscritto sa che sono un tarantiniano incondizionato, uno di quegli ammiratori che ha sempre perdonato tutto ad uno dei suoi registi preferiti, anche quando l’(auto)citazionismo e il manicheismo dei dialoghi erano palesemente fastidiosi e in bilico tra omaggio, plagio e mera mancanza di ispirazione.
Sorto dalle ceneri della trasposizione di “Halo” , sviluppato a partire dal corto “Alive in Joburg” e sostenuto con forza dal nome di Peter Jackson a capo della produzione, “District 9″ si merita il successo trasversale di pubblico e di critica che ha ottenuto.
Grazie alla Tartan è possibile recuperare l’enigmatico “Taxidermia”, diretto da György Pálfi e basato sui racconti di Lajos Parti Nagy.
“Anything in art seems cruel because reality is cruel. Perhaps that’s why so many people like abstraction in art, because you can’t be cruel in abstraction.”




