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Il labirinto del fauno

3779-2006-09-24-12-32-36_1.jpg Guillermo Del Toro è un regista che negli anni, pur fagocitato da Hollywood, ha dimostrato di avere talento visionario e capacità registiche davvero entusiasmanti e personali, tuttavia è sempre stato messo dietro la macchina da presa per la realizzazione di film di stampo prettamente commerciale, per quanto i risultati fossero a volte lontani dai gusti mainstream (penso in particolare a “Mimic”, ad alcune scene di “Blade 2” e al recente “Hellboy”).
Ho sempre avuto l’impressione che fosse un artista inga
bbiato, almeno in parte, dai produttori, e credo lo confermi il fatto che abbia deciso di dirigere il suo ultimo film come se fosse una piccola produzione indipendente, imponendosi così limiti di budget, ma non certo di libertà creativa.
In tal modo ha creato un capolavoro, commovente e dal messaggio forte, che con finanziamenti più cospicui sarebbe sembrato la pantomima de “Le cronache di Narnia” e avrebbe perduto tutta la sua forza che non esito a definire ideologica, per quanto non vi siano eccessi retorici, ma una sobrietà quasi neorealista.


Ambientato nel 1944, in Spagna, durante i giorni dello sbarco in Normandia e della resistenza ai franchisti, l’impianto narrativo è articolato in due mondi paralleli: la cruenta realtà dei gratuiti eccidi nazisti, delle torture, della vita clandestina dei resistenti, e il non meno periglioso regno sotterraneo del Signore della Terra.
Protagonista assoluta è Ofelia, figlia di una donna che per convenienza si è sposata in seconde nozze al generale Vidal, l’emblema del militare ottuso, violento e machista.
La bambina ha un immaginario nutrito dai suoi libri fiabeschi e di fronte all’orrore delle vicende che si svolgono intorno a lei innesca un meccanismo di fuga in un regno fantastico abitato da un antico fauno che le rivela di essere la reincarnazione di una principessa, generata dalla madre Luna, che sognava la realtà degli uomini come fosse un paradiso; ma un giorno fuggì dai suoi guardiani e accecata dalla luce dimenticò chi fosse.
Da allora il mondo cambiò, avviandosi verso un’ineluttabile fine, ma in quei bislacchi inferi non smisero di sperare che tornasse per riportare la felicità nei due mondi.
Per essere nuovamente incoronata Ofelia dovrà superare tre prove per dimostrare di essere ancora una creatura magica ed immortale, non intaccata né dalla decadente materia umana né dalla insensata crudeltà di coloro che stanno portando orrore ovunque.
Le parti fantasy costituiscono in realtà solo un terzo del film, che descrive in modo essenziale e riuscito i risultati devastanti della mentalità nazista: obbedire senza pensare.
La recitazione degli ottimi attori riesce a trascinare profondamente in quell’atmosfera così tesa, rendendoci partecipi di una lotta contro un male ingiustificabile e senza sfumature positive, puro e nero come gli occhi del demonio, nella forma del generale Vidal e dei mostri che dovranno essere affrontati da Ofelia.
Ovviamente la fantasia di Del Toro è senza briglie quando si tratta di allestire epifanie deformi, ambienti inquietanti o animare fate e mostri famelici, soddisfacendo senza dubbio chi si aspetta di bearsi gli occhi con situazioni da fiaba gotica, ma il realismo nell’ambientazione storica è soddisfacente, nonostante gli evidenti limiti di budget di cui accennavo.
E se alla fine del film non vi sentirete stringere il cuore a sentirvi narrare del destino della principessa Ofelia, allora sentitevi ignobilmente aridi!
Non ho ben compreso le critiche a proposito di un’eccessiva schematicità dei personaggi.
Del Toro non ha mezze misure verso i franchisti: tutti sono colpevoli delle violenze di una dittatura che durò decenni, capi e comprimari, perché non c’è giustificazione, non c’è perdono per chi agisce come una macchina di morte e pavidamente non si pone dubbi, anzi, gode dell’illimitata libertà di sopruso.
Ofelia supererà la terza prova, dimostrando la sua innocente virtuosità, proprio disobbedendo ai sadici ordini del fauno, e il suo sacrificio sarà un esempio per tutti, nonché la sua occasione di raggiungere un’agognata via di fuga, per quanto ad un prezzo personale sanguinoso ed altissimo.
E se una bambina, pur attraverso i suoi occhi un po’ psicotici e infantili, ci può spiegare perché si può e si deve disobbedire, perché prima di tutto è necessario pensare, perché non lo capiscono quelli che preferiscono trovare sfumature umane in chi sopra all’umanità, senza né remore né scrupoli, ci è passato sopra generando tonnellate di cadaveri?

2 commenti su “Il labirinto del fauno

  1. Ventoacqua
    24/12/2007

    Bellissima recensione, condivido in pieno il giudizio
    ^^

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  2. Lenny Nero
    24/12/2007

    Grazie Ventoacqua!
    Un bel nome da daimon😉

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Questa voce è stata pubblicata il 26/11/2006 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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