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Peace is for pussies

“Feed” e “Grimm Love”: che cosa siamo quando veniamo mangiati?

feed.jpgE’ circa un anno che mi sono immerso in un periodo sabbatico di studio e ricerca per portare a termine un mio progetto letterario, in cui cospicua parte è rappresentata dal superamento di alcuni taboo nella rappresentazione della violenza.

Tra i mille motivi che mi hanno rallentato, se ne è manifestato uno tanto prevedibile, quanto imbarazzante: lo sterotipato, ma in questo caso terrificante, superamento della fantasia da parte della realtà.

Così come Ballard continua a produrre capolavori arrancando dietro il rapido progresso delle sociopatie sociali, io, meno profetico, pur avendo già scritto pagine piuttosto turpi ritengo di dover alzare nuovamente la soglia (del dolore, oserei proferire) dato che ormai sono di dominio pubblico tutte le nuove perversioni del millennio.

Quando ci si pone la domanda: “What’s next?” e la cronaca ti risponde, bisogna fermarsi a riflettere.

A volte lo fa il cinema, ma diventa pura illustrazione, sebbene comunque intrigante se affronta certi temi con sincera, e non sensazionalistica, curiosità verso le deviazioni della natura umana.

feed1.jpgL’esempio più recente è il controverso, ed obiettivamente non troppo meritevole di applausi da un punto di visto artistico (per quanto a suo modo stimolante e divertente) “Feed“, diretto dal non eccelso regista de “Il tagliaerbe“.

Nel tentativo di dimostrare di essere un artista (non ci riesce) e di realizzare un film cult (ci è riuscito anche fin troppo bene, visto il feticismo strabordante), Brett Leonard mette in scena un dramma tra il grottesco e il thriller ispirato nell’incipit al famigerato episodio del cannibale di Rotenburg.

Molti di voi avranno letto tempo fa la notizia riguardante uno psicopatico tedesco che pubblicò online un annuncio per cercare persone che accettassero di essere utilizzate come piatto principale per la propria cena.

Non furono pochi quelli che risposero ed uno di loro condivise col suo ospite un lauto pasto a base dei suoi genitali, prima di essere macellato.

Innumerevoli le diatribe sul fatto che, sotto qualsiasi prospettiva si analizzasse la vicenda, si trattò dell’operato di due adulti consenzienti.

Quello fu un caso pienamente espresso di “vorarephilia“, il desiderio di possedere o essere posseduto tramite morsi o veri e propri atti di cannibalismo.

Perversione ad essa correlabile è il “feederism“, il feticistico piacere nell’ingozzare di cibo il partner, fino a fargli superare ogni limite umanamente concepibile di obesità, fino a ridurlo in taluni casi all’immobilità.

Se pensate che io stia vaneggiando, sappiate che in rete esistono diversi siti dedicati a queste pratiche.

Feed” ci introduce brutalmente in questo mondo mentale in cui l’obesità estrema, da problema medico e sociale, quasi epidemico negli Stati Uniti, diventa una nuova forma di piacere masochistico, in cui il rapporto di sottomissione passa attraverso il cibo.

Lo stile del film, diretto con camera digitale HD, risente di tutti i limiti tecnici del caso quando non valorizzati da un regista che non sia inetto: colori acidi, immagini a volte sgranate, montaggio da videoclip frenetico, sebbene molte inquadrature siano ottimamente studiate.

Non si riesce comunque a staccare gli occhi dallo schermo, nonostante il nostro stomaco non veda l’ora di fuggire dal nostro corpo tramite qualsiasi orifizio.

Si assiste alla minuziosa rappresentazione di questa pratica, al nutrimento dell’adiposa protagonista tramite imbuti in cui vengo versate le budella saponificate di vittime precedenti, ai minuziosi controlli medici del “feeder” che non vuol perdere il suo giocattolo d’amore, ma ne tende le pareti interne fino allo spasmo, fino a provocarne vomito, soffocamento e lacerazioni interne.

E si assiste soprattutto al delirio telematico di una sottopopolazione internettiana che si eccita ad osservare, giorno dopo giorno, i progressi della degenerazione corporea della ragazza, le umiliazioni cui è sottoposta (ma rappresentate come soddisfacimenti di richieste amorose) fino alla ripresa dei suoi ultimi minuti di vita, prima che il suo corpo venga poi riutilizzato come sostanzioso omogeneizzato ingrassante.

E tutto ciò è reso possibile da un sito il cui slogan di presentazione è “Consumption is evolution. If we are what we eat, what are we when we are eaten?

Le psicopatie sono sempre l’espressione di una particolare caratteristica del lato umano che si ingigantisce, diventa ossessione e scopo unico di un individuo, fino a ridurne la psiche ad un monomaniacale feticismo.

Mentre il detective che indaga sulle vittime del  feederism fa sesso in modo selvaggio e violento con la sua ragazza, i due piccioncini dell’adipe godono cospargendosi di cibo e interiora altrui, mordendosi, nutrendosi, estremizzando in senso cannibalistico, senza arrivare a quel punto, l’atto sessuale ed i suoi elementi di possessione, in uno speculare rapporto anch’esso di natura erotica.

Come spiegare il dilagare dell’obesità, contro ogni attesa rispetto ai modelli proposti dalla pubblicità e dal mondo della moda?

Dove trovare una chiave di lettura nei numerosissimi siti hard corredati da foto di donne così straripanti di pieghe cutanee da aver perso ormai ogni qualificante forma umana?

Il feeder del film ci illustra chiaramente le idilliache motivazioni che sottendono il suo piacere.

Se da una parte la sceneggiatura scava nel suo passato, correlandone le perversioni ad una madre dominatrice, immobilizzata a letto, e nutrita dal suo figliolo prima che questi, all’ennesimo insulto, decidesse di soffocarla (per fortuna degli spettatori e degli ex-figli vessati da madri nevrotiche) e inquadrandole in un chiaro contesto schizogenico, dall’altra mette in bocca all’antieroe una serie di motivazioni così plausibili che almeno per un minuto si viene quasi convinti: lo scopo ultimo dei suoi atti è emancipare le donne dai modelli castranti, anoressizzanti ed umilianti che l’estetica moderna ci impone, gabbie da cui libera, catastroficamente, le donne che possono così espandere il loro corpo senza sentirsi in colpa e venendo pure amate proprio perchè invocano altro cibo, altro grasso.

L’enorme Deidre supplica piagnucolante: “Feed me…feed me“.

E’ una sorta di atto di purificazione, anzi atto puro e apparentemente innocente come quello di una madre che mordicchia le mani o i piedi del proprio bambino.

Il feeder accenna pure al valore evoluzionistico delle sue gesta: “Consumption is evolution. Something’s always eating something else, and the best eaters, the ones at the top of the food chain, are highly evolved.
Ad ascoltare certi sproloqui ci si domanda se la diffusione dell’obesità non sia il primo segnale di un’inversione di tendenza nelle sovrastrutture estetiche, che in persone con qualche cellula adiposa di troppo anche nel cervello determina persino un culto di un morbido gigantismo corporeo.

Come se un giorno tutti gli avventori del MacDonald decidessero di sostituire definitivamente il sesso trascorrendo la giornata ad abbuffarsi di BigMac fino a vantarsi non delle proprie erezioni, ormai perdute, ma dei nuovi chili acquistati.

La forma più estrema del consumismo, del consumismo alimentare in particolare.

Il passo successivo sarà logicamente il cannibalismo, ma per quell’epoca spero di essere già ridotto a scheletro per non suscitare i desideri di qualcuno.

Feed” diventerà sicuramente il piccolo cult dell’anno, ma è così programmaticamente disgustoso che solo i temerari forti di stomaco sapranno affrontarlo, anche perchè diretto in modo energico ed ogni scena shock è un pugno ben assestato.

Difetta, purtroppo, di una forma artistica che lo elevi a film di serie A; Leonard non ha lo sguardo che Cronenberg possiede sulle modificazioni del corpo.

Prova ribrezzo per quel che riprende e pertanto lo priva di ogni ambiguità e di ogni morbosità, perdendo così l’occasione di turbarci davvero, anche se sicuramente ci rende più difficoltosa la cena.

Un’occasione mancata in parte (anche perchè chi osa assistere ad un certo tipo di film si aspetta che anche il regista osi fino in fondo e ciò non avviene), che però non lascerebbe indifferente neanche il dottor Lecter.

Ricollegandomi al discorso sui feticismi nutrizionali ed all’episodio del cannibale di Rotenburg, prima citato e descritto in una sequenza decisamente esplicita pure in “Feed“, è inevitabile nominare “Butterfly: a grimm love story“.

grimmlove.jpgArmin Meiwes, attualmente in galera, non solo non ha mostrato pentimento, ma è riuscito a vincere la causa per chiedere il ritiro del film dalle sale cinematografiche tedesche.

Incredibilmente la corte di Francoforte ha sentenziato che la tutela della sua personalità prevaleva sulla libertà artistica.

Ritengo abbastanza ipocrita condannare il gesto di Meiwes e poi tutelarne la personalità disturbata, così come vorrei chiedere a quattr’occhi a questo infido informatico quali elementi offensivi a suo carico abbia rilevato nel film.

Considero la sentenza ancora più rocambolesca dopo la visione della pellicola, che, al contrario di “Feed“, è un interessantissimo esperimento di disamina psicologica incorniciato in un editing visivo di tutto rispetto, a partire dalla plumbea fotografia fino ai momenti di pura visionarietà per illustrare i complessi ed intricati processi mentali sia di Meiwes sia della sua vittima, compito che poteva deragliare in un fallimento totale e nella pornografia (non che me ne sarei lamentato).

Eppure il film è pienamente riuscito, grazie soprattutto all’eccezionale performance dei due attori protagonisti, l’uno consumato dai suoi desideri cannibali, ultima ed estrema trasformazione di un desiderio d’amore degenerato e che richiede rabbiosa compensazione, l’altro in preda ad una necessità impellente di essere qualcosa di sostanziale (e sostanzioso) per qualcuno, fino al sacrificio.

grimmlove-3.jpgNon ci vengono risparmiati i dettagli del rito preparatorio, i momenti in cui ragazzi che si sono proposti come vittime una volta trovatisi incatenati e avvolti nel cellophane si mettono a piangere di fronte al coltello del macellaio (e Meiwes, sprezzante e deluso, li libera commentando con una classica frase da profilo online per chi cerca sesso: “Solo decisi!“) fino ad approdare, tra dubbi e tormenti da entrambe le parti, al momento clou della realizzazione della fantasia programmata.

Durante tutta la sequenza si avverte il senso di intima complicità, quasi affettuosa e reciprocamente devota, come quella tra un sacerdote ed il suo agnello sacrificale; non c’è morbosità, c’è un senso di liberazione, di piena espressione di se stessi, come un Amen al termine di una preghiera finalmente esaudita.

Se in “Feed” gli stessi momenti sono graffiati da umorismo nerissimo (la vittima, mentre è in piedi nella vasca da bagno e si fa imboccare con pezzi del suo pene arrostito, si volta di scatto imbarazzato, coprendosi il membro amputato, quando la polizia irrompe in casa mentre il cannibale sfoggia un sorriso degno di un bambino su un cartellone pubblicitario), in questo caso viene trasmesso un funereo senso di compiutezza, di un amore che si concretizza con la consapevolezza quasi malinconica che sarà letale.

Ciò che realmente atterrisce di “Grimm love” è la profonda umanità dei protagonisti: non ci troviamo di fronte a due folli estraniati dalla realtà, ma a due uomini interiormente devastati che riempono vicendevolmente e nel modo più completo possibile da un punto di vista fisico il loro desiderio di unirsi con qualcuno.

La tagline recita: “Hungering for affection“.

La celebrazione dell’impossibilità di amare ed essere amati, salvo pagarne conseguenze devastanti.

“There’s no way back for me. Only forward. Through your teeth.”

11 commenti su ““Feed” e “Grimm Love”: che cosa siamo quando veniamo mangiati?

  1. sirjoe
    10/08/2007

    Le psicopatie sono sempre l’espressione di una particolare caratteristica del lato umano che si ingigantisce, diventa ossessione e scopo unico di un individuo, fino a ridurne la psiche ad un monomaniacale feticismo.
    Si diceva che poi una delle caratteristiche dei “mostri” che finiscono per essere analizzati in questi film, è la loro assoluta normalità. Sono tutte persone delle quali non si è mai saputo nulla, almeno fino al momento dell’arrivo della polizia. E su questo, incide anche il fatto che, la loro solitaria patologia, è anche alimentata da una società che non esercita più alcuna forma di controllo sociale.

    Unico appunto, scrivi Ritengo abbastanza ipocrita condannare il gesto di Meiwes e poi tutelarne la personalità disturbata…. Perché? Il gesto di per se è assolutamente da condannare, ma ritengo che comunque una persona, anche se in prigione, non debba mai perdere la sua dignità. Peraltro, Meiwes stesso avrebbe addotto tra le varie motivazioni di non voler che altri facessero ciò che ha fatto lui.

    S->

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  2. Lenny Nero
    10/08/2007

    Dear,

    scrivi bene quando usi l’espressione “solitaria patologia”.
    Questi soggetti si annullano completamente per quell’unica ossessione, per cui è ovvio che il resto della loro vita passi assolutamente inosservato, per quanto sono anonimi.

    Ho una teoria, tutto sommato banale e derivata dalle mie letture ballardiane, che grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione certe perversioni vengono soddisfatte piu’ facilmente, circola materiale, ci si scambiano opinioni, si organizzano siti e addirittura partiti!
    Ma soprattutto che quel senso di protezione che ti da lo stare dietro al monitor (in “Feed” internet ha un ruolo agghiacciante) slatentizzi piu’ facilmente pulsioni e fantasie, che possono essere vissute tranquillamente davanti a un monitor senza che nessuno ti possa fermare.
    Il problema è il passo successivo, quando avverti in quelle fantasie la presenza di un ritrovato spazio di libertà individuale, di riscatto verso una società che per motivi diversi per ognuno è ritenuta fedifraga, ingannatrice e soffocante.
    La pazzia come ultima forma di libertà quando il piattume della nostra vita ci ha tolto tutto.
    E allora si cerca la scossa in qualcosa di “alternativo”, con tutte le sfumature del caso fino a quelle piu’ estreme.
    Scoprire due giorni fa che “Feed” si basa su pratiche reali e ben definite (addirittura la vittima deve avere un peso minimo preciso e standardizzato) mi ha fatto scendere una goccia di sudore freddo.
    Si tratta di gente comune, non di sbandati o ricconi annoiati dai loro eccessi, che cerca una boccata di ossigeno concretizzando le fantasie a loro piu’ congegnali e i mezzi di oggi consentono loro di (auto)alimentarle (è proprio il caso di dirlo!).
    E’ la reazione dell’uomo qualunque che ormai spersonalizzato, privo di cultura e privo di qualunque senso civico e umano, devitalizzato da una società che non offre altro che pantomime televisive, sfoga il suo rancore represso nella devianza.
    Il problema ormai è che davvero ci si chiede: e quale sarà il prossimo punto di arrivo?
    Il dramma è che non riconoscerai mai un Meiwes da alcun tratto del suo comportamento o della sua esistenza; è solo un automa impazzito che trovo un disperato punto di appoggio e vitalità nelle sue nevrosi.
    Solo che le sue sono…per palati forti🙂

    Non concordo come avrai capito sul tuo appunto.
    Il suo gesto da condannare?
    Per me no.
    Erano due adulti consenzienti, in fondo, o no?
    Dovremmo comunque essere contenti che uno dei due si sia fatto eliminare e l’altro in prigione (così si puo’ masturbare tutte le volte che vuole guardando i film di Ruggero Deodato).
    Meiwes ancora recentemente ha dichiarato che desidera, testuali parole, fare a pezzi altri uomini.
    Io sono il primo garantista, penso che la mia esperienza pluriennale in Amnesty sia testimone e garante del mio modo di pensare, ma qui siamo in un campo psichiatrico per certi versi nuovo.
    Ho solo il sospetto che la sentenza della corte sia la solita sentenza moralista e tipica di uno Stato (e di una società) che addossa le colpe di certi eventi ai prodotti creativi, siano essi film o videogiochi (chissà a che giocavano Bin Laden, Pol Pot e Hitler!) per lavarsene pilatescamente le mani e pensando, magari in buona fede, che pero’ pecca di analisi approssimativa del fenomeno, che così si eviteranno episodi di emulazione.
    Inoltre da una parte dici che il gesto è da condannare in modo assoluto (non esiste niente di assoluto! Bacchettata sulle mani e appena ti rivedo tiro fuori frusta, sega elettrica e imbuto!), dall’altra che bisogna rispettare chiunque.
    Meiwes non è esattamente chiunque.
    E’ come uno dei segni clinici di una sindrome.
    Inoltre, avendo visto il film, e ti assicuro che è notevole ed in genere delude molto chi è alla ricerca solo di porno-gore (in quanto incentrato sui due protagonisti e solo nel finale si arriva al clou ormai noto a tutti), Meiwes dovrebbe solo che ringraziare la troupe del film perchè gli viene conferita un’umanità, per quanto borderline, in alcuni punti quasi eccessiva, tanto da farti quasi pena per il tormento che prova in questa sua disperata ricerca della vittima giusta.
    Altri lo avrebbero dipinto come un semplice mostro e così è stato in “Feed” dove addirittura la scena con lui fa ridere, se non fosse che ci sarebbe da vomitare.
    Ma evidentemente passato lo “scandalo”, la società, lo Stato e la corte di Francoforte si erano già nel frattempo cavati gli occhi.
    Uno che dichiara che macellerebbe altre persone non mi pare molto preoccupato della sorte dell’umanità; contraddirebbe persino tutti i discorsi che abbiamo fatto fin’ora sulla monomaniacalità e il fatto di sentirsi ormai a briglie sciolte.
    Inoltre, fidati, nel film gli si restituisce un’umanità che invece a mio modesto avviso ha perduto da tempo.
    Ma do merito al film di aver tentato di illustrare dinamiche psicologiche complesse, e su carta è facile, su celluloide bisogna avere gran talento e idee chiare.
    Per non parlare del fatto che l’attore che intepreta il cannibale è sexy da morire, quindi si tappi la bocca e possibilmente non con i femori dei suoi compagni di cella🙂

    Bacione!

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  3. sirjoe
    11/08/2007

    Ciao caro
    Parto innanzitutto dal non accettare una bacchettata sulle mani, relativamente ad un aspetto molto importante. Il suo gesto è da condannare in quanto ha ucciso un uomo. E mi spiace, ma proprio da un garantista come te non mi aspettavo un simile relativismo (non inteso alla benedetto XIX naturalmente…). Si tratta semplicemente di affermare un principio: la libertà va benissimo, ognuno può fare quello che crede finché non impedisce a qualcun altro di vivere la propria libertà. E siccome la libertà di vivere è la più importante di tutte, il discorso dell’essere “consenzienti” non regge. Anche perché, come tu stesso affermi, siamo comunque in presenza di turbe psichiche di queste persone.

    Detto questo, non siamo invece in contraddizione sul primo punto. Semplicemente confermi che queste persone sono il prodotto della società in cui viviamo. E credo che alla fine, sia proprio il dargli così tanta attenzione che, a mio modo di vedere, amplifica la portata di questi fenomeni. L’homunculus assolutamente invisibile a tutti che cerca per una volta di entrare nel mondo fatato dei media, ha poche strade. La violenza, alla Columbine o attraverso forme estreme come il cannibalismo, è quella che alla fine da i risultati di notorietà maggiori (anche perché, purtroppo, crea in molti un senso di (quasi) rispetto). Non dico chiaramente che questa sia l’unica ragione, a monte ci sono sicuramente tutte le disfunzioni psicologiche… ma questo fatto contribuisce sicuramente.

    Quale sarà il prossimo punto di arrivo relativamente a queste devianze? Vedi, credo che la situazione peggiorerà, almeno finché da un lato la società non riuscirà più ad esplicare quella sua funzione di controllo, non in senso repressivo, ma di “rete sociale” attorno alle persone, e finché, purtroppo, ci saranno ancora persona affascinate da questi eventi😉 (ok si… ti ho restituito la bacchettata sulle mani ;-))

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  4. Lenny Nero
    11/08/2007

    Darling,

    scambiamoci un po’ di bacchettate, solo virtuali, eh😉

    Inizio dal fondo, ispirato da un commento della mia amica Tirtha sul forum di http://www.artdust.net/: “che senso (ed esito) può avere una cura della patologia del singolo se poi lo scopo è reimmetterlo all’interno di un tessuto sociale patologizzante?”.

    Ho la vaga impressione (e l’aggettivo “vaga” è ironico) che la situazione sia ormai fuori controllo proprio perchè è la società moderna che genera questi mostri.

    Sarebbe come volerli reinfilare nell’utero materno sperando che la prossima volta vengano partoriti sani di mente.

    Solo che non è il loro parto che è stato distocico, ma la loro crescita successiva.

    Il riscatto di un’esistenza attraverso la devianza sarà il futuro.
    Sarà la maschera ad ossigeno del nuovo millennio.
    Speriamo che i ghiacci si sciolgano prima comunque.

    Questa mattina su MSN ne abbiamo già discusso, ma riporto anche qua alcune mie considerazioni.

    Tu scrivi che “la libertà di vivere è la più importante di tutte, il discorso dell’essere “consenzienti” non regge. Anche perché, come tu stesso affermi, siamo comunque in presenza di turbe psichiche di queste persone.”

    Cerchero’ di essere sintetico (arduo tentativo).

    1)L’omicidio di per sè non è condannabile in modo assoluto.
    Puo’ essere utile per salvare vite umane o un’intera nazione dai suoi dittatori (anche se, citando sempre Ballard, i Furher trovano sempre gli stivali già pronti. In quel caso la resistenza è un estirparsi da soli il proprio male, è un riparare ai propri danni).

    2)Oltre alla libertà di vivere esiste la libertà di morire.
    Anche l’eutanasia è omicidio.
    C’è un uomo che vuole essere liberato e l’altro soddisfa la sua esigenza.
    Anche il suicidio è una forma di liberazione, solo che non richiede necessariamente l’intervento di un altro.
    E lo si puo’ attuare tranquillamente anche a casa propria, per esempio con una maratona televisiva a base di De Filippi e Bruno Vespa.
    Se vogliamo fare un po’ i sofisti, la vittima di Meiwes si è suicidata.
    Il suicidio non è reato, per ovvii motivi, è solo un gesto che puo’ essere valutato in modo negativo secondo certi punti di vista, in particolare religiosi, ma non puoi condannarmi se non nell’aldilà, appunto.

    3)Il punto peculiare della situazione è che Meiwes non ha costretto il suo agnellino a essere sacrificato, ma hanno soddisfatto entrambi una loro fantasia patologica (la vorarefilia che cito nel post).
    Se io domani pubblicassi un annuncio con su scritto: “Cerco Messia da crocifiggere” e un novello Gesu’ mi accontentasse, a chi avrei arrecato danno?
    Io avrei soddisfatto una delle mie fantasie preferite, e l’altro pure!
    Per non parlare del fatto che ci ritroveremmo un coglione in meno tra i piedi.
    Potrei farti altri esempi: “Cerco novello Benito Mussolini da appendere in Piazzale Loreto”.
    Questo sì che sarebbe utile.
    Il problema è che queste situazioni sussistono al di fuori degli schemi comuni di ragionamento e le parole violenza e omicidio acquisiscono nuove valenze e sfumature.
    La violenza in tal caso non è imposta, ma richiesta.
    Dovremmo forse vietare pure i rapporti sado-maso?
    Nel DSM-IV il sadomasochismo è considerato parafilia.
    Scateniamo una caccia alle streghe, entriamo nelle case delle persone, chiudiamo certi locali, censuriamo film e libri?
    Io non sono sicuro che porre freni agli impulsi sado-masochisti, quando espressi in un contesto apparentemente sessuale, sia la soluzione, perchè quegli impulsi rischiano di sfogarsi in modi ben piu’ terribili.
    Il caso di Rotenburg è solo una forma estrema di rapporto sado-maso.
    Nel momento in cui il masochista è pienamente consenziente (nei rapporti sado-maso esistono pure modi e codici per chiedere di fermarsi) non posso che guardare impotente (nel senso che solo all’idea non avrei un’erezione neanche ingurgitando una scatola di Viagra!).
    Comprendo benissimo l’orrore della situazione, ma pensiamo davvero di fermare certe impennate patologiche con una condanna per omicidio?
    Di fronte ad una fantasia perversa che diventa ossessione neanche il padreterno in persona puo’ intervenire.
    Per tanto lo ritengo inutile.
    Certo, mi si potrebbe comunque replicare che è meglio che Meiwes stia in galera prima che faccia come Jeffrey Dhamer, che non chiedeva certo il permesso per gustare un soffritto dei tuoi reni.

    4)Io sono affascinato da queste devianze, proprio perchè mi fanno paura e la paura mi regala adrenalina.
    Ne sono affascinato anche perchè comunque, da curioso e anche da medico, mi viene istintivo cercare di comprendere ogni lato, anche piu’ straniante, della natura umana.
    Non per questo discorro allegramente di certe perversioni.
    Il mio post è venato di ironia.
    Non esserne affascinati, potrebbe implicare non parlarne, non realizzare film, non scriverne libri o non usare la violenza anche perversa come mezzo estetizzante per esprimere concetti od emozioni.
    Pensa, nel mio piccolo, alla scena di fist che ho inserito in “Unforgiven”.
    Il fatto che suscitino fascino ed orrore al tempo stesso, rientra nella morbosità insita nell’uomo.
    Il risultato è che ovviamente certe perversioni diventano pubbliche e quasi pubblicizzate, ma tacerne in merito sarebbe ancora piu’ deleterio, perchè significa chiudere gli occhi su fenomeni sociali dilaganti (pensa solo a quanti siano i feticisti o i sado-masochisti sulle chat gay!).
    Meglio essere vigili e con gli occhi aperti, ed ammettere che pure l’orrore ha un suo fascino perchè procura emozioni.
    Se cio’ è malato, allora Norman Bates mi fa un baffo.

    Baci baci

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  5. sirjoe
    11/08/2007

    Ciao caro

    quando fai le citazioni, però, non omettere le parti più interessanti:

    Thirta parla infatti del ruolo in qualche modo di ‘rivelatore’ di internet -nel senso proprio dell’acido fotografico, chiamato appunto rivelatore o altresì sviluppo, che permette l’emergere di un immagine latente- la pazzia come rivoluzione, ribellione abnorme, fuga da questa normalità malata e fatta di coazioni a ripetere, la follia deviante come immagine rivelata di un immagine invisibile ma già latente nel tessuto sociale apparentemente uniforme.

    Ed è qui il punto (partendo dal tuo “4)”). Internet deve effettivamente solo far emergere ciò che esiste, o talvolta rischia di proagarlo? Il confine tra le due cose è molto labile (e ne parlerò a breve in un post che sto scrivendo, in quanto la questione si applica molto sui concetti di libertà di espressione sulla Rete).

    Sui punti 1 e 2, credo che la questione, come già detto stamattina, è che uno può benissimo uccidersi (cosa che non condivido, ma poi questo è un aspetto personale), purché non arrechi alcun danno ad altri. Ed è per questo motivo che in contesti quali l’eutanasia, non si prevede mai un rapporto unico tra paziente e medico, ma occorre una commissione etica etc. etc. Chi può davvero certificare che la persona uccisa da Meiwes, non pensasse che l’annuncio fosse uno scherzo, che in realtà non volesse, ma fosse solo affascinato dalla cosa, come lo sei tu del resto?

    Concludo sul fascino dell’orrore. Anche qui, un labile confine tra chi ne è affascinato per esorcizzarlo… e chi invece ne è affascinato perché attratto. Ed io purtroppo, ho sempre molta paura di ciò che può accadere alle falene impazzite che si lasciano affascinare da qualsiasi novità.

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  6. Lenny Nero
    11/08/2007

    Sono le dinamiche stesse dell’omicidio che confutano la tua tesi.
    Esiste un video (in “Grimm Love” una studentessa di psicologia guarda il filmato della famigerata cena; tutto fu ripreso e un intero distretto di polizia si vomito’ addosso, in una scena, pero’ reale, degna di “Bad taste” di Peter Jackson) girato dallo stesso Meiwes per documentare il momento e la totale partecipazione dell’altro.

    Quando si trovo’ di fronte a persone che al dunque si spaventarono, lui le congedo’, perchè cercava complicità: lì risiedeva in ultimo la sua fantasia.

    Il mio fascino non è certo legato al compiere certi gesti (e al massimo nel ruolo del cannibale, non sopporto neanche piccoli morsi sulle chiappe…sei avvisato eh eh), ma al fatto di osservare qualcosa che va oltre i limiti.

    Sia un pensiero sia un’immagine sia un gesto oltre limiti e taboo ha in sè un nucleo di interesse e fascino, inquanto diverso e nuovo.

    Tuttavia il cannibalismo, il feederism, le pratiche sado-maso estreme, non sono semplici novità che possono attirare chiunque; implicano un desiderio violento e una soglia del dolore tali (nonchè una cecità mentale allucinante) che solo sporadici individui potranno in qualche modo sentirsi legittimati a compierli nel momento in cui certe pratiche diventano oggetto del comune parlare.

    Ovvio che sui grandi numeri non si tratterà di poche persone🙂

    Personalmente non ne ho paura, penso che si arriverà a episodi di autodistruzione diffusi.

    Pensa per esempio ai suicidi di gruppo organizzati online in Giappone; sono diventati talmente numerosi che sono state emanate leggi in proposito.

    Io penso che tutto questo non lo si possa fermare, forse solo rallentare, ma è come un processo già avviato.

    Mi chiedo: dovremmo davvero fermarlo?
    Semmai che diventi spunto di riflessione, prima di tutto personale, perchè intanto agli alti livelli sanno emettere solo sentenze e promulgare leggi che pero’ non incidono mai sulla psiche delle persone.

    Quando è la psiche delle persone che inizia a deragliare, e in modo sempre piu’ cospicuo, allora possiamo serenamente concludere che il punto di non ritorno è vicino perchè ormai si è perso persino il punto di partenza.

    Comunque per la cena del 14 stabiliamo PRIMA il menu’, non vorrei che mi riservassi strane sorprese🙂

    Kizz

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  7. sirjoe
    11/08/2007

    W!, mio caro W!
    Il punto centrale, il nocciolo della questione è proprio questo. Siamo davvero disposti ad accettare tutto questo senza far niente? Tu sei già un passo dopo, visto che ti chiedi se sia il caso di fermare questo “processo”.
    Ora, sia ben chiaro, non faccio parte della schiera di persone che vede nei videogiochi, in internet, nella televisione la causa di questi mali, ne riuscirò mai ad accontentarmi di spiegazioni semplicistiche.
    Inoltre credo che questi fatti, queste turbe psichiche siano sempre esistite. Nel tempo mi sono anche fatto un’idea, basata sulla mia passione per la storia, che nel mondo occidentale ci sono a) poche guerre e b) i test psicologici all’ingresso degli eserciti. In passato erano proprio i “matti” a costituire la prima linea, e li riuscivano, immagino, a scaricare le loro ansie represse. Non credo sia un caso che tanti condottieri vittoriosi in battagli, siano passati alla storia per la loro efferatezza, nella quale sono assolutamente rintracciabili tutti gli aspetti delle perversioni peggiori.
    Ora, non dobbiamo certo prendere ed organizzare una battaglia delle Termopili ogni due anni solo per attribuire alla guerra quel senso di “disinfettante” che già ci vedeva dentro Marinetti, sia chiaro. Ma è certo che una società progredita che non da più nessuno sbocco a queste forme animalesche e violente, deve però mettersi in testa che non può semplicemente ignorarle, ma deve imparare a riconoscerle e gestirle.

    Quanto al menu… direi che decideremo in TUA presenza, no? Non so esattamente cosa potrebbe uscire…🙂

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  8. Lenny Nero
    11/08/2007

    🙂 Grazie, mi hai fatto sorridere🙂

    Replico con una frase dal mio film gay preferito:

    -Pazzia? QUESTA E’ SPARTA!!!-

    Gerard Butler rules! :-*

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  9. Pingback: Tra Etica e Morale, che società vogliamo? at Sergio G. Caredda

  10. Lenny Nero
    12/08/2007

    Riporto anche qui il mio commento al post di Sergio “Etica e morale: quale società vogliamo?” ed invito tutti a leggere gli altri commenti in merito al suo bellissimo articolo.

    Dear Sergio,

    intanto complimenti per il post così sintetico (dote di cui difetto a causa della mia logorrea e che invidio sempre) e così esaustivo al tempo stesso.

    Solo alcune note a margine.

    Ruolo della stampa e di internet.
    La stampa fa sensazionalismo e cronaca al tempo stesso; colpisce la fantasia dei singoli, forse pungola desideri nascosti e latenti, ma non ha le caratteristiche insitamente pericolose della rete.

    Ricordo che collezionavo tutti gli articoli su Jeffrey Dhamer, ne uscirono ogni giorno per settimane; vidi servizi televisivi, lessi i fumetti su di lui and so on.
    Pura fascinazione morbosa.
    Nella mia mente d’adolescente astraevo il Jeffrey Dhamer reale trasfigurandolo in una specie di disperato vendicatore omosessuale reso ancora piu’ affascinante dal suo aspetto sexy e da quel senso di autodistruzione che tutta la vicenda mi comunicava.
    Ricevevo l’impressione che la sua storia fosse l’inizio di un mondo omosessuale che cannibalizzava se stesso; l’omofobia interiorizzata di Jeffrey esplodeva in questo macabro e terrificante modo di rapportarsi ad altri maschi.
    A distanza di tempo, spiego il mio comportamento “anomalo” per aver avvertito in lui problematiche all’epoca vivevo anche io.
    Ovviamente non mi riferisco agli impulsi cannibali, ma a un periodo tormentato di scarsa accettazione della mia omosessualità, che vedevo all’epoca come una specie di dono mostruoso, in parte seducente, in parte terribile.
    E poi come ben sai là dove ci sono shock e orrore devo andare a curiosare, ma non ho mai dichiarato di essere sano di mente!
    Anche se in realtà è solo non avere paura di aprire la porta ai lati piu’ oscuri dell’umanità.
    Ora, ammettiamo che io non fossi stato all’epoca il ragazzo “mediamente intelligente”, acculturato e con una personalità via via sempre piu’ forte e monolitica che sono poi diventato definitivamente.
    Ammettiamo che la mia mente avesse serie derive psicotiche per tutta una serie di ragioni (congenite, familiari, sociali, culturali: fattori ambientali esterni insomma).
    Ammettiamo pure che le gesta di Jeffrey ispirassero in me voglia di emulazione.
    Con chi parlarne, con chi discuterne, con chi sfogarmi?
    Ecco, qui entra in gioco la peculiarità della rete.
    Se i mezzi di stampa possono solo fare da grancassa mediatica, il web puo’ avvicinare persone con perversioni in comune, puo’ fornire loro materiale per solleticare sempre di piu’ le loro fantasie; dietro la protezione di un monitor, ti offre quello scarto di sicurezza che puo’ portare qualcuno a passare dalla teoria alla pratica.
    Oggi giorno esiste una quantità esuberante di siti per ogni tipo di perversione possibile.
    Migliaia di persone pagano per accedere a siti in cui condividere materiale e pensieri.
    Per le perversioni meno “pericolose socialmente” esistono poi locali per ogni gusto, dove spesso, comunque, si supera di gran lunga il limite dei danni a terzi, inquanto vi si trova la complicità di autolesionisti.
    Il problema non è tanto la propagazione di notizie o fantasie violente, ma il fatto che la rete aggrega, toglie insicurezza, ed aumenta la confusione tra le proprie fantasie e la realtà.
    Aggregazione e condivisione sono le parole chiave.
    Nel momento in cui parlo con altre persone che condividono i miei pensieri, non avverto piu’ la mia devianza come patologia e inebriato dal fatto di aver incontrato persone come me supero ogni insicurezza.
    Se un tempo la pedofilia era solo questione di parrocchie e famiglie, ora è anche un fenomeno di rete.
    Se un tempo il sadomasochismo si poteva concretizzare con la violenza sulle mogli, ora basta entrare in rete e cercare locali ad hoc, concordare appuntamenti col Mister De Sade o Masoch di turno, organizzare serate e festini ad invito.
    Inoltre su internet chiunque puo’ scrivere e i toni autoindulgenti di chi nutre fantasie cannibali o pedofile o violente in generale fanno venire i brividi (da bravo studentello mi sono documentato, ma ho interrotto gli studi precocemente prima di sentirmi male!).
    Internet è uno spazio di totale libertà dove le persone, mentalmente ridotte a brandelli dalla loro esistenza, trovano sfogo tramite quella che Ballard chiama “pazzia volontaria”, l’ultimo brandello di libertà che è rimasto all’uomo comune.

    Cinicamente, se tutto cio’ portasse all’autodistruzione di questi automi impazziti, non rileverei un gran danno.

    Tu scrivi che un punto base dovrebbe essere il rispetto della dignità umana.
    Pero’ in quei casi dove la perdità della dignità umana è lo scopo ricercato da due adulti consenzienti, come si puo’ applicare questa regola e impedire loro di farlo?
    Non hai forse ribadito come la disponibilità della propria vita (e quindi del proprio corpo) sia un fondamento?
    Per lo stesso motivo per cui non condanno il suicidio a priori (ma, ovviamente, sarebbe auspicabile che nessuno arrivasse mai a tal gesto, almeno che uno non si chiami Adolf Hitler o Britney Spears), figuriamoci poi l’eutanasia (grazie a cui cerco di trovare nella morte una dignità perduta da tempo a causa di una malattia), non riesco a vedere in certi gesti di autolesionismo elementi di condannabilità.
    Il sado-masochismo in tutte le sue sfumature è sempre esistito, semplicemente oggi grazie alla rete è organizzato e pure codificato.
    Se psichiatricamente è considerato patologia, socialmente e legislativamente come mi dovrei comportare verso due adulti consenzienti?
    Scrivi che il cannibalismo implica la perdita della dignità umana.
    Forse questo vale per quando Rockfeller divento’ la portata principale per una tribu’ di indigeni, ma la vittima di Meiwes considero’ la sua ultima cena un gesto d’amore e di possessione cui tanto anelava.
    Meiwes, l’elemento dominante e organizzatore, ma non plagiatore, realizzo’ una ripresa della serata proprio per dimostrare che se omicidio vi fu, questo era consentito e ricercato dall’altro.
    E’ sempre una forma di suicidio.

    Al di là di questo mio punto di vista, che so benissimo che non è condiviso da tutti (in Germania si sono scannati sui giornali per mesi), quello che mi potrebbe preoccupare è il processo di emulazione da parte di altri (ricordati che Meiwes cerco complicità nella sua vittima, dato che altri risposero al suo annuncio online, ma non erano davvero decisi secondo lui) in cui pero’ si passa dalla situazione di due adulti consenzienti ad una situazione analoga a quella di Jeffrey Dhamer, in cui vennero perpetrati omicidi puri e semplici.

    Il sensazionalismo della stampa e le proprietà disinibitorie di internet possano, teoricamente, sostenere un fenomeno di derive psicotiche di massa, lievi od estreme come il caso di Rotenburg (ma è sempre piu’ semplice partira dal caso estremo per ragionare).

    Soluzioni?
    Censura, blocchi, controlli?
    Chi stabilisce che cosa è perverso e quando perverso se davvero pericoloso?
    Quali sono i paletti da porre prima dell’ultimo taboo del cannibalismo?
    Farsi legare su una sling per sottoporsi a gang-bang e fisting di gruppo non è anche quella una situazione degradante, eppure ben diffusa in locali specializzati in tutto il mondo?
    O sono i nostri occhi e le nostre persone, sessualmente meno contorte, che giudicano tale quella situazione?
    Ritengo inoltre che quando si chiude dentro a una pentola a pressione un impulso deviato, questo comunque prima o poi esplode e non voglio sapere in quale direzione.
    Tutto sommato il caso di Rotenburg è un esempio di male minore.
    Il caso Dhamer, al contrario, è la situazione meno auspicabile.

    Ma di fronte alle derive psicotiche generate da una società evidentemente schizogenica, quale forza hanno le leggi e le discussioni di etica?
    A che punto dello sviluppo di una persona si è verificato un cortocircuito?
    O semplicemente i mezzi di oggi stanno slatentizzando pulsioni dell’uomo a cui la società in qualche modo era in grado di porre un freno, ma ne sta nuovamente perdendo il controllo, per altro in un mondo in cui la violenza è perpetrata e giustificata dagli stati stessi in nome di dio o della democrazia (altro che relativismo etico!)?

    Mi pongo domande, ma non ho risposte.
    Sono questioni che non mi pongo neanche da troppo tempo, ma la visione di “Feed”, di cui ho parlato sul mio blog, mi ha aperto gli occhi su un mondo che sapevo esistesse, ma di cui non sospettavo l’entità.
    Un mondo in cui i confini dell’etica e della morale stentano a resistere.

    In ultimo, per quanto riguarda coloro che scatenano “guerre di religione”, utilizzando anche la rete e la stampa, ricordiamoci comunque che internet puo’ essere usato anche per lottare contro di loro, ed in questo risiede il suo pregio.

    Il web offre potenzialità di discussione, organizzazione, diffusione di informazioni, che altrimenti non sarebbero possibili, per quanto la bioetica sia prigioniera di fatto dei cattolici, per quanto la stampa sia prigioniera e basta.

    D’altronde le stesse potenzialità conferiscono un senso di libertà (e di onnipotenza quasi) che frustrate dalla vita reale, ma soddisfatte nella virtualità possono generare mostri.

    Ricordi che cosa disse il dottor Lecter a Clarice?
    -Che cosa fa, Clarice? Pensaci…desidera!-

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