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Peace is for pussies

Kitsch-night in Transilvania

Vogliamo assaggiare il cazzo del demonio.
Non ci sarà un sabba (purtroppo), è solo un piatto a forma di pene gigante ricco
di ogni leccornia.
Buio.
Solo una fievole luce rossa sulle pareti da antico maniero, decorate con teschi, lapidi di famosi vampiri, candele, gargoyles e
ritratti di loschi individui che dovrebbero incutere timore.
In effetti la donna dai piedi mutilati, seminuda e sgozzata non è molto rassicurante.
Aver letto “Il tumulo” poche ore prima mi fa pensare che sia un’inconsapevole
rappresentazione delle torture inflitte dagli Antichi alla donna che aiuto’ Zamacona a fuggire.
L’arredamento è stupendamente darkitsch e decido che le statue delle mummie e della morte accoglieranno i visitatori della mia futura casa.
Il barista ha capelli lunghi e corvini, lenti a contatto bianche ed un taglio degli occhi femmineo ed arcigno.
Uno splendido vampiro.
Il mio Lestat.
Mentre sogno di esserne rapito, mi comunica che non preparano da mangiare con
la stessa solerzia di un burocrate.
Niente cazzo del demonio e neanche il suo.
Troppo eterosessuale per essere un vampiro.
Guardo i tappeti, i tavoli a bara, i teschi ed il pitone morto e mi siedo in un angolo del locale col mio ex-boyfriend.
L’ho lasciato da poco, non l’amavo, ho troppe questioni irrisolte ed altre persone per la testa, sono riuscito solo ad affezionarmi.
L’ho ferito un poco per non ucciderlo piu’ avanti; ma è due settimane che lo sento triste per questa situazione fra noi e c’è un imbarazzo tangibile.
Alziamo gli occhi per leggere il cartello indicante il girone in cui ci siamo seduti.
I suicidi.
Ironico e ben augurante.
E’ pieno di ragazzini che osservo divertito: sono così stupidi e vitali, quanto io sono incosciente e autolesionista.
Giocano in questo locale finto rock, finto maledetto, finto alternativo.
Due minorenni, per scommessa col trucido d.j., rimangono in mutandine e reggiseno nel girone centrale, quello dei lussuriosi,
sotto un grande portacandele circolare e ragnatele (ovviamente finte anch’esse).
Vestiti di nero, con anfibi, borchiati.
Sorrido.
Guardo il mio braccialetto borchiato, i jeans sdrucidi e sfilacciati, le scarpe rovinate, la t-shirt con serpenti, segni zodiacali e pentacolo.
Sorrido di imbarazzo verso me stesso.
E’ tutto un recitare il ruolo dei finti cattivi, dei finti disinibiti (eccetto me ovviamente, se non per altro per motivi di età…), dei finti maledetti, delle finte puttane del demonio (Satana, mi senti? Sono ancora nel fiore degli anni!)…
Non parliamo molto io ed il mio ex, avevo ragione io, la storia si stava esaurendo, avrebbe potuto degenerare.
Tuttavia si stava innamorando.
Eppure lo sapeva, lo sapeva che non volevo, che non avevo la mente sgombra, che avevo bisogno di essere ricaricato e che la deve smettere di schiacchiare chiodi nel cervello con altri chiodi.
Questo è un non-luogo per l’Amore, c’è solo (finta) morte ed una vera cattiva digestione: i giapponesi realizzano degli ottimi anime, ma impeditemi di entrare un’altra volta in un loro ristorante.
Avete il permesso di azzopparmi con un macete.
La musica è sempre piu’ fiacca, altro che brividi industrial, non sopporto piu’ lo sguardo triste nei liquidi occhi verdi del mio ex-lover, sono riuscito a rovinargli persino quello che in lui mi piace di piu’ e che mi aveva spinto a presentarmi (dopo due settimane di titubanze, depressione isterica per altri motivi, tre cocktails ingurgitati di seguito ed un disperato bisogno di baciare qualcuno…la timidezza è la peggiore delle carogne, nonchè il segno piu’ evidente di una personalità narcisista…), non sopporto piu’ gli strepiti alcolici dei ragazzini, il barista che flirta con la ragazza piu’ sexy sotto il mio sguardo carico di odio e desiderio, tutto quella finta cattiveria mentre si alterna musica degna di una sala di ballo per ottuagenari.
Buio.
Le grandi tende rosse vengo tirate in un fruscio di polvere e metallo.
Iowa degli Slipknot inizia, per proseguire nei suoi 17 minuti di terrore.
Le lapidi si aprono, i teschi gemono, sangue cola dalle pareti e dai porta-bottiglie fatti di ossa, una corrente gelida circonda le gambe degli avventori, il mio ex è appoggiato con la schiena alle pareti, la bocca aperta, gli occhi vitrei e lo sguardo rivolto verso l’alto.

Il barista è dietro di me, per proteggersi, non per affondare i suoi perlacei canini nelle mie vene.
I ragazzini sono sotto i tavoli, immobili, raggelati in pose plastiche di orrore e mortale meraviglia.
I ritratti sembrano animarsi e conversare tra loro.
Sento le mani del barista scorrere lungo la mia schiena, sta svenendo.
La luce rossa si accende e spegne a lenta intermittenza.
Il cartello con su scritto “Suicidi” si muove e cigola.
Le chitarre salgono e si distorgono sempre piu’.
Le urla arrivano da lontano.
Qualcosa sta stuprando su un tavolo, con calma voluttà, una delle ragazzine, che mi fissa dal suo rigor mortis.
Il sangue ha reso il pavimento una pozzanghera.
Prendo una sigaretta dal pacchetto sul tavolo.
Non ho mai fumato, ma prima di morire posso pure concedermelo, non credo mi ucciderà prima.
Vlad valuta tra le mani il peso di una delle accette appese ai muri, mentre la contessa Bathory mi invita a sedermi al tavolo dei Lussuriosi.
Sento un rumore di carne strappata e liquidi dal punto dello stupro.
Offro una sigaretta anche ad Elizabeth, che gentilmente rifiuta.
Io accendo la mia, ma non riesco a fumarla, la mia gola si ribella.
Parlo con la contessa, non pensavo fosse così affabile e disposta a parlare di sè.
-Il problema è che non si puo’ giocare con la morte, senza pagarne le conseguenze od ottenere risultati inimmaginabili-
Vlad si siede con noi.
-La tua mente ancora non vacilla. Ho per te un’ultima sorpresa, chissà se ne sopporterai la vista, il tocco…-
Rimango solo.
Con il mio Lestat.
Immersi in quel buio interrotto da lampi rossi.
E’ nudo, attraente, virile, lo sguardo tagliente.
Ed è morto.
Prende il mozzicone di sigaretta dalla mia mano, lievemente tremante e nervosa,
e lo spegne sorridendo sul suo collo, marmoreo e teso.
Si siede sul tavolo, eccitato.
Mi alzo in piedi, lo sovrasto e lo fisso negli occhi cerulei prima di baciarlo.
E’ l’ora di prendere il treno e ritornare a casa.
Galleria dopo galleria, un tuffo nel buio dopo l’altro, l’impossibilità di sfuggire ad un male ineluttabile.
Nelle tenebre del ritorno sento sussurrare.
-Benvenuto tra noi. Benvenuto dall’altra parte-.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/04/2005 da in Flussi di incoscienza con tag .

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