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Peace is for pussies

Dead Silence e Death Sentence

ds.jpgUno dei registi di “Saw-L’enigmista“, James Wan, coadiuvato dalla sceneggiatura del fido compagno di merende Leigh Whannell, è tornato alla carica dopo aver (purtroppo) abbandonato la serie che l’ha reso celebre a quell’animale innominabile che ne ha diretto altri 2 seguiti (mentre il terzo, anticipato da diverse clip online, tra le quali una con un’esplicitissima autopsia sul cadavere di Tobin Bell, è in arrivo. Chissà se la serie verrà rovinata definitivamente concludendosi solo in un tripudio gore diretto da un epilettico regista che dovrebbe lavorare al massimo per MTv).

Avvalendosi di un budget finalmente decente (“Saw” era costato 1 milione di dollari; ne incasso’ piu’ di 100 solo negli States) e di mezzi tecnici di tutto rispetto, Wan era atteso alla prova del nove: fortunato e talentuoso o solo fortunato?

Con “Dead silence“, ed il successivo “Death sentence” (un breve commento in fondo al post), dimostra almeno in parte che di talento e cultura cinematografica, sebbene di nicchia, ne ha da vendere, e la giovane età gioca a suo favore in previsione di film migliori.

Non si può pretendere che tutti i registi siano dei novelli Orson Welles, che a 24 anni diresse l’immenso “Quarto potere“, soprattutto in un mondo dove se non sfondi presto sei spacciato (esistono anche eccezioni clamorose alla regola: qualcuno ha detto Uwe Boll?).

D’altra parte l’appassionato di film horror si è ormai abituato ad accontentarsi, pur di ricevere la sua dose di brividi e frattaglie, e perdona molte mancanze.

Così registi mediocri possono perseverare nel loro lavoro creando addirittura degli ottimi franchising (ottimi commercialmente, I mean, non artisticamente).

James Wan fa sperare che possa farsi strada un gruppo di giovani registi appassionati del genere desiderosi di rinnovarlo o almeno rivitalizzarlo.

Presa la decisione di allontanarsi dal crudo realismo e dal sensazionalismo di “Saw“, si è dedicato a una ghost-story la cui forza non si nutre certo della trama, il cui schema complessivo è classico, ma (finalmente!) nella cura dell’aspetto visivo, degli effetti sonori e dell’atmosfera.

Proprio per questo “Dead silence” funziona, regala diverse sequenze ad alta tensione ed una sufficiente dose di brividi, non lesinando su qualche dettaglio truculento, ma evitando l’autocompiacimento esibito (non che mi dispiaccia l’eccesso fino allo splatter, ma ritengo, molto banalmente, che quando non sia inserito in una scena che generi paura abortisca direttamente nel voyeurismo necrofilo e sadico e l’effetto shock, paradossalmente, è smorzato. Per certi piaceri esiste “Aftermath” di Nacho Cerda).

Dopo la visione di questo film sicuramente diffiderete di manichini e bambole.

Senza perdere tempo, il regista ci immerge a capofitto nella storia nei primi 5 minuti.

Jamie (dolentemente interpretato dal tanto bello, quanto inespressivo Ryan Kwanten) e Lisa, novelli sposi, ricevono a casa in un pacco anonimo un bambolotto da ventriloquo.

Inutile dire che Lisa morirà atrocemente: la lingua le sarà strappata ed il suo corpo trasformato in quello di una macabra bambola.

Jamie, divenuto il principale sospetto per l’omicidio della moglie, indagherà per suo conto scoprendo che su alcuni abitanti di Ravens Fair, sua città natale, grava una maledizione da cui sarà estremamente difficile liberarsi.

La storia è ben scandita da un montaggio sicuro, che abbandona quasi del tutto i difetti fastidiosi del primo “Saw“, inquadrature oblique, ambientazioni fatiscenti, nebbie minacciose, cimiteri che piacerebbero tanto a Tim Burton ed un sano gusto per il macabro e le psicosi.

Nonostante le vicende scoperte da Jamie si articolino su un classico plot “death and revenge“, l’inquietudine trasmessa dal film è tale che ci si lascia coinvolgere, pur nell’assurdità e nella scarsa plausibilità generale, grazie ad una direzione artistica che vuole modernizzare lo stile dei vecchi film della Universal (è chiaro fin dai titoli di testa) e ad un uso del sonoro impeccabile: roboante nelle scene concitate, ridotto a scricchiolii, sussurri o a silenzi nei momenti che precedono apparizioni e visioni.

La fotografia inoltre corrobora l’atmosfera onirica ed il risultato è che in più di una scena ci si ritrova a guardarsi dietro alle spalle.

Avrete notato che non ho raccontato alcunchè del mistero celato, ma toglierei davvero il gusto della visione.

Là dove la firma di James Wan si riconosce benissimo, in un’opera obiettivamente ben studiata a livello di impatto visivo e decisamente non grezza, è nel sorprendente twist finale che in un solo minuto, esattamente come nella serie “Saw“, regala uno shock da urlo (e non aspettandocelo, il gore sortisce il suo effetto disturbante!) e collega immagini viste e nuove rivelazioni per sciogliere ogni nodo, lasciandoci senza fiato.

E qualcuno senza lingua.

Ponete particolare attenzione ad un veloce flashback e forse intuirete in anticipo che Jamie è cascato in uno splendido gioco di morte.

Whannell, quando si sforza, sa costruire dei finali davvero efficaci (perdoniamogli le slabbrature di “Saw 3“) e te lo immagini sornione mentre pensa: ecco, ti ho fottuto fin dall’inizio e non hai capito nulla di quello che stava accadendo realmente!

Applausi moderati invece per “Death sentenceds1.jpg, non perchè sia un brutto film, ma perchè sembra un rigurgito della cinematografia di Charles Bronson.

Il protagonista assiste all’uccisione del proprio figlio durante una rapina e vede il volto di uno degli assalitori.

Da quel giorno si impegnerà in una vendetta personale con una banda di delinquenti, che più disadattati e cattivi non si potrebbero immaginare, fino a distruggere in questa foga la propria insopportabile famiglia perfetta (sfido chiunque nel film a non sperare che avvenga presto il massacro di tutto il suo parentado senza macchia) e riducendosi persino nell’aspetto ad una sorta di versione fai-da-te del protagonista di Taxi Driver (eh sì, ecco l’ennesima sequenza di rasatura della testa prima dello scontro finale).

L’interpretazione di Kevin Bacon è davvero intensa (as usual), la perizia tecnica di Wan è indiscutibile e ci sono ottime scene di azione e mai un momento di pausa.

La violenza è realistica, anche se il gore cala sensibilmente affacciandosi solo in un paio di momenti, e si predilige creare l’atmosfera di una caccia all’uomo che esaspererà il protagonista portandolo alle estreme conseguenze (scelta ovvia di fronte alla solita giustizia ufficiale che non funziona).

Le perplessità riguardano essenzialmente una storia ritrita che non racconta nulla di nuovo.

Prendete qualsiasi film con protagonista un vendicatore della notte, iniettategli un po’ di post-produzione del nuovo millennio ed avrete il vostro risultato.

E lungi da me accusare il film di essere reazionario, a partire dalla tagline (Protect what’s yours), perchè queste polemiche lasciano il tempo che trovano.

Ritengo che film apparentemente reazionari abbiano spesso solo elaborato un clima politico del momento (caso eclatante: “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, epigono di una serie film sulle paranoie della società, la cui interpretazione in senso anticomunista fu sempre rifiutata dallo stesso Siegel) o paure diffuse.

Ritengo persino che spesso certi commenti non rispecchino la volontà del regista, che magari voleva solo realizzare un film di fantascienza, un film di azione violento o chissà quale altro film di genere solo per puro e ludico piacere.

Ai tempi de “La mosca” si scrisse che Cronenberg volle rappresentare l’amore ai tempi dell’AIDS.

Ma in quale comunicato stampa l’hanno letto?

Non hanno mai visto “Rabid” o “Shivers“, che già anticipavano certe tematiche e suggestioni?

Ed i critici sono in grado di collocare un film non solo nel suo contesto storico, ma anche nel contesto della cinematografia di un regista, a cui magari dei problemi sociali o della morale comune non importa nulla, ma vola piu’ alto, nei territori meno concreti, ma anche meno noiosi, dell’esistenza?

Fin’ora l’unico che si è salvato da questi deliri è stato Quentin Tarantino: i suoi film sono così deliziosamente vuoti che trovarvi uno straccio di critica sociologica sarebbe impresa davvero ardua.

4 commenti su “Dead Silence e Death Sentence

  1. Loki
    29/10/2007

    Ok,
    visto il contesto mi sembra giusto allora proporti un ripasso di due capolavori della filmografia Argentiana, che rappresentano le opere di punta del periodo d’oro del celebre regista.
    Parliamo di Suspiria e Inferno.
    Suspiria segnò un cambiamento di direzione del regista, verso nuove sperimentazioni sceniche e teconologie (come un dispositivo sganciabombe utilizzato per muovere la cinepresa con un impressionante effetto volo). Fu il film più violento, ma che all’artistico splatter seppe affiancare atmosfere incredibili di ansia, dove lo spettatore soffriva assieme alla vittima ed un uso geniale dei colori (per Suspiria vennero acquistate le ultime pellicole kodak dalla cina di quelle usate per i film di fantascienza, rendendolo l’ultimo lungometraggio della storia basato su tali pellicole).
    Storie di stregoneria, sprattutto in Suspiria e, come trama, in Inferno, ma che si distinguono per significati e percorsi diversi che Argento propone agli spettatori.

    Da Simone Parnetti: “Suspiria ed Inferno sono i film della caduta, imitazione della Caduta Prima, quella di Lucifero sulla terra. Osservavamo (…) come la struttura stessa di Suspiria, al livello del Filmico e del Profilmico, si orizzonti verso il basso: Inferno accentua, se possibile, tale movimento, ad ogni livello.”

    Inferno, soprattutto, è propedeutico alla visione del nuovo film di Dario Argento, atteso da trent’anni e finalmente annunciato nelle sale per fine mese: La Terza Madre. Con questo film si chiude una trilogia complessa quanto esaltante, che personalmente trovo efficace nella sua funzione intrattenitrice ben più di alcuni recenti film horror usciti nelle sale. Il tutto rimanendo cosciente del fatto che vedere oggi Inferno significa anche assistere ad effetti speciali che or ora sono ben più che superati.

    Le tematiche che in Suspiria erano state per la prima volta affrontate, ora sono amplificate ed estremizzate tanto da lasciare il pubblico stordito ed attonito dagli eventi che hanno coinvolto i protagonisti. Se in Suspiria il male era rappresentato dalla stregoneria, ora non c’è nessun punto di riferimento, gli stessi omicidi avvengono senza motivo apparente.
    Inferno è un film quindi apparentemente poco comprensibile, affascinante, estremamente violento e suggestivo, in cui la maestria nel girare di Argento si è fatta ancor più raffinata: carrellate esemplari come la sequenza dell’auditorium a Roma, dettagli di serrature che si chiudono, la macchina da presa che segue le onde sonore attraverso dei tubi fino alla orecchie di qualche oscuro ascoltatore nella dimora maledetta di New York. Tutto questo il pubblico lo premiò con ottimi incassi, in molte parti del mondo.
    Vale la pena ripassare l’opera per prepararsi alla comprensione dell’ultimo capitolo di questa trilogia, anche se si annuncia molto diverso, seppur violento, dai precedenti.

    E….. Magari quando decidi di vederlo, dimmelo, magari lo vediamo insieme;)

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  2. fiak
    29/10/2007

    commenterò dopo aver visto dead silence

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  3. Lenny Nero
    29/10/2007

    @loki: grazie mille per il professionalissimo ed appassionato commento.
    Come ti ho scritto su MSN, a breve avrai un mio commento in anteprima e speriamo di non restare delusi!

    @fiak: suona come una minaccia!
    Allora attendo🙂

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  4. fiak
    05/11/2007

    Hey grazie per il consiglio, veramente un bel film dead silence. Thanks

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