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Peace is for pussies

“Old boy” – Immoralità della redenzione

oldboy.jpg Sorridi e il mondo sorriderà con te.
Piangi e piangerai da solo.

In questa frase si concentra tutto il senso di “Old boy“, un vero e proprio trattato di entomologia umana trasposto in immagini e situazioni così potenti e surreali che in alcuni momenti ti si blocca il respiro.
Per la sensazione di disorientamento.
Per l’eleganza formale in cui è avvolta una tale discesa nell’orrore.
E nella disperazione.
Il principio che ne determina lo svolgimento è l’estremizzazione delle potenzialità violente e vendicative dell’uomo, portate a conseguenze crudeli ed autodistruttive.
La solitudine come condizione intrinseca e inevitabile.
L’amore come fonte di morte, finzione e dolore, in quanto impossibile da vivere, e proprio per questo motivo devastante in quanto è il primum movens delle azioni dei protagonisti, vendetta inclusa.

Dae-soo viene imprigionato senza apparente motivo per ben 15 anni in un monolocale, dove trascorre il tempo davanti alla televisione, tirando pugni contro il muro, tentando il suicidio e cedendo al sonno solo quando un gas soporifero riempe regolarmente la sua stanza ogni notte.

Accumula rughe e odio, forza e rancore.
La sua esistenza è diventata così priva di senso e prospettiva che quando finalmente viene liberato l’unico fine che potrà perseguire sarà vendicarsi dei suoi sequestratori.

Paradossalmente la liberazione di Dae-soo coinciderà col suo rimanere progressivamente intrappolato in una macchinazione progettata da anni dal suo carnefice, con meticolosa cura per i dettagli più perversi.
Quello che attende Dae-soo è un contrappasso per una colpa passata che ha rimosso, un’espiazione che tuttavia non lascerà redento nessuno.

L’atmosfera è surreale, vagamente à-la-Lynch.
La storia è inframezzata da diversi registri cromatici a sottolineare passato e presente, realtà e dimensione mentale, e si precipita sempre più in un contesto in cui i confini tra allucinazione e realtà sono labilissimi, culminando nelle desolate scene finali che spostano l’azione dalla periferia coreana all’arida e innevata Nuova Zelanda.
Movimenti di telecamera (il piano sequenza della lotta a colpi di martello) e inquadrature sono sempre studiati al millimetro, senza mai compiacimento o far calare il ritmo serrato, ma senza neanche rinunciare a quella costruzione formale che più di una volta regala vera e propria eccitazione visiva (avrei fermato il film nel momento in cui Dae-soo, cadavericamente bianco, si staglia di profilo contro una parete illuminata di viola su cui è disegnato uno tsunami che sovrasta il protagonista, appoggiato al registratore che rimanderà alle sue orecchie i gemiti di piacere di un riprovevole amplesso).

Eppure la vera forza di “Old Boy” risiede nel carico emozionale di certe scene e del dolore dei protagonisti, disintegrati dalla rabbia e dai sensi di colpa.

Non c’è salvezza per Dae-soo, nessuna redenzione, dato che l’unico spiraglio in un mondo di odio sarebbe l’amore.

Ma per Dae-soo implicherebbe una scelta così forte, così immorale, data la natura dell’unica forma d’amore incontrata dopo 15 anni di prigionia, che non potrà far altro che dimenticare e dimenticare ancora.

Il ricordo nutre il rancore che diventa una bestia incontrollabile fino a trasformarti in un angelo vendicatore o portarti a desiderare di essere ingabbiato nella più profonda delle tue prigioni mentali.

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Questa voce è stata pubblicata il 13/05/2005 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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