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Peace is for pussies

Regno a venire – J. G. Ballard

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“<Vogliono essere puniti>.<Puniti ed amati. Ma non come un genitore imparziale. Più come un carcere imprevedibile, che guarda da dietro le sbarre. Un bello schiaffone a chi non va subito ad approfittare degli sconti nel reparto mobili, o a chi non usa la nuova carta fedeltà>.<Ma così se ne andranno>.<E invece no. La gente ha bisogno di essere trattata un po’ male. Il masochismo è in voga. Lo è sempre stato. E’ la musica d’atmosfera del futuro. La gente ha bisogno di disciplina e vuole la violenza. Ma soprattutto ha bisogno di una violenza strutturata.[…]Questa è la nuova politica. E ricordi che oggi la gente accetta inconsciamente l’idea che la violenza abbia un potere di redenzione. E in fondo sono convinti che la psicopatologia è qualcosa di molto vicino alla santità.[…]Sanno che la pazzia è l’unica forma di libertà che gli è rimasta>.”

Nel precedente, e perfetto sotto ogni aspettativa, Super Cannes la fantasociologia di Ballard analizzava il rapporti tra classi sociali all’epoca delle multinazionali, guidate da persone ben oltre la soglia dell’esaurimento nervoso e che ritrovano nella violenza e nelle perversioni una sanguinosa via di fuga dalle loro nevrosi da sovraccarico di lavoro e responsabilità; con “Regno a venire” l’obiettivo dell’autore si sposta di 180 gradi sul ceto medio-basso, sulla gente comune, analizzandone gli eccessi possibili legati alla nuova religione: quella dei grandi centri commerciali.

Come a costruire una trama speculare a Super Cannes, in cui i consumatori sono ormai psicologicamente sbandati quanto i produttori, anche questo romanzo trae il suo incipit da un omicidio: il padre di Richard Pearson, famoso pubblicitario caduto in disgrazia in un attimo a causa del fallimento di una campagna promozionale, viene ucciso durante una sparatoria al Metro-Center di Brooklands, tempio dello shopping di massa, delle tessere fedeltà, delle offerte speciali, dei prodotti inutili spacciati per indispensabili a coronare una vita realmente moderna ed agiata.

Insospettito dalla coltre omertosa che protegge il principale sospetto, un clone di Charles Manson che passa dalla catatonia al delirio, Richard resterà a lungo tempo a Brooklands, una cittadina a metà tra Londra ed Heatrow, focolaio sperimentale di follie in divenire, martoriata da bande di comuni cittadini, tifosi delle squadre sportive sponsorizzate dal Metro-Center, che esacerbati dall’attesa di un mondo immaginifico che tarda ad arrivare, ma costantemente promesso dalle pubblicità e dalle religioni, sfogano la loro frustrazione in raid vandalici, nel campanilismo piu’ bieco e nella ricerca di nuove emozioni, sempre piu’ sfrontate ed autodistruttive.

Una volta superata la deludente idea psicotica di Dio rimane l’ultimo miglio: il baratro, il ritorno ad uno stato primitivo.

Regno a venire” è una creatura molto diversa dalle altre opere di Ballard; è come una piccola fiera scalpitante dal ritmo vorticoso, fino al caos narrativo e a rischio di ellissi, una scelta stilistica che riflette il clima di rapido crollo di una società verso il delirio collettivo e il grande rogo finale in cui si dissolve, ma solo temporaneamente, un regime fascista fondato sul consumismo, in cui non ci saranno piu’ psicopatici al potere deputati a catalizzare la follia dei cittadini, ma mediocri messia televisivi che guideranno chiunque verso una psicopatologia liberatoria.

Dio è morto, il Furher è morto, il mondo Ikea è morto.

Da chi o che cosa farsi guidare?

A tratti è quasi un peccato che lo scrittore non sviluppi a fondo, come suo solito, certe idee brillantissime, quali la nuova campagna pubblicitaria organizzata da Pearson e dal promoter televisivo del Metro- Center (attore fallito, belloccio, razzista, paranoico, un messia catodico che vomita sul pubblico le sue idee sgangherate per indurre le persone a proteggere a costo della vita il centro commerciale da un nemico dai contorni indefiniti, quindi identificabile con qualsiasi persona, razza o ceto sociale si preferisca!), che punta a vendere lo shock e la follia volontaria tramite manifesti che scatenerebbero ondate di svenimenti tra le truppe bigotte del Moige (ad esempio l’uomo che urla in mezzo a un mattatoio i supersconti sulla carne).

La trama segue solo in parte la risoluzione del giallo e del complotto alla base dell’uccisione del padre di Pearson, per ricostruire nei dettagli i meccanismi di un sistema oliatissimo costruito secondo il classico “Produci, consuma e crepa” a cui si aggiunge la fascistissima postilla “Odia chi ti pare: finchè ci sostieni, ti proteggeremo”, un ingranaggio in cui insegnanti, poliziotti e pubblicitari sono tutti coinvolti, trascinando la gente comune nella confusione più deleteria, incapace com’è di gestire il libero arbitrio, sovrapposto alla libertà di spendere.

Finchè anch’essa si rivelerà un miraggio e niente è più pericoloso di un primate senza una terra promessa.

“Indicò una riproduzione sulla specchiera di uno dei papi urlanti di Francis Bacon come se si riconoscesse in quel pontefice folle che aveva intravisto il vuoto nascosto dietro il concetto di Dio. Preso da uno strano impulso, un giorno aveva dato quella riproduzione a Cruise e gli era piaciuta tantissimo. <Richard, dimmi un po’: contro cosa sta urlando?>. <Contro l’esistenza. Si è reso conto che Dio non esiste e che l’umanità è libera. Ammesso che si sappia cosa significhi essere liberi.>”

3 commenti su “Regno a venire – J. G. Ballard

  1. sergio
    24/07/2007

    Ammesso che si sappia che cosa significa essere liberi“… sicuramente una considerazione da non trascurare.
    Ma noi, sappiamo essere veramente liberi? O pensiamo solamente di sapere cosa significa libertà, perché tendiamo a definirla come “assenza” di controllo, di coercizione, di guida, di violenza…. In ogni caso, i grandi termini di cui molti si cibano quotidianamente (oltre a libertà pensiamo solo al termine “pace”), sono spesso visti sempre e solo come “assenza” di qualcosa. Quasi a sottolineare l’esistenza di uno stato “naturale”, primitivo, in cui tale assenza non era (e non poteva) essere registrata.
    Del resto, in questa vita di “cittadini liberi”, ed il romanzo che recensisci mi sembra andare in questa direzione, non è forse vero che il marketing, la pubblicità, le aziende (ma non solo le multinazionali… diciamocelo anche il panettiere sotto casa si comporta così!) fanno di tutto perché per noi sia impossibile vivere senza questo io quel prodotto, perché non sia pensabile uscire la sera senza quel paio di scarpe, quel profumo, quel telefonino etc. etc.
    “Produci, consuma, crepa”… non è molto differente dal “fai la guerra per il re” di medievale memoria. Certo, qualcuno potrebbe dire che allora gli ideali erano altri, ma del resto la povera gente ha pur sempre lo stesso problema, riempire la pancia!
    Ecco, perché poi, quando un uomo pensa di essere veramente “libero” si inventa emozioni, pazzie, mille perversioni, per sentirsi, alla fine, comunque schiavo di se stesso.
    Forse non siamo nati per essere liberi… O almeno finché non riempiremo questa parola di un “pieno” anziché descriverla come un “vuoto”… ci verrà molto difficile…
    😉

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  2. Lenny Nero
    25/07/2007

    Commento puntuale e molto intelligente, per altro quel “fai la guerra per il re” è proprio il sottotesto implicito delle manovre di brainwashing adottate dai gestori del Metro-Center del libro!

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  3. sergio
    25/07/2007

    wow… ma così allora è troppo semplice! 😉

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Questa voce è stata pubblicata il 21/07/2007 da in Flussi di incoscienza con tag , , , , , , .

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