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Peace is for pussies

“E morì ad occhi aperti” – D. Raymond

raymond1.jpgIn questo post vi raccontero’ della fastidiosa, e fortunatamente breve, lettura che ho affrontato lasciandomi ingannare da sensazionalistiche recensioni e dai commenti di noti scrittori italiani, che ultimamente mi sembra che compaiano solo sulle copertine di romanzi altrui perchè di propri non ne sanno piu’ scrivere.

E morì ad occhi aperti” è il primo libro di una serie di supposti noir aventi come protagonista uno stereotipatissimo detective: rude, volgare, battuta pronta per schernire i propri superiori.
Non è detto che affrontare una storia o personaggi stereotipati non significhi offrire elementi di originalità (è sufficiente vedere che cosa sia riuscito a fare al cinema Cronenberg con “History of violence“, che non cito a caso).
Ma Raymond non ci riesce.

Stile essenziale, crudo, si legge in modo scorrevole, tranne quando inciampa in quella che secondo me è la caratteristica principale di questo scrittore (che è morto e forse ce ne dobbiamo rallegrare): il sentimentalismo reazionario.

Il romanzo sembra solo un pretesto per mostrare la propria visione del mondo: una mela marcia che non assomiglia neanche lontanamente a un bel mondo bucolico passato.

Ogni dieci pagine c’è qualche dissertazione allusiva a un mondo appestato da tossici, hippies, rivoluzionari falliti, intellettualoidi insopportabili e così via.

Una vera e propria lamentatio continua sullo stato attuale della realtà urbana, che per Raymond sembra coincidere con una grossa periferia abitata solo da delinquenti e disadattati.

Insopportabile il detective così come tutti i dialoghi assurdi, e che dovrebbero essere sferzanti, nei quali lo si vede coinvolto.
Insopportabile la vittima dell’omicidio, le cui memorie sono registrate su audiocassette.
I suoi ricordi sono così patetici, tronfi, pieni di retorica e soprattutto di moralismo, che invece di vedere la realtà attraverso la sua prospettiva molto ristretta, ti congratuli che l’abbiano massacrato.
I suoi ricordi di vita nella campagna francese sono quanto di piu’ inutile e patetico abbia letto negli ultimi anni.
Non c’è esistenzialismo in quel che racconta e commenta, solo predica da vecchio prete di campagna, per di piu’ inetto e stupido, vessato dal figlio tossico e dall’amante prostituta e delinquente nonchè (giustamente!) dalla vita stessa!

Come poliziesco è pessimo; come noir non regala nè brividi nè atmosfere ambigue (non so bene che libro abbiano letto i recensori dei quali sono riportati i commenti sul retrocopertina) e se devo considerare una specie di eroe lucido un nerd alcolizzato che decide coscientemente di morire, che paga per essere ucciso da persone che lo detestano, amante psicopatica compresa, come se morire guardando la realtà in faccia (una realtà parziale e faziosa che esiste solo nella testa dell’autore), ad occhi aperti appunto, in segno estremo di autocoscienza, fosse un atto degno di ammirazione, o Raymond ha una visione del mondo così reazionaria e pessimista da scrivere scempiaggini simili, pensando che il libro debba condurci a trovarci d’accordo con lui, o io semplicemente sono il target sbagliato per romanzi simili.

Ma chi puo’ gradire davvero un noir moralista, sgangherato e pieno di retorica?

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Questa voce è stata pubblicata il 26/12/2005 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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