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Peace is for pussies

The prestige

prestige_locandina_150.jpgCristopher Nolan è un regista sopravvalutato per i miei parametri, in particolare perchè non ha una personalità cinematografica ben definita e si potrebbe confondere con decine di altri registri mainstream.
Non ritengo, inoltre, che abbia particolare talento visivo, delitto creativo per me grave, tuttavia ha un’ottima padronanza del mezzo-cinema, sa conferire ritmo alle storie e soprattutto sa come costruirle o decostruirle (di lui molti conoscono “Memento”, puro gioco accademico in cui la vicenda narrata procede al contrario, peraltro neanche originale per chi conosce il testo teatrale di Pinter “Tradimenti” e la sua trasposizione cinematografica).
Pur con queste sue mediocri capacità, ha realizzato un’opera che riesce ad intrattenere ed offrire una rappresentazione della meschinità dell’ambizione umana inconsueta sia per Hollywood sia per il diabetico periodo natalizio.
Come valore aggiunto, le interpretazioni di Christian Bale e di Michael Caine sono tra le più intense viste quest’anno (sfortunatamente controbilanciate dai sempre vacui Hugh Jackman e Scarlett Johansson).


La trama, in estrema sintesi, narra della rivalità di lunga data tra Alfred Borden e Robert Angier, prestigiatori inglesi di fine ‘800 il cui unico scopo nella vita risiede nell’ottenere lo stupore dovuto all’illusione, nello strappare un applauso ad un pubblico in visibilio per l’inganno delle loro magie.
L’odio tra i due, esacerbato dalla tragica morte della moglie di Angier per colpa di Borden, si alimenterà negli anni col crescere dei successi reciproci, in una continua lotta per screditare l’altro e per rubare i preziosi segreti dei loro trucchi, fino a sfociare in una vera e propria ossessione di proporzioni inaudite e dai tratti infantili, anche se gestita coi mezzi feroci di cui si possono avvalere due adulti psicotici.
In particolare Angier supererà ogni limite morale pur di umiliare l’avversario e venire acclamato come il miglior prestigiatore: sparerà, mutilandolo, a Borden; seppellirà vivo il suo assistente e pur di realizzare il numero più incredibile mai portato in scena ricorrerà al genio di Tesla (interpretato da un bislacco David Bowie), trasformando la scienza d’avanguardia in un pirotecnico spettacolo di teletrasporto umano, grazie ad una macchina che in realtà clona ciò che elettrifica, generando in questo caso un doppio di Angier.
Sarebbe un vero delitto svelare troppo della trama, che molto del suo appeal basa su rivelazioni inaspettate (anche fin troppo); inoltre gran parte del piacere della visione del film risiede nella meticolosa sceneggiatura, che crea continui rimandi e paralleli tra le vicende dei due protagonisti ed alcuni dei principi base della prestigiazione, allestendo tutto il film come un enorme trucco di magia.
Eppure questa volta, forse perché tratto da un libro e non da una sceneggiatura originale, l’opera offre molto di più di quello che avrebbe potuto essere un vuoto divertimento cinefilo in cui la storia si dipana secondo gli assunti teorici iniziali.

La maggior parte degli spettatori focalizza la sua attenzione, esattamente come Angier, sul segreto della versione del trasporto umano di Borden o su come Angier riesca ad inscenare la propria morte, facendo incolpare ingiustamente il rivale del suo omicidio, e soprattutto su come Borden riesca a ricomparire dopo la sua condanna a morte, realizzando la terza ed ultima fase del trucco di magia: il prestigio!
D’altronde la storia, narrata con un mirabile e non confondente uso dei flashback, intriga e in un film dal tema simile è ovvio che si sia indotti a voler scoprire fin dove si spingerà Angier.
Esattamente come recita una frase del film, gli spettatori cercano il segreto, ma non lo capiranno, perché non stanno davvero guardando e non vogliono davvero conoscere il segreto, perché vogliono essere ingannati.
Invece Nolan fa esattamente ciò che nessuno si aspetta: svela il trucco, fino in fondo, fin nei minimi dettagli.
Perché ciò che davvero viene rappresentatao in questo film è il delirio che condurrà un uomo a compiere delitti e addirittura ad infliggere sera dopo sera alle copie di se stesso la morte, la stessa morte crudele che gli ha portato via la moglie, pur di punire e vendicarsi, tra scroscianti applausi, del suo nemico.
Non ci sono più trucchi alla fine, tutto è rivelato, le carte sono scoperte.
E a quel punto che cosa resta?
Il disappunto, perché la magia, del cinema in questo caso, viene brutalmente interrotta mostrando lo squallore etico a cui i due prestigiatori si sono spinti.
La sospensione della credulità viene paradossalmente meno perché apprendiamo come siamo stati ingannati per tutto il tempo dai protagonisti di quella che è già essa stessa una finzione di celluloide!
E a quel punto fa capolino la realtà, una realtà che si lascia alle spalle cadaveri di innocenti solo per narcisistici motivi.
Indubbiamente, nell’ultimo movimento della cinepresa Nolan gioca ancora con noi facendoci intuire che forse, ancora una volta, quello che vediamo non è quello che sembra e che dovremmo guardare più da vicino (è davvero morto il clone dentro la vasca?), ma soprattutto ci invita a guardare i risultati devastanti dello spettacolo allestito: un backstage di morte che noi, spettatori volontariamente ingannati dagli intrattenitori, normalmente non vedremmo, perché non vogliamo sapere come possiamo essere ingannati.
Quando la corda dell’impiccagione si tende e Borden, prima di morire, invita tutti ad osservare con attenzione e pronuncia la più magica delle parole (“abracadabra”) ci rifiutiamo di pensare che stiamo assistendo ad un’impiccagione e ci rassicuriamo pensando che sia l’ennesimo trucco.
L’inganno infatti esiste, ma la sua natura è molto più patologica e disperata e a posteriori sapremo che quel collo spezzato, non era una beffa, ma l’ennesimo sacrificio umano in nome di un’ossessione.

The prestige” è di fatto un apologo amorale sull’umanità (che depauperata delle apparenze rivela di essere mossa solo da cieche passioni) inserito in un meccanismo spettacolare che mostra pezzo per pezzo i suoi ingranaggi.

Canzone di chiusura “Analyse” di Thom Yorke.
Assolutamente inadatta al contesto storico e scenografico del film, ma brano splendido.

E con questa nota finale mi avvolgo la corda al collo, mi dondolo, spingendo con le punte dei piedi, sui bordi della sedia per farla cadere e…

…abracadabra!

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Questa voce è stata pubblicata il 26/12/2006 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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