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Peace is for pussies

Esegesi delle atrocità di Ballard

280px-ballard-atrocity2.jpg“La mostra delle atrocità è un libro intenso e inquietante. Le radici non sessuali della sessualità qui sono esplorate con una precisione chirurgica. Un incidente d’auto può essere sessualmente stimolante più di un’immagine pornografica.” – William S. Burroughs

Sono molti gli autori che nel tempo (anche per fini commerciali) sono stati considerati innovativi, alternativi, di rottura o scandalosi.
In realtà molti di loro hanno raccontato soprattutto storie provocatorie o che affrontavano tematiche moralmente controverse.
Una qualità di tipo contenutistico.
Tuttavia chi è affetto dal feticismo della parola, chi soffre di piacere per le opere scritte da chi sa essere prestigiatore con le parole, conosce benissimo due scrittori che senza remore possono essere definiti sperimentali e d’avanguardia tutt’oggi, dopo quasi mezzo secolo.
Mi riferisco a William Burroughs, violento e vulcanico, e al chirurgo esteta James G. Ballard.
Due stili letterari completamente differenti, ma accomunati dall’amore per i significati più profondi delle parole, per l’uso visionario dei loro logoi lisergici e per la brillante e potente unione tra ardita sperimentazione verbale e spietata analisi sociologica.
La letteratura odierna non trova nei suoi infiniti cataloghi pieni di scorie commerciali nulla che sia anche lontanamente paragonabile a due vere e proprie folgori.

Vorrei consigliarvi due dei testi più famosi di Ballard.
Il primo è “La mostra dell’atrocità”.
Premetto che è il libro dalla lettura più difficoltosa, seppur nello stesso tempo potente, che conosca.
Quanto più la letteratura di Burroughs, come tutta la produzione beat, richiede ritmo e velocità, un’assunzione quasi famelica, per poter essere compresa, tanto più quella di Ballard richiede attenzione e tempo, come riflesso delle numerosissime immagini che crea e che esigono ammirata contemplazione.
E’ una sequela di brevi racconti (“condensed novels”) pubblicati su più riviste e poi raccolti in unico volume nel 1970.
L’errore è pensare di trovarsi di fronte ad una trama o ad una narrazione lineare.
L’impressione è davvero quella di assistere ad un’esibizione artistica, di visitare un museo e passeggiando lentamente osservare una dopo l’altra le opere proposte.
E’ un flusso di spot visivi, a volte caotico, che deriva da ciò che è rimasto di tutto l’immaginario pop collettivo degli anni ’60 e ’70 dopo che è passato nel tritacarne mediatico.
Immaginate di camminare in mezzo a grattacieli rivestiti di immagini (o di loro parti) delle dive di Hollywood, del cadavere di J. F. Kennedy, di vittime minorenni di stupri, di corpi sottoposti ad interventi di chirurgia plastica o a mutilazione, di dettagli anatomici di donne famose che assumono valenza iconologica, come nuove dee del pantheon moderno.
Immaginate tutto questo ed inizierete ad avere un’idea delle sensazioni che vi procura il libro.
Vi sono ambientazioni ricorrenti (una clinica psichiatrica, una sala di proiezione, una spiaggia, viadotti che si incrociano e si affastellano come reti neurali, proiezioni architettoniche del cervello umano, “icone neuroniche sulle autostrade spinali”) e personaggi ricorrenti, dal protagonista, che cambia nome ad ogni capitolo e che per semplicità chiamerò Travis, al dottor Nathan, che studia i meccanismi psicotici della sua mente.
Travis è ossessionato dalla geometria dell’ambiente circostante quale mezzo per ridare un significato agli eventi della propria vita.
Cerca disperatamente l’eleganza delle linee nei rapporti con sua moglie, osservando in modo maniacale la possibilità di ricostruire nuove armonie attraverso i loro corpi.
La loro stanza diventa l’alveo di nuove architetture create attraverso la fusione di anatomie umane e angoli che si intersecano.
E soprattutto la ricerca disperata di un ordine, di una visione progettuale del mondo, condurrà Travis a voler rimettere in scena eventi di morte di profondo impatto sulla coscienza collettiva (l’assassinio di J. F. Kennedy, il suicidio di Marilyn Monroe e il disastroso viaggio dell’Apollo 13) per ridare loro il senso perduto dopo essere diventati materiale per i media, pure immagini e simboli della fine di alcuni dei più importanti miti americani senza ormai piu’ alcuna carica emotiva o un significato di insieme.
Il bombardamento mediatico, costituito da un magma senza sosta di immagini, priva i contenuti delle stesse di emotività e valore psicologico, culturale e morale, tanto da rendere il cervello privo di filtri, essendo ormai abituato a registrare numerosi stimoli visivi senza sosta fino alla desensitizzazione.
Un’operazione di rimodellamento dell’immaginario collettivo.
Nel libro si trovano spesso elenchi di fotografie di oggetti o paesaggi, senza alcun nesso logico apparente; corpi e materiali si fondono in nuove forme di morta esistenza e si intravedono le tematiche affrontate tre anni dopo con “Crash”: l’incidente automobilistico visto come fonte di liberazione di energie sessuali; la deformazione del metallo e delle carni come momento di nascita per nuove forme di piacere; la sessualità, depauperata di ogni sentimento, che diventa mera pornografia, una sequenza di rapporti umanamente decontestualizzati e dissociati persino dal corpo stesso, tanto da trovare valenze erotiche in singoli dettagli anatomici o in strumenti tecnologici, collocandosi ben oltre i confini della perversione.
La seconda parte del libro è formata da falsi studi scientifici sull’influenza dei più importanti eventi luttuosi degli ultimi anni sull’immaginario erotico dei consumatori, da genealogie americane inventate a partire dai nomi riportati sulle riviste scandalistiche, sulla falsa riga delle genealogie antico-testamentarie, e da “L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy considerato come una corsa automobilistica in discesa”, dichiaratamente ispirato a “La crocifissione considerata come una gara automobilistica in salita” di Alfred Jarry.
E il tema della crocefissione rivista secondo stilemi contemporanei è ricorrente: l’assassinio di J. F. Kennedy ne è una forma moderna e per descrivere il risultato di un incidente autostradale la vittima viene definita da Ballard “un cristo crocifisso sul corpo sodomizzato di sua madre”.
Se avesse scritto cadavere invece di corpo avrebbe superato se stesso, oltre che ogni limite morale nella rappresentazione della morte, già dissolto con la inevitabile nullificazione mediatica di ogni componente emotiva.
Impreziosiscono la versione più recente del libro racconti sulla chirurgia plastica e “
Storia segreta della terza guerra mondiale”, ma soprattutto le numerose note dell’autore che rendono espliciti i riferimenti autobiografici o all’arte surrealista di Magritte e Max Ernst e che apportano ai flash visivi del testo l’aggiunta di disarmanti considerazioni sociologiche.

“Per me è stato uno dei miei libri più importanti; lì ho cercato di analizzare quello che succede nel punto in cui si incontrano il sistema dei media e il nostro sistema nervoso. Qual è il reale significato della morte di Marilyn Monroe o dell’assassinio di Kennedy? Come agiscono su di noi a livello neurale, a livello dell’inconscio? Questi eventi dei media, il suicidio della Monroe, l’assassinio di Kennedy, l’elezione di Reagan (riportata nel libro quindici anni prima dell’evento reale) hanno qualche significato nascosto nella nostra mente, influenzano la nostra immaginazione secondo modalità impreviste?”- J.G. Ballard

costan_001.jpgSe la lettura de “La mostra dell’atrocità” si dimostrasse troppo ardua, potete ritrovare affrontati gli stessi temi, all’interno di una struttura narrativa almeno in parte classica, in “Crash”, definito da Ballard “il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia” e che al pari del precedente libro appaga per la bellezza e la ricercatezza formale delle frasi, che incorniciano una delle storie più estreme e turpi mai raccontate.
Quella di persone la cui esistenza, e soprattutto la sessualità, subiscono un nuovo impulso deviante a causa di incidenti automobilistici, il cui corredo di morte e deformità innesca una spasmodica ricerca di forme di piacere legate all’oggetto e alle sue conseguenze sul corpo.
Le geometrie dell’auto diventano estensioni delle armonie corporee; i segni dell’impatto di parti dell’automobile sul corpo si trasformano in prototipi di nuovi orifizi o vie sessuali da percorrere.
E in “Crash” leggerete di protesi, di cicatrici, di fluidi organici che impregnano i tessuti dell’auto o dei protagonisti, di sangue mescolato con lo sperma in un tentativo di fusione intima tra umani ed elementi tecnologici, di rapporti carnali slegati dalle preferenze sessuali, perché persino le persone sono diventate meri oggetti, mera materia organizzata secondo geometrie sensuali, e le relazioni sono avulse da ogni forma di romanticismo e affettività, basate solo su equilibri di dominio e sottomissione, violenza e sacrificio.
Persa la capacità di unirsi col prossimo attraverso il proprio corpo, si cerca nel mezzo tecnologico uno strumento di mediazione, di compenetrazione organica.
Con l’inevitabile conseguenza letale e deformante.
Nel libro non vengono risparmiati al lettore né i dettagli più scabrosi né dialoghi espliciti ed estremi e la loro pornografia, grazie all’affilato linguaggio di Ballard, diventa pura estetica della provocazione e della dissacrazione.
Il romanzo ebbe una seconda fase di notorietà con la realizzazione dell’omonimo film diretto da Cronenberg nel 1996, che vinse al Festival di Cannes il premio della giuria per “l’audacia e la capacità di osare”.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2006 da in Flussi di incoscienza con tag , , , , .

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