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Peace is for pussies

The great ecstasy of Robert Carmichael

gerc.JPGPeriodicamente vengono prodotti film, in genere diffusi solo nel circuito delle sale d’essai, che si pongono l’obiettivo (mai raggiunto compiutamente, in quanto pretenzioso e complesso, ma comunque, come si suol dire, si apprezza lo sforzo) di fare il punto della situazione sulla gioventù di oggi, in genere descrivendola come senza speranza e violenta, figlia di una società che è essa stessa tale.

Il filone ritrova il suo progenitore più noto in “Arancia Meccanica“.

Per anni Kubrick fu costretto a non poterlo distribuire nei cinema inglesi dati la quantità di proteste che sollevò ed i gruppetti di persone che sostavano sotto casa sua urlando che quel film aveva scatenato chissà quale ondata di violenza.

Un famoso detto recita che quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito.

Nel caso di questa tipologia di film avviene l’esatto contrario: è il saggio che indica il dito dello stolto per fargli vedere quanto è sporco e questo volta lo sguardo sdegnato verso la Luna, dandole pure la colpa.

Esempi più recenti sono stati “Trainspotting” di Boyle, “Requiem for a dream” di Arofnosky (in cui prevaleva la componente autodistruttiva ed implosiva) e “Funny games” di Haneke.

Haneke, anche per il suo controverso film “La pianista”, sembra essere stato il punto di riferimento principale, in particolare per la messa in scena delle sequenze di violenza.

Se però Haneke, nel suo andare oltre la materia narrata, cerca prima di tutto il cinema puro e l’esibizione intellettualoide della propria conoscenza del “gioco” cinematografico (pensate a quando il protagonista di “Funny games” riavvolge, usando il telecomando, la morte di uno dei suoi amici assassini per evitarla: un plateale e dichiarato dileggio dello spettatore che viene shoccato nel clou dell’azione da una brutale rottura della sospensione della credulità), il regista esordiente Thomas Clay vuole invece affondare le mani nella realtà attuale spargendo lungo il film le sanguinolente frattaglie della società moderna.

La storia praticamente non esiste.

D’altronde è già nota.

Tre quarti del film sono rappresentati da pennellate per creare il contesto del grand-guignol finale.

Ciò che viene illustrato non è assolutamente nulla di nuovo, nulla che non si sia già visto in “Arancia Meccanica” (leggi: stupri, ultraviolenza ed abuso di droghe) o in mille altri film, ma soprattutto nulla che non si legga sui quotidiani ogni giorno.

La differenza risiede solo nell’attualizzazione dei fatti.

Le violenze ed i reati compiuti dalla combriccola inglese protagonista è sincopata, come da veri e propri intervalli pubblicitari, dalla ritmica comparsa di dichiarazioni politiche sulla guerra in Iraq, ascoltate in modo assuefatto e privo di reazioni, magari mentre una ragazza viene drogata e poi stuprata a turno, mentre il dj della serata si lamenta perché urla troppo.

I notiziari, abbelliti dalla formalità delle parole di Bush o dei giornalisti, contrapposti alle scene disgustose cui stiamo assistendo, perdono di ogni credibilità e realismo; la loro ipocrisia e la loro finzione perbenista viene incrinata in pochi secondi.

Mentre si parla di guerra come fosse una grande conquista della civiltà occidentale e della lotta al terrore, la violenza reale che sottende la guerra, ma prima di tutto la società che la esporta, ci viene proposta in modo quasi documentaristico fino ad una sequenza finale brutale e raggelante.

L’accusa principale mossa a questi film è che sono “point-less”: le motivazioni dei personaggi non sono mai chiare, le loro psicologie difficilmente sondabili, i contrasti sociali non sufficienti a giustificare certi atti (anche se così non la pensò Chabrol quando realizzò il suo ultimo capolavoro: “Il buio nella mente”).

Sono critiche che mi stupiscono ogni volta e denotano una scarsa capacità di autocritica e di osservazione sociologica.

In una società in cui i giovani non hanno un futuro ed un lavoro fisso, in cui i ricchi, invece, sono super-ricchi ed il loro dramma principale è decidere se mangiare un prelibato pesce cucinato all’orientale o solo un’insalata perchè la sera devono seguire la lezione di pilates (il dialogo più disarmante di tutto il film), le droghe sono a portate di chiunque (ceto, razza ed età) e c’è un’anestetizzazione emotiva diffusa, che cosa mai ci si può aspettare da chi non ha alternative per riempire quei terribili buchi che si chiamano noia e senso di inutilità?

Il problema di questo film è costituito dai 15 minuti finali, il cui livello di violenza è tale da rimanere impresso nella mente dello spettatore a discapito di tutta la precedente parte del film.

Il regista ha ottenuto lo shock cui puntava, ma è stata un’arma a doppio taglio.

Maggiori attenzione e rispetto non avrebbero generato le innumerevoli critiche che ho letto che definivano il film l’opera prima di un regista in ricerca di attenzione, neanche fosse quell’esibizionista di Gaspar Noè (pur dotato di eccellente tecnica).

Alla luce di certi commenti ci si chiede pure come mai Haneke, che sfiora l’astrattismo della violenza, fino a rischiare di non illustrare altro che il nulla, venga regolarmente premiato, mentre “The great ecstasy of Robert Carmichael”, che è solo l’aggiornamento dei suoi film (lo stacco sui cadaveri sanguinanti è identico a quello della scena di “Funny games” che mostra all’improvviso la televisione schizzata dal cervello del bambino), debba essere seppellito di critiche che nel 2007, a 35 anni di distanza da “Arancia Meccanica”, non hanno davvero più alcun significato.

Questo film non solo ci regala, tra le tante scene, un piano sequenza di alto livello cinematografico, con un sapiente gioco di luci e di movimenti di telecamera, ma offre dei chiari spunti di riflessione che non si colgono solo se lo si giudica superficialmente, aspettando morbosamente la scena shock senza tener presente il contesto.

Sono più morbosi i “critici” che prima si masturbano beandosi di certe scene, salvo poi cercare l’espiazione scrivendone il peggio possibile, od il regista, che si espone a polemiche con coraggio, girando atti indubbiamente sconvolgenti, ma non per pura gratuità?

L’oggetto del contendere è in particolare il montaggio alternato durante la scena dello stupro-omicidio finale: Robert prima affonda con violenza una bottiglia tra le gambe della vittima, poi afferra una spada decorativa (è un caso che sia un’arma, in un film in cui la guerra è così presente?) e la usa alla stesso modo; quando la sua mano sta per spingere la spada dentro il corpo compaiono sullo schermo riprese di repertorio della seconda guerra mondiale, le celebrazioni degli inglesi ed un Churchill sorridente nel famoso momento in cui fece il segno di vittoria.

E poi lo stacco su uno scenario di morte e sangue.

Qualcuno si è spinto oltre vedendo nella scena un parallelo con la guerra in Iraq (cercare la cassaforte è solo un pretesto per compiere violenza gratuita ed ottenere altro, un po’ come è stato gridare al mondo che si cercavano armi di distruzione di massa che non esistevano per raggiungere altri scopi).

Può essere una chiave di lettura, ma penso che si rischi di sovra-leggere il film.

Il punto è prima di tutto un altro: rappresentare le deviazioni interne di una società che si ritiene civilizzata e ricostruita, a distanza di soli 50 anni dalla fine di un conflitto mondiale, ma si ritrova nuovamente invischiata in conflitti internazionali e con problematiche interne ormai fuori controllo.

O forse mai risolte.

Se poi qualcuno non capisce le dinamiche comportamentali di certa gioventù “ai margini” e si chiede quale sia il contesto sociale che le determina, dovrebbe capire che si è già risposto ponendosi la domanda.

Nel film vengono pure spazzati via tutti i luoghi comuni sui conflitti sociali e razziali: ogni ceto sociale, ogni “razza” è unita nella stessa discesa nel baratro, non essendo più mossi da istanze di ribellione o reazionarie.

Certi comportamenti affondano nel vuoto più totale e senza rete l’umanità implode su se stessa.

Vi segnalo un’ottima recensione di Elvezio Sciallis.

3 commenti su “The great ecstasy of Robert Carmichael

  1. secenov
    13/10/2007

    Non è facile mostrare il vuoto totale entro cui il giovinotto d’oggi e di ieri si lascia cadere: spesso lo si fa in modo irritante (“Funny games”), in modo noioso (Gus Van Sant con “Last Days” ed “Elephant” e chissà cos’altro; magari fermatelo…), in modo meccanico (attraverso il gioco scoperto della critica verso la società degli adulti/decrepiti). Forse lo splatter à la Grosz rimane il modo migliore, senza amoralismi però. E comunque il tema del film recensito nel post è pervasivo: ovunque si vedono buchi e crepe e vuoti quasi che tutto fosse una groviera, allora forse il modo migliore di trattare questo tema al cinema è quello di parlare del pieno, del contorni del formaggio, di costeggiare i bordi senza sguardi porno, tanto poi il buco vien fuori da sé.

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  2. ANDREA (VE)
    11/03/2009

    Caro Lenny,
    tu mi sei simpatico, ti voglio bene e ti auguro lunga e prospera vita.
    Premesso questo devo dirti che a volte ti prenderei a calci in culo perchè sei uno spoileratore impenitente.
    Eccheccazzo. E la bottiglia tra le gambe, e la spada…
    Dio cane, avverti almeno.
    E dammi torto se hai il coraggio!!
    Per il resto continua così.
    Un caro saluto
    Andrea VE

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  3. Lenny Nero
    11/03/2009

    Caro Andrea, hai ragione. 🙂
    E’ che a volte più che delle recensioni mi piace esporre dei ragionamenti critici e mi faccio prendere la mano. 😉

    In effetti devo prendere l’abitudine di scrivere SPOILER nei punti critici. 😉

    Mi vuoi bene lo stesso?

    Salutone!

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