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“Vukovlad. Il signore dei lupi” – P. Maurensig

copj13asp.jpg Ci sono romanzi che sfuggono alla mia comprensione, magari limitata (eppure, come ben sapete, sono un book-addicted!), almeno che io non li inquadri in una logica commerciale.
Temo, e mi duole dirlo, che questo libro, anzi libretto, anzi canovaccio, rientri perfettamente in un’operazione di marketing ben lustrata, ma di scarsa e banale sostanza.
Consentitemi due passi indietro.
Paolo Maurensig è uno stimatissimo scrittore italiano.
Non conoscevo, prima di questa, nessuna sua creatura letteraria, sebbene da tempo “La variante di Luneburg” stuzzichi la mia famelica curiosità bibliofila.
Da un suo libro, “Canone inverso” è stato pure tratto un film e quello che so per certo, da bazzicatore ossessivo di librerie, è che Maurensig è sinonimo di ottima letteratura, di alto livello intellettuale per giunta.
Ne ho sempre preso atto, sulla fiducia, e incuriosito dalla trama neo-gotica di “Vukov
lad” l’ho acquistato al volo, giusto per assaggiare qualcosa di evidentemente minore, vista la lunghezza ridicola del racconto (ci vuole un bel coraggio editoriale a chiamarlo romanzo), e nel caso in cui avessi apprezzato decidere di approfondire con qualche prodotto piu’ consistente.
Compio un secondo passo indietro: la trama.
Un sottotenente dell’esercito polacco, pochi giorni prima di una battaglia decisiva con i nazisti, prosegue il suo viaggio verso lo scontro attraverso i monti Tatra, al confine con la Germania.
Durante il suo cammino si imbatterà in streghe di macbethiana memoria e in lugubri omicidi che lo metteranno a conoscenza di leggende sui licantropi fino all’arrivo rivelatore nel castello dell’affascinante malgravio, signorotto di campagna dall’ambigua ferinità il cui maniero sarà spettatore del dramma polacco.
La trama, di per sé molto esigua (si tratta di un libro di 109 pagine in formato bignami), è racchiusa in una cornice narrativa che vorrebbe fornire il sottotesto interpretativo: la persistenza del male nell’uomo, come una bestia che cova dentro di noi sempre pronta ad esplodere o a mascherarsi sotto fattezze umane.
Pregi del libro risiedono nel fatto che è scritto veramente bene, un paio di dialoghi sono intriganti e la natura, insidiosa, che abbraccia in modo mortale i protagonisti, palpita davvero nella mente del lettore.
I difetti consistono nel fatto che non solo tratta di temi classici e archetipici, che nel 2006 abbiamo metabolizzato in ogni forma ed epifania, ma che farcisce le poche pagine (di fatto è come se fossero 50!) di stereotipi da favola gotica (il malgravio sembra uno dei villains di “Oblivion”!) e di fatto con nessuno stimolo davvero interessante.
Il gioco tra razionalità e superstizione e il tema “uomo che si fa bestia e bestia che si fa uomo” sono appena sfiorati.
Vi potrei consigliare questo libro come pur piacevole pillola di goticismo, che vorrebbe essere esistenzialista, e invece è solo una minuscola iniezione di immaginario da leggende mittle-europee per quelli come me sempre in astinenza di ululati, sangue e terribili segreti.
Senza che da essa ne ricaviate spunti particolarmente originali.
Temo, ricollegandomi alla mia premessa, che questo sia un libro dovuto alla casa editrice in attesa di idee migliori, fatto uscire in periodo pre-natalizio per sfruttare un nome ormai collaudato.
Se vi affascina il tema della licantropia, magari ammantato da dolci liriche, non posso che consigliarvi (se riuscite a trovarlo!) l’assolutamente magico “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” di Michele Mari, in cui il poeta Giacomo Leopardi cela, dietro la sua ossessione per la luna e i temi macabri, una doppia esistenza sofferta e quanto mai inaspettata.
La differenza fra i due libri?
Il secondo ha alla base un’idea originale, l’atmosfera è sognante e avvolgente e trasmette la stessa malinconia della poetica leopardiana.
L’ho letto che avevo 15 anni e ne serbo tutt’ora un ricordo intenso.
Il primo è come fumarsi una sigaretta ad alto contenuto nicotinico: ti gira la testa per mezz’ora e poi aspetti di accenderne un’altra perché, ovviamente, non sei soddisfatto.
Non voglio assolutamente dubitare delle doti autoriali di Maurensig, ma ho serie difficoltà a non considera un libro simile un’opera minore e in fondo fragile, da qualunque prospettiva lo si affronti.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/11/2006 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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