L’adattamento cinematografico ad opera di Lynne Ramsay (regista e sceneggiatore) dell’omonimo romanzo di Lionel Shriver suscita, per tematiche affrontate ed echi di cronaca nera, un’inevitabile curiosità che si colloca tra la riflessione e la morbosità.
Protagonista del film non è il malvagio e ineffabile Kevin (un mellifluo e androgino Ezra Miller), primo attore di una strage annunciata che si colloca sullo sfondo di un puzzle di memorie, pensieri ed episodi di un tormentato rapporto madre-figlio che si compone dolorosamente sullo schermo come riflesso della mente di Eva, donna che rinuncia alla passione per i viaggi e le avventure per dedicarsi alla maternità.
Fin da bambino Kevin sembra nutrire un sentimento di rivalsa verso la genitrice, come se ne percepisse l’affetto forzato e la stanchezza dell’accudimento, o forse perché Kevin è congenitamente cattivo e manipolatore, ruffiano e dolce con il padre sempliciotto e assente (John C. Reilly), dispettoso e aggressivo con Eva, in una continua ricerca di provocazione violenta che riuscirà persino a suscitare.
Il film parte dalle conseguenze del dramma, dall’isolamento di Eva, dall’apartheid sociale, dall’impossibilità di ricostruirsi una vita normale dopo l’atto tragico di cui vedremo il nascere inframezzato all’ossessiva ricerca di una spiegazione, di una causa, di errori e di colpe.
Eva ripercorre gli ultimi sedici anni della propria vita determinando la stessa struttura del film: il presente alla deriva e il passato che si avvicina al presente senza che alcun cerchio si chiuda o che alcuna risposta sia trovata. (more…)





