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Peace is for pussies

Shortbus

shortbus-poster-0.jpg…o del come raccontare la società americana di oggi attraverso la descrizione, a metà tra il documentaristico e la parodia, delle nevrosi sessuali moderne.
La statua della libertà osserva muta New York, riprodotta in miniature coloratissime attraverso cui la telecamera vaga per guidarci negli appartamenti dei protagonisti, presentandoceli fin da subito nei loro momenti piu’ intimi.
Ed ecco che il film inizia con una sequenza che avrà procurato l’infarto a quei vecchi bastardi della MPAA e a tutti i gestori di sale che qui in Italia si son rifiutati di programmare il film, come se il nostro non fosse il paese in cui la pornografia determina un giro d’affari miliardario.

Osserviamo all’opera Severine, dominatrix che frusta un insopportabile yuppie davanti a Ground zero; James, gay depresso, dalla bellezza statuaria e sofferta, che pratica un’autofellatio; Sophie, terapista del sesso che non ha mai provato le gioie dell’orgasmo, nonostante il focoso marito appassionato di sesso fetish.
E simultaneamente tutti raggiungono l’orgasmo, tra cui James eiaculandosi in bocca e in faccia prima di scoppiare a piangere e lo stronzetto figlio di papà aggiungendo una cremosa pennellata di sperma su un finto Pollock dipinto da Severine, che guarda allibita il risultato del suo lavoro.
Nessun dettaglio è celato, tutto è reale, niente viene nascosto da una telecamera invadente e curiosa che mostra gli atti sessuali che si compieranno in tutta la loro naturalezza.
Non c’è la messinscena meccanica dei film porno e non c’è l’estetizzazione dei porno d’autore, come potrebbero fare un Antonioni degli ultimi tempi o Winterbottom o, citando un vecchio esempio, “Il danno” di Louis Malle, dove pero’ il sesso era un veicolo di autodistruzione.
In questo caso ci sono persone messe a nudo, in ogni loro aspetto, sesso compreso.
Il film, nonostante l’incipit al fulmicotone, approfondisce in modo magistrale e con rara leggerezza, anche quando sfiora il dramma, le vicende dei personaggi e le loro nevrosi, intrecciando le loro storie senza schematismi accademici e pedanti alla Inarritu (mi riferisco in particolare a quel monstruum ricco di weirdo involontario di “Babel”) ed usando la loro sessualità solo come cornice per un malessere diffuso che in ultimo trova nel sesso una zona di sfogo, ma non ne è la causa.
Da una parte tutti sembrano ossessionati dall’erotismo, ma in realtà quello che cercano è la compensazione a buchi neri nella loro esistenza e nella loro psiche.
Dall’altra “Shortbus” è un inno al sesso come fonte di gioia e liberazione qualora sia finalmente vissuto in modo naturale e spensierato e non appesantito da sovrastrutture mentali che lo rendono frustrante.
Il film ha una connotazione fortemente americana.
Sia sufficiente pensare ai discorsi sulla Grande Mela, l’incontro tra il giovane omosessuale Ceth e il vecchio ex sindaco di New York, ai riferimenti al crollo delle Torri Gemelle (-L’11 Settembre è l’unica cosa reale che sia accaduta nelle loro vite– sentenzia il gestore di “Shortbus”, una specie di comune del libero amore in stile anni ’60, “ ma con meno speranze”) o alla scena di sesso a tre in cui Jamie, il fidanzato di James, canta l’inno americano mentre fa rimming a Ceth che nel frattempo gli fa il coro giocando col pene di James come se fosse un microfono!
Tuttavia chiunque puo’ riconoscere frammenti della propria vita, dato che tutti abbiamo una vita sessuale, piu’ o meno esplicata, piu’ o meno tormentata, nonostante la censura oscurantista pretenda di continuare a nascondere un aspetto così delicato e così importante.
In una delle scene finali il proprietario dello Shortbus (un travestito che supera in eccesso e saggezza ironica quelli di Almodovar) canta: “Tutti trasformiamo i nostri demoni nei nostri migliori amici” e il film sembra quasi avviarsi verso un corto circuito collettivo, da implosione mentale: New York precipita nel buio e solo una luce risplende, quella dello Shortbus, un luogo dove poter essere se stessi senza essere giudicati, dove poter trovare amici, amanti, confidenti.
Questa è un’opera appassionata e senza falsi pudori che consiglio a mia volta in modo appassionato.
Non solo è un ottimo esempio di costruzione della sceneggiatura, di regia, di recitazione, abbellito da moltissime idee visive davvero efficaci e a tratti visionarie, ma è un antidoto contro il perbenismo ormai non piu’ troppo strisciante che pervade gli Stati Uniti da anni e trova frange recettive pure nel nostro paese, dove l’ipocrisia del non-mostrare pare si voglia affermare come regola generale.
Accade spesso che un film-provocazione non abbia alcun effetto reale sugli spettatori, perché assolutamente vuoto e gratuito (penso ai film di Larry Clark, dove le scene pornografiche sono subito compensate da drammi violenti, quasi a voler punire i protagonisti!), ma questo è un film che non solo provoca, ma diverte, commuove e per una volta descrive e mostra il sesso per quello è.
In ultimo il nostro modo piu’ primitivo e ludico per poter essere felici e corroborare i nostri sentimenti.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/11/2006 da in Cinema, recensione con tag , , .

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