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Peace is for pussies

“Brokeback mountain”

brokeback-mountain.jpgMi son chiesto se fosse preoccupante che “Brokeback Mountain” non solo non mi abbia emozionato, ma mi abbia addirittura irritato.
So bene di essere diventato mostruosamente cinico negli ultimi mesi, ma ho temuto davvero che il mio cuore fosse diventato di porcellana.
Il problema è che il film da una parte ha risvegliato vissuti personali, piuttosto fastidiosi e ricorrenti, ma dall’altra ci sono elementi obiettivi per affermare che questo film è sopravvalutato in modo incredibile.
E non voglio esercitare dietrologia adducendo motivazioni maliziose sul perché abbia vinto prima il Leone d’Oro e poi i Golden Globes.
C’è un problema di fondo prima di tutto, cioè l’ambientazione.
E’ talmente lontano quel contesto dal mio immaginario personale che vedere per almeno un’ora spazi aperti, praterie, montagne, pecore e mucche inquadrate con autocompiacimento cartolinistico (se alcune immagini sono molto belle, per lo piu’ la maggior parte è statica e soprattutto assolutamente inutile e pleonastica), ha creato un corto-circuito col mio mondo visivo interiore, decisamente piu’ cupo e claustrofobico.
Premesso cio’, ho fatto lo sforzo di provare ad immergermi in questo contesto old-style west, ambientato a partire dal 1963, ma francamente all’ennesimo pascolo di pecore ho sognato gli Apache di “Apocalypse now” che spargevano napalm su quelle inermi, quanto fastidiose bestie.
Il problema del contesto è personale, ma il primo moto di rifiuto, in realtà, l’ho provato alla scena di sesso tra i due protagonisti.
Ho capito subito che non era il film che speravo di vedere.

Si pontifica tanto sul romanticismo di questo film, quando di fatto i due protagonisti (Jake Gyllenhaal, che mi fa battere il cuore come sempre, ma attorialmente inetto, per di piu’ doppiato dal solito incompetente, e Heath Ledger, stranamente in parte, visto che è un pessimo attore, ma interprete di un personaggio che per me rappresenta il fondo che puo’ raggiungere un gay) si vedono 2 volte l’anno per 20 anni.

Per far sesso.
Quante sono le inquadrature in cui assistiamo a baci o abbracci affettuosi?
Tre.
Avete letto bene.
Tre, per un totale di un minuto circa di film su due ore e mezza di rodei, paesi orribili, transumanze e donne truccate come Barbie.

Qualcuno ha definito il film “una storia d’amore per deduzione“.

In compenso la prima volta che avviene un approccio Jack Twist, con assoluta tranquillità, mette la mano di Ennis tra le proprie gambe; quest’ultimo fa il finto scandalizzato e si alza.
I due si guardano, non molto credibili, si slacciano i pantaloni, dopo di che Jack, come se lo facesse da sempre, gli offre risoluto il famoso broken-back ed Ennis, che fino a un minuto prima neanche sapeva masturbarsi, praticamente lo penetra, tipo stupro, in un colpo solo.
Mascella e testicoli sono precipati al pavimento al quale si sono incollati.
Se qualcuno ha provato, o se magari ha visto “Irreversible” di Gaspar Noè, sa bene perché la scena è alquanto inverosimile, per modalità, per impeto, perché è assurdo che proprio quei due passino in tre secondi da 0 a 100, e poi francamente non mi andava di vederli far sesso, avrei preferito gesti piu’ romantici o suggeriti, piu’ delicati e progressivi, come verosimiglianza vorrebbe.
Non una penetrazione rabbiosa, eseguita con fin troppa perizia per due cowboy inesperti e sessualmente complicati.
La scena non è neanche eccitante e non sono certo tornato a casa sognando quei due che si sodomizzavano a sangue.
Da qui in poi è stato un accumularsi di insofferenza per un film dai tempi dilatati, dagli episodi di comunissimi drammi famigliari che non suscitavano in me nessun interesse, se non per altro perché già visti mille altre volte, e diretto in un modo così convenzionale, televisivo, piatto, senza un solo guizzo di inventiva visiva o registica e monotono nella sua ripetitività, che un barlume di emozione l’ho provato solo nella scena in cui Ennis apprende della morte di Jack, se non fosse che il primo piano insistito sull’orrida moglie texana di Twist, truccata e pettinata come Britney Spears, è così “camp” che quel sentimento di dolore si è dissolto presto.
Tutto il finale del film è incentrato su Ennis, per me lo stereotipo del gay represso, problematico, incapace di lasciarsi andare.

Durante le scene per molti piu’ commoventi  (l’incontro coi genitori di Jack e il momento in cui Ennis ritrova la sua camicia sporca di sangue sotto il giubbotto di Jack e la stringe a sé) riuscivo a pensare solo: -Che idiota! Hai rovinato la tua vita e quella di Jack, che sarebbe ancora vivo, se solo avessi avuto piu’ coraggio. Ora sei fuori tempo massimo e conserva pure il tuo feticcio necrofilo che è l’unica cosa che avrai di lui ormai e l’unica che ti meriti-.
Non è questione di contesto sociale o culturale.
I gay sono spesso così anche nel 2006, uguali nel Texas come a Genova, e non riesco proprio ad identificarmi in quel personaggio così pedante e insopportabilmente disperato.
Detesto i ragazzi omosessuali che vivono in modo contorto la loro sessualità, e non posso assolutamente provare un briciolo di comprensione per Ennis ed il suo atteggiamento, che non cambia nell’arco di ben 20 anni!
E’ ridicolo che scoppi a piangere accusando Jack di aver fallito in tutto per colpa sua.
Se fossi stato Jack l’avrei abbandonato lì per sempre al suo destino.
Per quanto si puo’ sopportare?
Per quanto si puo’ soffrire, tollerare, comprendere, giustificare?
Come puo’ questo film chiedere di capire il dolore di Ennis, quando sotto i colpi delle spranghe meriterebbe di finirci lui?

Il film ha il pregio di raccontare come funzionino sovente i rapporti tra i gay, ma è una storia non risolta, che non approda a nulla, eppure invece di scegliere la strada piu’ logica di far percepire come tutto sia agghiacciante, di mostrare Ennis disperato, conscio degli errori compiuti, di un’intera esistenza perduta, si sceglie la via piu’ commerciale e facile: quella del sentimentalismo di bassa lega.
Che cosa vorranno mai significare le parole finali di Ennis, è un mistero (Jack, ti giuro…).
Comunicano quasi la volontà del protagonista di cambiare qualcosa, ma dopo 20 anni quella frase suona decisamente imbarazzante, grottesca e io di sangue ho visto sporca non la sua camicia, ma le sue mani.

Il film, come mi ha scritto il mio caro Henry, non vuole giustificare i repressi, esprime una solitudine cosmica.
E’ vero, ma è troppo accomodante e quasi consolatorio, come se ci fosse una sorta di riappacificazione finale fra lui e Jack.
Inaccettabile per la mia mentalità.

Mi rendo conto che in tutto questo giudizio l’esperienza personale ha giocato un ruolo fondamentale, ma so che ho anche addotto motivi obiettivi per ritenere questo film ben inferiore alle aspettative, piuttosto noioso ed abilmente studiato.

Ora vado a rivedermi “Edoardo II” di Derek Jarman.

Per piangere di emozioni vere.

UPDATE

Tra i vari commenti letti in giro per il web o ricevuti personalmente, quello che posto, leggermente modificato, sintetizza al meglio parte del mio pensiero in merito.
(Il commento l’ho tratto dal forum di gay.it, postato da un utente di nome Armadel; la sua mail è oscurata e non ho potuto contattarlo. Spero non se ne dispiaccia e se per caso leggesse questo post che mi informi pure se di parere contrario).

Se fossi un bigotto, sarei molto felice di questo film:

1) è l’ennesima dimostrazione che gli amori gay sono destinati a essere infelici
2) l’omosessualità nasce da condizioni particolari di isolamento maschile (carcere, seminario e, perchè no?, anche pascoli in alta montagna)
3) se ti dichiari omosessuale perdi il lavoro o qualcuno ti ammazza (teoria anche papale: la violenza come reazione alla visibilità)

Il film è noioso e l’aggettivo “pericoloso” proprio non mi era venuto in mente. Riflettendo sui punti che ho appena espresso, invece forse lo è: in effetti è pericoloso per tutti quei gay che non, essendosi ancora dichiarati si troveranno a confermare la propria idea che il coming out non sia un atto normale, ma una presa di posizione eroica.

Io passo vari mercoledì a spiegare ai ragazzi del Gruppo Giovani dell’ArciGay che la loro vita non potrà che cambiare in meglio dopo il coming out, e poi?

E poi vanno al cinema e si godono l’ennesima tragedia omosessuale.
Tanti sforzi per dare a dei ragazzini una visione allegra e positiva della loro condizione e un modello non conflittuale di gay e, come per incanto, si vedono confermate tutte le loro più oscure paure adolescenziali…

Io, davvero, lo farei vedere in parrocchia.

E in che modo questo film aiuta a superare le proprie paure?
Non è forse l’apoteosi eroica del rimpianto, quasi che esso sia la forma più perfetta di Amore?
Se fosse stato solo un film insulso (qual’è), ma fosse finito bene; lo avrei fatto vedere loro.
Poichè invece non vi è nulla di positivo, eviterò di farlo.

Se è davvero una storia d’Amore, è la dimostrazione che esso non ha la forza di superare alcun ostacolo, nè sociale nè psicologico; che l’unica consolazione del vigliacco è il gusto dolceamaro del rimpianto, il feticismo del passato, l’isolamento del diverso….

Un commento su ““Brokeback mountain”

  1. 69th
    28/04/2008

    ciao!
    volevo dirti che arrivo qua da un pianto assurdo per cavolazzi miei e mi hai fatto fare una risata cosmica:grazie di cuore.
    Io Brokeback Mountain l’ho appena visto due volte, l’ho trovata una storia d’amore, assurda come solo le storie d’amore possono essere a volte (parlo per esperienza di tormento decennale), non riesco a vedere la parte gay del film, ma la tua lettura è comunque fantastica.
    Comunque, diverse persone socialmente etichettate gay(ma non dovremmo non essere discriminati per ragioni di razza, sesso o religione?)fanno parte della mia vita personale e intima.
    Io penso semplicemente che la storia debba essere contestualizzata:allora era così. In quel luogo, in quell’ambiente, non potevi essere gay e sentirti come ti senti oggi, quarantanni dopo e con gay che fanno outing dappertutto come i popcorn.
    Mi dispiace che il film ti abbia fatto incazzare così tanto ( e si sente),ma io -romantica come sono- l’ho trovata semplicemente una struggentissima storia d’amore fra due esseri umani, e mi è sembrato che proprio questo volesse sottolineare ang lee, non the gay-side of all the stuff
    ciao
    una signorina (per davvero)

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Questa voce è stata pubblicata il 22/01/2006 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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