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Peace is for pussies

Match point

match-point.jpgA chi ha pronosticato una fase discendente della sua carriera, Allen risponde con un doppio pugno in faccia (certo, assestato con eleganza): un film perfetto (rovinato dal solito ignobile doppiaggio) ed una storia dalla morale quasi estrema nel suo pessimismo.
Chris è un povero irlandese le cui uniche doti sono saper insegnare a giocare a tennis ed essere impunemente bello.
Il lavoro presso un prestigioso club londinese, frequentato da vacui ed insopportabili rampolli della buona società, gli consente di entrare nelle grazie di Tom Hewlett e soprattutto dell’insipida sorella Chloe.
La famiglia Hewlett è la materializzazione di tutti i sogni frustrati di Chris: vive tra una lussuosa casa londinese e una splendida tenuta di campagna, si nutre di arte ed opere liriche ed ogni agio è a loro portata.
In agguato, tuttavia, c’è una tentazione piu’ forte, Nola, la fidanzata di Tom: assolutamente bella ed irresistibile, un’attricetta fallita originaria del Colorado, in cerca di fortuna come Chris e lontana da quel mondo dorato e prefabbricato.
Quanto Nola è erotismo pulsante, tanto Chloe è priva di sensualità, personalità ed assomiglia solo alla proiezione dei progetti borghesi nei quali una donna di un certo ceto sociale deve quasi coercitivamente realizzarsi ed annullarsi.
Nola offre solo passione dirompente, non certo stabilità economica e soprattutto lusso, loft, negozi di Cartier e Ralph Lauren e status symbols.
Chris ha indubbiamente talento, ma soprattutto è un individuo fortunato, l’uomo giusto al momento giusto e sarà pronto a compiere un gesto atroce pur di non perdere cio’ che la vita gli ha regalato.
Tema portante del film è proprio la casualità dell’esistenza umana, il suo procedere per eventi sui quali non abbiamo mai reale controllo.

In un dialogo serrato alla “Manhattan” Chris, esprimendo cinismo ed amarezza, attacca i concetti di provvidenza e fede, definita la soluzione piu’ facile, e si schiera a favore della teoria della casualità del tutto.
Il talento non è davvero importante, cio’ che davvero pesa nella vita è essere fortunati e sulla sorte nessuno ha potere.
E’ una storia di delitto senza castigo, dove la giustizia non esiste perché fortuitamente Chris riuscirà ad evitarla, solo per puro caso, nonostante il delitto da lui ordito sia compiuto in modo maldestro.
Chris ha la percezione chiara del male compiuto, ma che cosa importano i concetti di bene e male in un mondo in cui non necessariamente il primo ha conseguenze positive e il secondo non viene punito?
I sensi di colpa ed una routine familiare da sopportare, quando sei miliardario, possono diventare solo fastidi sopportabili.
Il pessimismo cosmico di Allen è coerentemente e compiutamente illustrato in questo splendido e claustrofobico film, soffocante perché chiunque puo’ avere ragionato come Chris, abbagliato dall’ambizione e dall’agiatezza economica e ci si identifica facilmente, soprattutto nel suo essere inizialmente imbarazzato in un certo tipo di ambiente, dall’altra si sente il rumore dei lucchetti della gabbia dorata che si sta costruendo intorno volontariamente, in una sorta di comportamento da “richness addicted”.
E’ un film che determina il ritorno di Allen ad atmosfere seriose (in realtà è ricco di battute fulminanti e memorabili o scene ironiche, ma nel contesto generale strappano solo risate amare e fanno da contraltare all’orrore del gesto di Chris), ma la dose di cattiveria profusa, nel dipingere certi personaggi, un certo tipo di società moderna e le sue pulsioni, è inusuale.
Non ci sono vie d’uscita e l’esistenzialismo di Allen non è mai stato così programmaticamente negativo.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/01/2006 da in Cinema, recensione con tag , , .

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