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Peace is for pussies

“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di P. Cameron

Questo libro invece no.9788845921810.jpg

Commenti entusiasti in rete, di critica e pubblico, e la recensione di S. mi hanno indotto ad acquistare questo libro confidando di ritrovarci una moderna descrizione del mal di vivere con toni autorali, ma non per questo pesanti.

Mi son ritrovato tra le mani il testo di uno scrittore decisamente anonimo, che non racconta nulla che non sia già stato raccontato miliardi di altre volte persino nello stesso modo (è la fiera dello stereotipo) e che mi ha fatto rimpiangere una qualsiasi opera estratta dalla letteratura russa dell’ottocento, per quanto l’ horror vacui di queste pagine mi abbia infastidito.

Protagonista è James, diciottenne omosessuale e disadattato, figlio di una ricca gallerista d’arte pluridivorziata di New York e di un miliardario disinteressato ad essere padre e con il vizio del lifting.

Personaggi corollari, quanto assolutamente inutili, la nonna Nanette (ovviamente donna saggia e di grande esperienza, unica figura di riferimento, nonchè unica persona con cui James riesca a comunicare) e la psicanalista, che trascorre il tempo a mettere in ordine la scrivania e ad ammorbare diversi capitoli con i suoi pedanti tentativi di indurre il ragazzo a comprendere le ragioni del suo essere disturbato e della sua incapacità di avere una normale vita sociale.

Questo romanzo, la cui fragilità della trama, a metà tra una ridicola emulazione de Il giovane Holden e una tragicommedia à la Beautiful, è la caratteristica essenziale, deve essere piaciuto proprio per il fatto che non racconta assolutamente nulla.

E’ un libro innocuo in cui le battute ciniche, ma neanche troppo, si pongono, forse, l’obiettivo di rendere il nostro scialbo anti-eroe simpaticamente politically uncorrect; invece risulta solo codardo, menefreghista ed alienato (l’attentato alle Torri Gemelle è avvenuto sotto i suoi occhi; l’evento non l’ha minimamente turbato e i suoi commenti in merito sono l’equivalente di uno sbadiglio).

Lo stile di Cameron è molto lineare, con qualche rara concessione a dettagli d’ambiente e giusto una trentina di righe che sintetizzano magnificamente il punto di vista sul mondo di James.

Il problema è che il libro è molto piu’ lungo, e al di là dell’intuizione primaria di creare un personaggio che non tollera il mondo attorno a sè, non si viene coinvolti in una storia forte, ma è tutto medio: linguaggio medio, emozioni medie, personaggi di una mediocrità disarmante e per la cui vita high-society, tra vernissages e prime teatrali, non proviamo nè alcun interesse nè invidia.

La situazione è aggravata dal palese proposito di rendere tenera e degna di pietà, ma anche di rispetto, la figura di James: è omosessuale (se non lo fosse rimarrebbe il nerd inetto che è, ma fa cool: è un tocco di colore vagamente morbosetto) e trascorre il tempo a piangere su se stesso invece di tirare fuori le palle (deve chiedere a tutti le loro opinioni, pur reagendo stizzito ad un contradditorio; allora perchè non agisce invece di masturbarsi mentalmente?); insomma, un compassionevole figlio di papà viziato, attorcigliato sui suoi pensieri, sul sogno di fuggire da New York per comprarsi una casa nel Midwest (che non sa quasi dove si collochi), sull’amore platonico per il collega afroamericano e colto (qualcuno ha detto Lontano dal paradiso?) che tenta di sedurre su un sito di appuntamenti creando un falso profilo in cui si descrive alto, muscoloso, nero, con un pene di 24 cm e studente della Sorbona.

Un incrocio tra John Holmes e Simone de Beauvoir.

Incapace di prendere delle decisioni, quando potrebbe avere tutto.

Incapace di vivere la propria omosessualità, pur essendone consapevole.

Incapace di intrattenere relazioni sociali di alcun tipo.

Incapace di sostenere qualsiasi tipo di stress o sfida.

Ci si domanda per quale motivo una tale creatura, annoiata e disgustata dal suo mondo (come un qualunque adolescente e pur con le sue ottime ragioni) non compia un gesto concreto (emigrare o suicidarsi).

E quando la storia ormai si esaurisce, perchè tutti i protagonisti hanno svolto il loro ruolo, ecco il coup-de-théatre finale che puo’ capitare solo ad un capriccioso e ricco membro dell’alta borghesia come lui: la nonna crepa, gli lascia tutto in eredità, casa e cimeli compresi, e la fortuna gli serve su un piatto d’argento, senza che lui abbia mosso un dito, senza il minimo sforzo, l’indipendenza che non è in grado di conquistarsi da solo.

E si rivela per il finto ribelle autocompiaciuto ed autoreferenziale che non è altro.

(Lieto) fine.

Visto il tenore di vita di una persona media, a leggere un racconto medio come questo l’unica reazione media possibile è la seguente: afferrare il libro e scagliarlo dalla finestra, sperando che si abbatta sulla testa di qualche giovane rampollo che non sa come spendere i suoi soldi e non sa che cosa significhi sudare 700 camicie per difenderla la propria esistenza.

Almeno che non siate una giovane checca di Manhattan, il cui dramma peggiore sia dover scegliere se iscriversi a Yale o comprarsi una casa a Timbuctu’ per oziare tutto il giorno, francamente non comprendo come ci si possa vagamente emozionare per i tormenti di un personaggio simile, la cui dimensione psicologica è così becera, superficiale e prevedibile che ci si chiede se l’autore in realtà non abbia scritto un libro satirico sull’upper-class.

Purtroppo temo che il dolore inflittomi da questo romanzetto, tanto lieve da risultare inconsistente, non mi sarà mai utile.

Un commento su ““Un giorno questo dolore ti sarà utile” di P. Cameron

  1. sirjoe
    20/09/2007

    Ufff. non sei mai contento!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 18/09/2007 da in Senza categoria con tag , , .

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