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L’arte del sogno o l’anarchia del cellophane

poster4_full.jpgTerminata la visione dell’ultima incantevole opera di Michel Gondry, solo una sensazione è rimasta fortemente impressa nella mia mente: aver assistito ad una sorta di testamento artistico, un’elegia solipsistica di Gondry su Gondry, un riaffermare con forza la propria unicità di artista (molte le scene del film derivate da suoi videoclip) di fronte agli esangui tentativi di copiarlo e la presa di coscienza di vivere uno status mentale particolare, quello del creativo imprigionato nel proprio mondo, volontariamente e con disposizione sempre ribelle verso il mondo esterno.

Il film ha almeno due piani di lettura.

Da una parte affronta di petto il tema “analogico-digitale”, tipico della concezione visuale del regista, dall’altra ritorna nei territori dell’amore già esplorati in modo splendidamente compiuto col precedente “Eternal sunshine of the spotless mind” (e un poco l’assenza della mano leggera, ma profondamente intelligente di Kaufman si avverte e sicuramente il film sarebbe sembrato meno criptico e personale; tuttavia non è necessariamente un difetto).

Per quanto riguarda il primo tema, “L’arte del sogno” esordisce con una vera e propria dichiarazione di intenti.
Stephane, il protagonista interpretato dal sempre bello e stralunato Gabriel Garcia Bernal, trascorre gran parte della sua vita dentro la sua mente, rappresentata come uno studio televisivo realizzato in cartone, telecamere comprese, tendine di plastica e oggetti d’accatto.
Ed illustra la ricetta per i sogni prima che esplosioni di colori, come tempere che si sciolgono in acqua, ci conducano all’inizio del film e quindi del sogno perpetuo del protagonista.
Gondry opta definitivamente per un’estetica anti-hollywoodiana, che non significa, comunque, non essere cool o artsy, ma recintare il proprio mondo visivo lasciando fuori tutto quello che secondo lui è digitale e quindi non reale.
Perché l’essenza dei sogni è fatta di cose concrete e materiali che con la nostra mente manipoliamo e rendiamo vive, senza quella spiccata ricerca del realismo fotografico tipico degli effetti speciali.
E così si assiste ad una sarabanda di scene realizzate con paesaggi di carta, luci artigianali e pupazzi di feltro.
E Stephane, proprio come un bambino che parla con i suoi giocattoli, vede nella piu’ semplice delle creazioni una potenziale fonte di immaginario sconfinato.
Spesso il film fa riferimenti alla mancanza di fantasia come caratteristica del creativo moderno (ridotto a riorganizzare materiale pre-digerito come Stephane con le intestazioni dei calendari che compone per lavoro) e ne addita i colpevoli fra i clienti, i datori di lavoro, la televisione (manipolatrice e annichilente e gettata nel fiume in una scena retoricamente esplicita, quanto spassosa!) e pure nelle frustrazioni sentimentali.
Stephane è incapace di vivere la realtà e si rifugia appena possibile nel suo regno fantastico, fino a confonderlo con il quotidiano, e quando si innamora della vicina di casa, Stephanie (Charlotte Gainsbourg, sinuosa e intrigante in modo non convenzionale) non saprà come gestire quei sentimenti, di fronte all’apparente freddezza della ragazza, che lo inibisce e lo getta nel panico, e vivrà scene di un amore non vissuto, e che non sapremo se mai si concretizzerà in una relazione, solo nel mondo dei sogni, per sfuggire al dolore del rifiuto, alla delusione di non sentirsi ricambiato, pur desiderando fortemente di amarla.
Tuttavia la sua incapacità di non vivere fra le nuvole e di tornare coi piedi per terra lo indurrà a pronunciare sempre le frasi sbagliate, a compiere gesti assurdi per far colpo su Stephanie o ad esplodere in pianti disperati, a causa della sua inettitudine a superare la fragilità da narciso infantile.
Persino nella scena finale, quando Stephanie si sdraierà accanto a lui per accarezzargli i capelli, si addormenterà, sognando di volare con lei su Goldie, il cavallino di feltro che aveva animato meccanicamente di nascosto dalla ragazza.
Che lui ama perché crea le cose direttamente con le sue mani.
E perché inneggia felice dal balcone all’anarchia del cellophane.

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Questa voce è stata pubblicata il 22/01/2007 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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