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Peace is for pussies

Niente da nascondere? (Recensione di “Cachè” di M. Haneke)

nientenascondere_loc.jpg-Chi arriva a conoscere il mondo, scopre una carcassa-
Gesù Cristo, “Vangelo di Tommaso”, logos 57

“Prendete un altro Alka-Seltzer e un’altra aspirina e sperate di non dover pensare alla verità”
Charles Manson

Georges, interpretato da uno spigoloso Daniel Auteuil, è un noto conduttore parigino di una trasmissione televisiva dedicata alla letteratura.
Borghese fino al midollo, spocchioso, omofobo, razzista, circondato da persone intellettualoidi e vacue, epigoni di una cultura che commenta e critica, ma non produce nulla; colti e aperti di mente solo all’apparenza, abbarbicati alla loro turris eburnea fatta di libri, alla loro invidiabile posizione sociale e mediatica.
Quest’esistenza di plastica viene turbata quando Georges riceve la prima di una serie di videocassette che gli rivelano di essere spiato da qualcuno che conosce bene il suo passato, un passato rimosso che affonda le sue radici nei luoghi d’infanzia.
La moglie Anne, una fragile Juliette Binoche, chiederà spiegazioni, ottenendo solo menzogne, che innescheranno un’inarrestabile crisi del matrimonio e un meccanismo cannibalistico tra tutte le persone coinvolte.
Georges giungerà alla conclusione (dirottata dal suo razzismo paranoico e non dichiarato) che autore delle videocassette sia Majid, uomo di origine algerina che i suoi genitori adottarono da bambino e che Georges fece allontanare da casa attribuendogli colpe mai commesse.
Il film si dirama tra soggettive, che progressivamente portano all’incontro rivelatore tra Georges e Majid, e scene da psicodramma snervante quanto più la chiave del mistero sfugge a tutti, spettatori compresi, perché solo Georges la detiene.
All’entomologo Haneke non interessa conferire un’identità a chi spia i personaggi; è lui stesso che organizza un panopticum di celluloide e ci trasforma in voyeur in un primo tempo, per infine porci di fronte a noi stessi ed alle nostre (re)azioni, cioè quelle dei protagonisti.
L’opera è un tour-de-force mentale il cui minimalismo registico, funzionale a prepare il terreno psicologico adatto per allestire un suicidio-shock, che turba lo spettatore e fa emergere in tutta la sua pienezza la cattiva coscienza di Georges, consente di sottolineare i complessi paralleli tra la storia di un individuo e quella di un’intera nazione.

Nell’unico momento in cui Georges sembra sul punto di confessarsi con la moglie, affronta l’argomento obliquamente ricordando l’ecatombe avvenuta il 17 Ottobre 1961: la polizia francese annegò nella Senna centinaia di manifestanti algerini.
(Il film “Nuit Noire“, del 2005, sta facendo discutere in Francia, come tutte le volte che una nazione ha il coraggio di guardarsi allo specchio: narra della repressione organizzata dal prefetto Papon, ex-nazista della Repubblica di Vichy, come vendetta simbolica dell’uccisione di 30 poliziotti da parte del FLN algerino).
La famiglia di Georges diventa metafora di uno stato paternalista che per garantirsi una falsa sicurezza è disposto a uccidere e insabbiare il passato, ammantandosi di una facciata da nazione illuminata e civile che nasconde il più atroce dei delitti: la strage di stato, l’omicidio di legge, il massacro di cittadini la cui unica colpa è aver chiesto diritti guadagnati con il sangue durante il colonialismo e con la povertà dopo, e per questo la legge si rivolta loro contro etichettandoli come facinorosi, per non assumersi la responsabilità delle loro condizioni.
Sepolti, letteralmente, il passato, la colpa verso gli immigrati dalle colonie e chi li rappresenta (Majid), George può spogliarsi nudo e, avvolto e protetto dal buio, nascondere se stesso sotto le lenzuola e dormire; e pure nella rivelazione onirica della sua colpa passata i ricordi si presentano confusi, distorti, vissuti da distante, esattamente come lo Stato, per proteggere la cattiva coscienza dei politici e in ultimo di tutti i cittadini, manipola la verità; tuttavia questa rimane come un virus impiantato nella memoria collettiva e pronto ad esplodere.
Perché compiere ogni anno celebrazioni per non perdere la memoria di eventi passati, se non fosse per la consapevolezza che è insita nell’uomo la scappatoia nevrotica della rimozione di fronte a fatti storici che mettono in discussione noi stessi e le regole del sistema in cui viviamo?
Quale regime totalitario occidentale non è stato messo su da una rivolta popolare o da una regolare elezione democratica?
La rivolta della banlieu parigina, avvenuta proprio poco tempo dopo l’uscita del film e anni dopo un altro film premonitore, “L’odio” di Mathieu Kassovitz, è solo l’epifenomeno di quel magma di ribellione e malcontento che ogni nazione nasconde, controlla, reprime, a volte sfrutta, come un tumore che prima o poi metastatizza e scoppia in faccia a chi ha cercato di fingere che non esistesse di fronte agli elettori, per non turbarli, per garantire loro serenità e voti a se stesso.
La cattiva coscienza del cittadino risiede, invece, nell’accettare dolosamente questi meccanismi di controllo, compresa la repressione poliziesca che può andare oltre ogni lecito e calpestare i diritti umani.
Quanti sanno che la lista delle persone uccise in Italia durante le manifestazioni non inizia con Carlo Giuliani, ma comprende decine di morti, per altro ingiustificate (http://www.polyarchy.org/basta/crimini/indice.html)?
E come non ricordare strutture parastatali come Gladio, i servizi segreti deviati dalla CIA, il ministro Scelba, il coinvolgimento di politici nella loggia P2, lavoratori incarcerati solo per aver manifestato, anarchici defenestrati da zelanti commissari protetti da ex-fascisti (http://www.geocities.com/CapitolHill/8485/glca/pinelli.html), la criminalizzazione del P.C.I., per lo più formato da borghesi baciapile e conservatori, le stragi di Stato, le collusioni tra mafia e polizia e via all’infinito lungo tutti i gironi corrotti dello Stato.
Tutto ciò ha garantito a molti cittadini l’illusione della sicurezza di fronte a terrori immaginari, per finalità di subdolo controllo (che altro sono state la Guerra Fredda o la più recente lotta contro il terrorismo?) e una sicurezza al contrario fragile rispetto a vere molecole instabili rappresentate (non solo) da immigrati o, su più larga scala, dagli abitanti delle nostre colonie, il Terzo Mondo.
E quando rivolti verso quest’ultimi, la repressione poliziesca e lo sfruttamento si chiamano guerra.

“Il film non è solo in dimensione politica. Ogni Paese ha la sua Algeria e ognuno la dimentica come vuole, ma soprattutto ogni uomo ha un complesso di colpa da cui non si scappa. É il tema classico della cultura giudaico cristiana, inutile rimboccarsi le coperte fino agli occhi”M. Haneke

Pubblicato su http://www.pizzalossa.com

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2006 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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