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Black book- Nazifetish in salsa olandese?

black-book-1-sheet-copy-1.jpgNon ho mai letto tante sciocchezze su un regista quanto su Verhoeven, ma con questa sua ultima opera, dopo aver abbandonato le colline hollywoodiane, che pur notorietà gli hanno portato, i critici hanno rasentato il delirio destrutturato.

Famoso soprattutto in Europa per film alquanto surreali e shoccanti come “Il quarto uomo” (un misto fra le atmosfere di David Lynch e il delirio mistico di un omosessuale represso), ha raggiunto il successo planetario con pellicole che hanno sempre destato scalpore.
Se trascuriamo “Atto di forza“, uno dei migliori film d’azione e fantascienza mai realizzati, con la realizzazione di “Basic Instinct” e soprattutto di “Starship Troopers” Verhoeven è diventato oggetto di una serie di accuse infamanti e senza fondamento.
Essenzialmente viene etichettato come misogino e nazista.
Persino per “L’uomo senza ombra” qualcuno tirò fuori dal cappello queste fantomatiche accuse.

Se è vero che i suoi film sono ad alto tasso testosteronico, e grondano sangue e sesso in modo sfrontato, e non a livello morboso come accade nei film di Cronenberg, l’accusa di essere nazista, formulata dopo l’uscita di “Starship Troopers“, gli è rimasta addosso come un’etichetta che con “Black Book” si è evoluta in “revisionista”.

Forse il problema è che Verhoeven è olandese.
Per gli olandesi il sesso è sesso, è ludus, è piacere, lo si fa come svegliarsi al mattino e nel mostrare una vagina o, nel caso di “Black book“,  una donna che si tinge i peli pubici di biondo
(ironica autocitazione) , viene usato un tono scanzonato e malizioso, ma non pruriginoso.
Inoltre le donne dei film di Verhoeven sono dotate di  un carattere forte, forse anche tendente allo psicopatico, ma se questo regista è misogino, i critici come considerano le opere di quegli pseudoautori che ingaggiano veline e attricette tettute che non hanno mai seguito un corso di dizione?
E’ ridicolo tutto questo, pensare che sia misogino solo perchè le sue donne hanno una sessualità prorompente e sono bellissime.
Sicuramente vi proietta le sue fantasie, ma le sue protagoniste non sono mai mera carne da letto e rivestono sempre un ruolo centrale nei suoi film.

Per quel che concerne la seconda accusa, tutto inizio’ con “Starship Troopers“, film che anticipò di dieci anni il battage mediatico di Bush, ai danni del mondo intero, per farci credere che dobbiamo unirci contro un nemico comune!
Quel film è un manifesto dell’assurdità bellica (persino l’obiettivo è surreale) e della manipolazione delle menti, soprattutto dei giovani, poi buttati al fronte.
Chi ha visto “Fahrenheit 9/11” di Moore sa bene che mi riferisco alla documentazione di come vengano reclutati i soldati inviati in Iraq.

Certo, è tipico degli anticipatori essere fraintesi, ma c’è un limite alla superficialità di lettura di un film.

Evidentemente sarcastico e menefreghista, l’ultimo film di Verhoeven racconta proprio episodi della resistenza olandese contro i nazisti, poco prima che quest’ultimi dichiarassero la disfatta.
Territorio tematico pericoloso in cui inoltrarsi per uno bollato come lui, ma da pensatore libero quale è francamente se ne infischia.
Il film è assolutamente coinvolgente, senza una caduta di ritmo per due ore e venti, con una bellissima fotografia ed una storia emozionante, tra il melodramma e il film d’azione, pur trattando argomenti ancora oggi piuttosto dolenti.
In sintesi, narra le vicende di Rachel, sensuale e bellissima ragazza ebrea che verrà coinvolta nei piani dei resistenti olandesi e si spingerà fino al punto di sedurre il comandante delle SS, Muntze, interpretato dall’affascinante come non mai Sebastian Koch.

Della trama non voglio svelare proprio nulla, sarebbe un delitto imperdonabile.

Le controversie del film derivano dalla rappresentazione nuda e cruda di ogni evento: torture, sesso, orge fra nazisti che assomigliano a piccoli e rivoltanti politici corrotti, ed un antisemitismo provinciale e trasversale che coinvolge pure i resistenti.

Eppure il messaggio del film è chiarissimo e risiede nelle parole disperate di Rachel: finirà mai tutto questo?

In mezzo alle violenze gratuite, a volte per scopi personali e di pura vendetta, finirà sempre lei, una sorta di ebrea errante senza pace che ritroveremo nel 1956 in un kibbutz israeliano, dove faticosamente si ricostruisce una vita, ma la telecamera ci mostra gli scontri al fronte ricordandoci che per alcune persone i tormenti non finiscono mai e persino la liberazione è l’inizio di altre sofferenze.

Il presunto revisionismo del film consisterebbe nel mostrare gli olandesi che denigrano in piazza i collaborazionisti o nella scena, a dir poco plateale e shoccante, in cui Rachel viene denudata da un gruppo di cristiani invasati che dopo averla chiusa in una gabbia, venendo scambiata per una traditrice, la costringono a cantare inni religiosi per poi essere letteralmente ricoperta da una cascata di escrementi (vi posso assicurare che mi sono coperto gli occhi pure io).
Per non parlare delle crudeltà, a scopo di lucro, comminate ad ebrei benestanti proprio da parte di uno dei capi della resistenza.

Eppure mostrare anche gli eccessi di rancore della controparte rientra nella logica del film, che ruota intorno a un’ebrea che non troverà mai tregua.

Piu’ che voler comunicare che il bene non era solo da una parte, il regista mette in scena personaggi che in ultimo, al di là dello schieramento di appartenenza, sono nefandamente e semplicemente umani come tutti, senza arrivare a stravolgimenti assurdi: sarei il primo ad indignarmi!

Verhoeven, per esempio, non eccede neanche nel mostrare il lato personale ed umano di Muntze, che fin dall’inizio viene descritto come il responsabile di terribili eccidi e il trauma della perdita della moglie e dei figli, a causa di un bombardamento inglese, è relegato a poche frasi.
In fondo Rachel si innamorerà di lui perchè in mezzo a quell’orrore sarà l’unica persona, che pur conoscendo esattamente la sua natura di ebrea e spia, l’amerà.

E poi sfido chiunque a non crollare ai piedi di Sebastian Koch vestito da ufficiale nazista.

Di stampo revisionista per qualcuno sono anche lo humour nero diffuso per il film o alcune sfumature grottesche, eppure francamente, unico in sala per altro, ad alcune scene ho riso cogliendo lo spirito non dissacratore (strano a dirsi), ma in fondo catartico del regista che non va ad intaccare tutta la compassione con cui viene tratteggiata la figura di Rachel, interpretata da un’incredibile e commovente Carine Van Houten.

In circolazione nei cinema in questo periodo, tra un “no a priori” come il film di Muccino e un Rocky Balboa ormai decomposto, questo film è finalmente un bell’esempio di intrattenimento cinematografico che insieme regala emozioni forti e materia scottante su cui dibattere e riflettere.

2 commenti su “Black book- Nazifetish in salsa olandese?

  1. shylock
    19/04/2007

    uno dei film più sottovalutati ed interessanti della stagione. al di là degli eccessi melò, una delle storie più drammaticamente realistiche (e cupe) dell’uomo à la guerre. dove sono i buoni? e i cattivi? i ruoli si confonodono e le masse inneggianti alla libertà sono le stesse che, prima, colaboravano con l’occupante nazista. vorrei rivederlo, merita davvero.

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  2. Gyrdssbw
    13/12/2008

    Thanks!,

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Questa voce è stata pubblicata il 06/02/2007 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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