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L’ombra: tremate, tremate, Jack è tornato

1085-155×230.jpgEsiste un genere di romanzi, molto venduti, che ricade nella categoria “thriller” che ho sempre evitato come la peste bubbonica, considerandolo una sottospecie di letteratura commerciale per casalinghe morbose ed avvocati annoiati.

Senza voler sembrare quello che sono, cioè un fottuto snob, penso che l’eccesso numerico di questo tipo di produzioni (avete mai provato a leggere le trame dei libri a base di serial killers? Sembrano clonate!) sia indice della loro scarsa originalità e qualità.

Complice un lungo viaggio a Roma e i riferimenti al mio mito di infanzia (Jack lo Squartatore), ho deciso di alleggerirmi la mefitica transumanza ferroviaria con questo romanzo e devo ammettere mio malgrado che l’ho divorato.

Un copycat del nostro buon Jack si diletta a ripercorrere le gesta di quello che considera un suo lontano parente (albero genealogico e utero di Mary Kelly alla mano tra le prove) e sceglie come suo ispettore Abberline da sfidare l’agente dell’F.B.I. Smoky Barrett.

Apparentemente semplice e stolto l’assunto, è sufficientemente imprevedibile e coinvolgente lo sviluppo della storia, tra innumerevoli colpi di scena e tonnellate di violenza sopra la media.

Senza voler raccontare nulla della trama, sono rimasto emotivamente coinvolto dalla capacità dell’autore (suppongo talentuosa ed innata, visto che trattasi della sua prima opera) di raccontare gli eventi attraverso la mente fragile dell’agente Barrett, sopravvissuta alle torture di un altro psicopatico che dopo averla seviziata ha massacrato la sua famiglia sotto i suoi stessi occhi.

L’empatia coi protagonisti è tale che ci si ritrova a fremere e commuoversi per le loro vicende, portando il lettore a partecipare ai loro drammi (una sequela infinita, visto che Jack Junior li colpisce uno per uno nei loro affetti piu’ cari), tartassandolo per altro con un tasso adrenalinico che non cala mai e rende “L’ombra” un page-turner efficacissimo.

Aggiungete agli ingredienti scene d’azione mozzafiato e mai confuse, una violenza esagerata e morbosa che sembra far trasudare dalle pagine l’odore delle budella delle vittima, un tono generale spesso allucinato (Smoky ricorda l’evento piu’ tragico della sua vita come una sorta di incubo dominato da un orrido demone lovecraftiano) e l’evidente disprezzo per un assassino stupido e miserevole, prima che malato, uscendo dalla tradizione ormai logora degli strappa-intestini affascinanti (la crudeltà e l’ottusità dell’omicida sono tali da disgustarti), ed avrete un quadro completo di questo libro che mi ha appassionato in quanto sorprendente.

La scrittura è sincopata, affilata, senza essere banale; McFadyen riesce a condensare un lungo monologo rivelatore in poche pagine senza risultare mai noioso, anzi, facendoti sudare freddo per l’abilità con cui riesce a raccontare le violenze sistematiche e progettuali che hanno permesso la creazione di Jack Junior e di un vero e proprio Fight Club di serial killers.

Inoltre la scrittura essenzialmente visiva rende terribilmente vivido ogni dettaglio, ogni ambientazione, ogni squarcio fisico o mentale che sia.

Leggere “L’ombra” equivale a far scorrere un rasoio sulla propria mano: un gesto rapido che lascia solo dolore e sangue che non smette mai di scorrere.

Se proprio devo imputare un difetto al romanzo è che si intuisce chiaramente chi sia l’oscuro architetto dietro i delitti neanche a metà libro.

Peccato tutto sommato veniale controbilanciato dalla fibrillazione a rischio infarto regalata dal testo.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/04/2007 da in Senza categoria con tag , , , .

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