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Peace is for pussies

A bunch of movies

00000615.jpgVital” di S. Tsukamoto

Algido e “blue”, drammatico ed onirico, disperato, ma non retorico o enfatico.
Anzi, silenzioso, quasi disturbato dai pochi dialoghi.
Affronta il tema della ricerca delle cause della fine di un amore da parte di persone ormai alienate dalla vita metropolitana, da un eccesso di scientismo che porta alla freddezza, all’incapacità di gioire per la bellezza delle cose e dei corpi, perfino di un corpo umano sezionato.

Non sono forse affascinanti le tavole anatomiche di Leonardo Da Vinci, cui chiaramente il film fa riferimento?
La trama?
Il bellissimo Tadanobu Asano perde in un incidente la sua ragazza.
E perde anche la memoria.
Spinto dai sogni frustrati dei suoi genitori, soffoca le sue velleità creative, si iscrive alla facoltà di medicina e si ritrova a sezionare proprio il cadavere della sua ragazza; trascorrerà il tempo a smembrarlo e disegnarlo (di base è un artista, non un freddo osservatore di corpi) in ogni sua parte, muscolo, viscere, alla ricerca del passato…e i ricordi, dolci e dolorosi, riemergeranno.
Di che cos’è fatta una persona?
Di elementi fisici?
Dove risiedono i suoi ricordi, la sua anima?
Che cos’è che ci tiene vivi?
Ricordo che in alcuni momenti mi sono sentito vivo all’improvviso sentendo l’odore del cemento bagnato dalla pioggia e osservando le luci dei lampioni riflesse su scalinate umide.

Il film è fatto anche di sensazioni simili.
Scordatevi lo Tsukamoto di “Tetsuo
“.
Qui siamo dalle parti del minimalismo lirico, un misto tra Cronenberg e un film francese!

“Marebito” di Shimizu

marebito.jpgTsukamoto in questo film è l’attore protagonista.

Un fanatico del video-digitale scopre un mondo sotterraneo a Tokyo e porta a vivere con sé una ragazza trovata nuda e incatenata in una piccola caverna. L’affascinante creatura bisognosa di sangue è membro di specie nascosta in un luogo che ricorda le montagne della follia; ci sono infatti riferimenti espliciti a Poe, Lovecraft, l’Agarthi della Blavatsky.
Una ricerca esasperata dell’orrore e del terrore attraverso la ripresa video da parte del protagonista.
Una lenta discesa nella follia omicida e in un legame sado-maso con la creatura.
Ed un finale gelido ed agghiacciante.
Girato in 8 giorni, in parte in digitale, è davvero un bel film sul fascino del voyeurismo, della violenza filmica, nonché complessivamente una metafora di una discesa nell’inconscio che porterà il protagonista a diventare prigioniero delle proprie fantasie.
Come disse col suo solito tono sarcastico Pinhead in Hellraiser: Deader: -Bisogna sempre stare attenti a ciò che si desidera: si potrebbe realizzare.-

 

“Saw 2”, il seguito di “Saw-L’enigmista”.
sawii.jpg Se vi è piaciuto il primo, sappiate che questo è migliore.

Una sceneggiatura di ferro, niente derive eccessive alla MTV, a parte nelle prime scene al commissariato di polizia, una violenza estrema e deliziosamente gratuita e un colpo di scena finale da applausi, decisamente plausibile e d’impatto, non azzardato come quello del primo episodio.
Tra l’episodio della tossico-dipendente gettata in un pozzo pieno di siringhe, l’uomo bruciato vivo in un forno, mani intrappolate tra lame, e la scena in cui per leggere un numero stampato dietro al proprio collo uno dei protagonisti usa un coltellaccio per lacerarsi un grosso lembo di carne, ce n’è per tutti i gusti. Cattivi gusti.

Per non parlare dell’inizio che cita il primo film: vi strappereste un occhio con un bisturi per prendere la chiave infilata nella vostra cavità orbitaria per aprire il marchingegno che sta per spappolarvi la testa?
Solo per chi gode della violenza sullo schermo; leggete le recensioni americane e capite che intendo: è stato definito osceno e gratuito.

“Manderlay” di Lars Von Trier

manderlay.jpg
Abbandonato il tono metafisico di “Dogville“, Von Trier ci fa capire come sia difficile imparare la libertà per chi non l’ha mai vissuta.
Estremo nel modo di girare e nel pensiero, odiatissimo da molti critici, attaccato in ogni modo, per me Von Trier è un regista molto attuale e con le palle quadrate.
Se vi è piaciuto Dogville forse non lo reputerete migliore, anche perchè vengono abbandonate le atmosfere più universali ed etiche di quell’episodio, mentre in “Manderlay” ci si concentra sui temi della libertà e del razzismo, ma la forza e la coerenza di questo film sono notevoli.

three-extremes.jpg“Three…extremes”, un trittico horror diretto da Takashi Miike, Fruit Chan e Park Chan-wook.
Il primo e il terzo sono due tra i più grandi registi degli ultimi 10 anni e forse di sempre.

Siete pronti ad assistere alle storie di gemelle siamesi, incesti, donne che per ringiovanire si nutrono di feti abortiti o del sequesto di un’intera famiglia da parte di un pazzo condito da scene di mutilazioni e frullati di dita?
Film raffinatissimi per il montaggio, lo stile, la cura dell’immagine, e durissimi nei contenuti.
Un grande esercizio di stile il primo episodio di Miike, orchestrato tra sogno e realtà, fantasie di morte e di sesso.
Il secondo, di Fruit-chan, solo con il rumore fra i denti dei ravioli farciti con feti fatti a pezzetti procura brividi: è il racconto di quanto si possa superare il limite pur di rimanere giovani ed attraenti.
La scena finale è un vero colpo nello stomaco e volutamente “immorale”.
Alcune donne hanno abbandonato il Festival di Venezia durante la visione di questo film.
In parte lo si può considerare offensivo, in parte è letteralmente food for thought: mangereste il feto di vostro figlio se sapeste che è il nutrimento migliore per la vostra pelle?

Iterzo episodio sembra un omaggio a Brian De Palma, in particolare al suo “Omicidio a luci rosse“, e a Hitchcock.

Chan-wook fa sfoggio di gran gusto visivo come al solito, schiacciando più del solito il tasto della violenza e del grottesco per raccontare il delirio di uno schizofrenico.

Uno dei migliori horror usciti negli ultimi anni, e pure di serie-A, non uno dei soliti slasher di serie-B.
Ultimamente sono stati distribuiti solo film mediocri, anche i tanto decantati “The descent” e “Wolf Creek” sono solo robaccia ritrita, nel caso di “Wolf creek” pure noiosa fino alla morte.
Qui c’è cinema, classe e soprattutto nessun limite.

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