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Peace is for pussies

Death Proof: a prova di Tarantino

In principio furono le Grindhouses, sale cinematografiche di quarta categoria che a prezzi stracciati proponevano pacchetti di piu’ film dal dubbio gusto sexploitation.

Oggi c’è Tarantino, il cui dubbio gusto si fonde con una tecnica ed un’amore per il cinema quasi fastidiosi per quanto odorino di perfezionismo e snobbismo, se non fosse per gli argomenti pulp di cui farcisce i suoi prodotti.

Death Proof” avrebbe dovuto costituire la prima parte di un dittico con “Planet Terror” di Rodriguez intervallato da finti trailers diretti tra gli altri da Rob “scopami su un crocifisso in fiamme” Zombie e Eli “Mr. Hostel” Roth, a base di puttane naziste, cannibali e altre amenità post-prandiali.

Il flop in patria, l’acume dei produttori Weinstein e forse un ripensamento dello stesso Tarantino hanno indotto a farci godere del progetto Grindhouse originale in due tempi separati e nelle loro versioni integrali.

Quindi per il pirotecnico “Planet Terror” dovremo aspettare l’autunno o piu’ probabilmente un’uscita in dvd di cui si sono già anticipati succulenti extras, tra shoccanti scene tagliate  e altre curiosità.

Francamente, pur avendo avuto qualche difficoltà a sopportare gli estenuanti dialoghi di stampo vuoto-femminista-cazzeggiante-spinto (la mia misoginia congenita si accompagna all’estatica ammirazione di Tarantino per le donne, praticamente un culto che va oltre il semplice aspetto sessuale), il film merita la visione, se non per altro perchè è una splendida lezione di regia.

La prima ora del film è un inno al non-stile anni ’70: titoli di testa appiccicaticci, cromie psichedeliche, pellicola e sonoro che si inceppano, scene spezzate ed una fotografia, curata dallo stesso Quentin, dai colori sporchi e roboanti, con rossi da camera di sviluppo e contrasti fortissimi.

Una delizia per gli occhi che incornicia immagini che si stampano nella mente.

La scena in cui Vanessa Ferlito seduta su una panchina fuma una sigaretta vicino ad un’insegna a stella luminosa e fiammeggiante rimane impressa quanto il famigerato poster di “Pulp Fiction“.

Il film è feticismo puro.

Piedi femminili che battono il tempo della musica in bella vista, manifesti cinematografici come se piovessero, hot-pants aderentissimi, citazioni di serie televisive di culto che non conosce nessuno, scene copiate da film anni ’70 e canzoni a non finire usate come sempre in modo oculato.

Insomma, le due ossessioni di Tarantino esaltate alla massima potenza: vagina e celluloide.

Le attrici emanano ormoni come se sparassero pallottole di estrogeni, sensuali e volgari come non mai; gli attori tutti allupati ed isterici, in primis Kurt Russel, assolutamente perfetto nel ruolo del serial-killer tanto crudele, quanto piagnucolone.

E per quanto riguarda l’aspetto meramente cinematografico, quindi al di là del contenuto dell’opera (quale contenuto? Qui siamo di fronte ad una totale e ricercata assenza di contenuto e di qualsiasi prospettiva riflessiva!), applausi, urla di giubilo e levate di cappello: un montaggio perfetto, tempi millimetrici, inquadrature stupende ed un ritmo indiavolato negli inseguimenti stradali, realizzati in modo povero e con veri stuntmen.

Taratino non cerca di illuminarci la vita (e personalmente ne ho gli zebedei gonfi di gente che mi da lezioni di vita, perdono giusto Aronofsky perchè è un grande artista), ma ha realizzato un giocattolone feticcio, puro entertainment di gran classe (eh sì, perchè solo lui riesce a farci divertire sporcandosi fino alla gola con tale tonnellata di trash!) che manipolando il nulla piu’ assoluto da uno schiaffo a tutti i registi in circolazione con una lezione di regia con le contropalle.

Ovviamente il film è sconsigliato a tutti quelli che sono allergici ai tarantinismi: dialoghi surreali e sconsclusionati (se avete presente la discussione sul significato profondo di Like a virgin di Madonna nella scena iniziale de “Le iene” siete già ben lubrificati), volgarità a pioggia, improvvise esplosioni di violenza (come sempre il grande Nicotero tra cicatrici, facce spappolate e arti mozzati ci regala un bel campionario di fx old-style, crudi e realistici).

A tutti coloro che invece adorano lo strampalato e genialoide Quentin proprio per i suoi difetti peculiari posso solo gridare di correre a vederlo.

E vi assicuro che i tre minuti della scena clou dell’incidente stradale, ripreso da piu’ angolazioni, con colonna sonora hard-rock, corpi e macchine che si animano al ritmo della musica e fotografia da film sospeso nel tempo vale tutto il biglietto.

Ovazione a Quentin, al suo fancazzismo esistenziale e al suo distillato di purissimo cinema.

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Questa voce è stata pubblicata il 07/06/2007 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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