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Peace is for pussies

Vital

“L’amore non guarda con gli occhi, ma con la mente

e perciò l’alato Cupìdo viene dipinto cieco”

(W. Shakespeare)

Qual è il luogo dell’amore? Dove risiedono quelle emozioni struggenti e contrastanti che cesellano i ricordi del sentimento più forte che un uomo possa provare? E dove si celano i ricordi stessi, le motivazioni che ci hanno trascinato nel terreno minato dell’amore o le discordie che ci hanno convinto a fuggire prima di compiere un passo falso ed esplodere? Il desiderio, la passione, la dolcezza, la violenza, sono parte dell’amore e del suo dramma o sono derive psicotiche cui l’amore offre una via d’espressione? Quando un amore deraglia (e per qualunque ragione ciò avvenga, provoca sempre volontà di rimozione) che cosa ne rimane? Dove si va a nascondere quel dolore che si insinua nella tua mente e come una termite costruisce una fortezza sempre più grande e sempre più dura da abbattere? Come superare la disperazione d’un amore spezzato quando non si riesce ad estirparlo dal suo nascondiglio, quando il suo riaffacciarsi suscita afflati di dolcezza alternati a moti di odio verso il soggetto amato? Per queste domande Tsukamoto propone una pletora di risposte possibili con un’opera lontana dal suo esacerbato dinamismo sperimentale, ma anche più lirica e coraggiosa. Toni metallici caratterizzano il freddo ambiente chirurgico in cui si aggira in preda ad amnesia Hiroshi, criptico nella sua sofferenza cui deve trovare un senso. È sopravvissuto a un incidente d’auto, lo stesso incidente in cui è morta la sua amata. Convinto dai genitori, che approfittano della sua labile situazione psicologica, riprende gli studi di medicina, abbandonando le sue velleità artistiche e accantonando il suo talento figurativo. Il corpo, elemento costante della cinematografia di Tsukamoto, diventa l’attore principale anche di questo film quando Hiroshi deve affrontare lezioni di medicina legale: gli viene affidato un cadavere da sezionare e studiare nel corso di più sessioni. Per macabra ironia si tratta del corpo della sua Ryoko, che appare nella sua mente tramite flash discordanti: ora la osserva mentre danza sulla spiaggia, ora si aggrediscono fino a quasi uccidersi, ora si abbracciano abbandonandosi ad un dolore che sembra tormentare entrambi, forse l’elemento che corroborava e logorava al tempo stesso il loro complesso rapporto. Ryoko è una figura sfuggente, eppure riafforano emozioni, sensazioni e dialoghi sospesi tra la fantasia psicotica e rimembranze reali, ma frammentarie. Una volta scopertane l’identità, Hiroshi si dedica ossessivamente allo studio autoptico del cadavere, ne fa una sua proprietà privata, da trattare con rispetto religioso e gelosia, e come un novello Leonardo Da Vinci riprende a disegnare creando splendide tavole anatomiche, alla ricerca di qualcosa che gli restituisca la realtà perduta, esaminando ciò che è rimasto di lei per capire ciò che è rimasto di loro. Quel corpo sensuale che ha quasi strangolato, baciato, accarezzato, dove custodisce i segni di questa passione, di questi ricordi ancora intensi ed apparantemente non organici? Le vene e i nervi sono paragonati dal regista, con un montaggio alternato, ad elementi di architettura urbana o industriale, a fredde ciminiere che espellono vapori tossici, in una fredda polluzione meccanica. Tuttavia proprio quell’ambiente metropolitano ed oppressivo ha consentito al suo interno l’amore vissuto dal protagonista, delle cui tracce Hiroshi è in disperata e meticolosa ricerca. L’essenza del ricordo è eterea, dolorosa da sopportare nella sua inafferrabilità; eppure la memoria dell’amore, pur destrutturata, è impossibile da cancellare e continua a tornare sotto forme sempre differenti. Perché a volte un ricordo legato ad un sentimento può ricomparire inaspettato, semplice, sottile ed a restituirtelo nella sua interezza può essere anche solo l’odore della pioggia che bagna la risata della persona che hai amato. Ineffabile, ma definitivamente ed organicamente custodito dentro di te.

“Già in “Tetsuo” e in “A Snake of June” ho posto l’accento sul corpo, quello umano, fatto di carne, di memoria, mettendolo in relazione con la città. Con “Vital” ho cercato di mettere in luce la vera natura delle persone che vivono nelle metropoli, ancora una volta partendo dal corpo. La macchina da presa lo riprende in maniera estremamente dettagliata, sezionandolo come Leonardo Da Vinci fece nel XIV° secolo. Ecco, Hiroshi è una moderna reincarnazione di Da Vinci, perché parte dal corpo per trovare risposte a questioni ben più vaste. Parte dal dettaglio per approdare all’universale. Mi sono fermato ad osservare i corpi che sezionano nelle università di medicina, ed una domanda continuava a tornarmi in testa: che cosa rimane? Sì, insomma: dove si trova la coscienza? L’ho chiesto a molti medici, ma non mi hanno dato risposte soddisfacenti. In “Vital” ho voluto ritrarre la coscienza come qualcosa di incerto, ma che da qualche parte si nasconde” (S. Tsukamoto)

2 commenti su “Vital

  1. sergio
    25/07/2007

    Amore, quelle question!.
    Sicuramente difficile rispondere alle domande che ti poni all’inizio della recensione, e alle quali Tsukamoto appare rispondere.
    E mi sembra interessante un aspetto che metti in luce: “parte dal corpo per trovare risposte a questioni ben più vaste. Ma qui mi chiedo…. se le questioni fossero quelle della prima parte del tuo post, sarebbe davvero possibile trovare una risposta con il corpo (o attraverso il corpo?).
    Bè… alla prima domanda sicuramente si. Perché, in un certo senso il corpo è il luogo dell’amore. Non l’unico forse…
    Certo è che appare quasi contraddittorio che un regista provi a dare risposte a tante questioni che, direttamente o indirettamente, appartengono allo Spirito, partendo proprio dalla Carne del corpo.
    Detto questo, un’ultima piccola considerazione. L’ultima domanda, su dove si celi la coscienza. Chi ha detto che si debba per forza nascondere dentro di noi. Non può essere qualcosa di esterno al nostro io, che pure ci appartiene perché aleggia, mutante ed immutevole al tempo stesso, nei flussi della nostra esistenza? Un elemento, quello della coscienza individuale, capace di unirsi ad altre coscienze, a creare quei modi di coscienza di gruppo che troviamo in così tante formazioni sociali.
    Certo, ha ragione il regista… la coscienza sarà pure qualcosa di incerto. Ma da qualche parte si deve nascondere… per non essere trovata!

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  2. sergio
    25/07/2007

    PS si si lo so che mi fa male lavorare fino a tardi….😉

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Questa voce è stata pubblicata il 11/06/2007 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , , .

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