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La serie di Oxford

oxford1.jpgHo tenuto chiuso per mesi questo libro, ammirando ogni tanto la misteriosa copertina, in attesa di un paio di sere tranquille per godermelo.
La presentazione, decisamente troppo generosa, lo descrive come un thriller infarcito di discussioni logico-matematiche e riferimenti storico-filosofici.

Narra di un giovane studente di matematica di origine argentina (l’autore stesso) che si trasferisce ad Oxford per motivi di studio.
Qui viene coinvolto in una serie di omicidi caratterizzati dal fatto che l’assassino lascia come traccia un simbolo matematico.
I dialoghi si dipanano tra teorie sulla logica e la storia dei Pitagorici, peccato che tutto sia terribilmente intellettualoide, prolisso, interessante solo a tratti e tagliato con l’accetta.
La trama di per sè, fino all’ottima conclusione finale, è molto ben costruita e con cura dei dettagli.
Il problema è che tutto in realtà è solo un gioco superficiale di esibizione intellettuale della propria conoscenza di Wittgenstein o della storia di Pitagora, riassumendo tutto in poche righe, col risultato che i meno addetti ai lavori ci capiscono poco o ricevono la strana sensazione di vuote chiacchere.
La lettura è scorrevolissima, lo si legge in poche ore, anche perchè certe situazioni o personaggi sono appena abbozzati o molto stereotipati e alcuni passaggi sono davvero prevedibili; non c’è vero approfondimento nè dei temi trattati nè psicologico, ed il protagonista è una figura anonima e scialba.
Se in un altro libro che ho recensito (“Superstizione“) le teorie scientifiche erano il perno su cui basare una storia e addirittura una storia che le stravolgesse, qui gli sproloqui terribilmente logorroici di ordine matematico sono solo un contorno per puntellare una trama che per quanto ben congegnata è comunque semplice e senza particolari guizzi o colpi di scena.
Tutti i brani piu’ affascinanti sono quelli in cui l’autore non racconta storie proprie, ma cita altre fonti, tanto che la mia fantasia è stata rapita davvero solo quando si parla dei Pitagorici o della leggenda della scultura di Hassiri, ma solo perchè sono argomenti di cui già mi interessavo, ma di provenienza dalla mente dell’autore non vi è davvero nulla.
Come “Il codice da Vinci” copia malamente da altri libri, così Martinez copia fonti decisamente piu’ sofisticate per intessere la trama di un giallo che non desta particolare coinvolgimento e che oltretutto è anche parecchio autocompiaciuto della proprio presunta genialità intrinseca.
Rispetto alla superficialità de “Il codice Da Vinci” ha dalla sua il fatto che sia breve e non si deve sprecare molto tempo per apprezzare gli spunti validi senza pagare lo scotto di sopportare centinaia di pagine assolutamente inutili.
Una lettura consigliata a chi ama i gialli non conditi dai soliti serial-killer e con almeno qualche pretesa intellettuale.
Eh sì, perchè anche in questo caso la scrittura, l’elemento artistico e creativo, latita proprio.
Non rimane che godersi le dotte lezioncine sui Pitagorici, che finiscono giusto prima che ci venga voglia di sbadigliare.

4 commenti su “La serie di Oxford

  1. Giulia
    02/01/2009

    potrei avere una relazione??? perchè devo farlo per scuola e non ci ho capito molto…

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  2. Lenny Nero
    06/01/2009

    @Giulia: my god, ma che libri vi fanno leggere a scuola al giorno d’oggi? Siamo proprio nell’era post-Moratti.:)

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  3. claudio
    12/11/2009

    Nel libro si parla della sindrome di Ambere anche detta dell’occasione perduta. Ho fatto alcune ricerche su internet ma non ho trovato nessun materiale. Che Martinez se la sia inventata di sana pianta?

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  4. Lenny Nero
    12/11/2009

    Lo lessi tempo fa e ora non ricordo assolutamente. Non l’ho mai sentita nominare, ma non per questo escludo che esista davvero. 😉

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2007 da in Senza categoria con tag , , , .

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