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30 giorni di buio (30 days of night: il film)

30-days-of-night.jpgNel 2002 Ben Templesmith, emulo lisergico di Ashley Wood, in compagnia del fido Steve Niles, diedero vita a un fumetto di successo, “30 giorni di notte“, che ebbe addirittura due seguiti.

I lettori della serie collaterale di Spawn, “Hellspawn“, erano già rimasti impressionati dal talento del duo: le tavole di Templesmith non erano originali e al livello di quelle di Wood, ma comunque potenti, crudeli, iniettate di colori forti che la fonte ispiratrice sembrava aver dimenticato, e i testi di Niles non facevano rimpiangere gli sproloqui deliranti e raggelanti di Bendis.

Le produzioni successive della strana coppia non hanno mai deluso e dato l’alto tasso di intrattenimento dei loro lavori (decisamente meno sofisticati e immorali di quelli dei loro predecessori) non c’è da stupirsi che qualcuno ad Hollywood, in preda alla solita crisi idee, abbia pensato di saccheggiarli.

Sam Raimi alla produzione (e non è detto che sia una garanzia), dopo un iniziale interesse di Wes Craven (non è assiomaticamente una garanzia!); David “Hard Candy” Slade alla regia; un attore inetto, ed incolore come la fotografia del film, ma di richiamo, quale Josh Hartnett, inserito nel cast come specchietto per le allodole.

A parte la regia di Slade, le premesse sembravano promettere un tradimento in piena regola del fumetto in salsa blockbuster, ma ci rassicurava il fatto che Niles fosse responsabile della sceneggiatura.

templesmith_30daysofnight.jpgTirato un sospiro di sollievo e sperando nel miracolo (quale pazzo visionario potrebbe rendere adeguatamente su schermo i disegni di Templesmith?), aspettiamo il film alla prova del nove.

Il risultato è un vero e proprio film dell’orrore.

L’orrore del tradimento della musa ispiratrice, in primis.

Trama stravolta.

Nessun accenno alle origini dei vampiri (oscurare il loro background per renderli piu’ misteriosi e terrificanti o solo per lasciare un buco da colmare con un sequel? Nice try!).

Plot infarcito di dialoghi inutili per la prima mezz’ora che non consentono nè l’empatia con i protagonisti ( pura ed odiosa carne da macello) nè un benchè minimo approfondimento psicologico (quando nel fumetto con pochi tratti si delineavano strazianti drammi interiori e catastrofi di contorno).

L’essenzialità, evitando le ellissi, dei dialoghi di Niles completamente perduta, tanto che potrei persino pensare che abbia prestato solo il nome.

Sequenze degne di un film di Steven Seagal (ergo indegne per antonomasia).

Last but not least, la defenestrazione completa del concept artistico di Templesmith a favore di uno stile di regia anonimo, infarcito di insistenti primi piani da fiction, inquadrature sovente banali, e la solita (ormai è uno standard!) telecamera a mano impazzita, appesantita pure da accelerazioni che rendono le scene piu’ concitate oltremodo confuse e fanno sembrare il Rob Zombie alla regia del remake di “Halloween” il Godard della handycam.

Il montaggio, degno di un macellaio del Wyoming, è semplicemente atroce.

La caratteristica del film che piu’ mi ha sconcertato è che David Slade, che in “Hard Candy”, realizzato con pochi soldi e in poco tempo, aveva dimostrato un’efficace attenzione per la costruzione cromatica, spaziale e visiva delle scene, e che pertanto era il prediletto nel tentare, anche rischiosamente, di trasformare in celluloide le allucinazioni di Templesmith, ha optato, pur supportato da ben altri mezzi, e forse su pressione dei produttori, per uno stile talmente anonimo e scialbo che mi sarei aspettato di leggere il nome di Alan Smithee al posto del suo durante i titoli di coda.

Gli estimatori del fumetto si mettano il cuore in pace: non vi troveranno assolutamente nulla delle caratteristiche peculiari, cioè l’atmosfera altamente drammatica, claustrofobica, e la sensazione generale di essere precipitati in un incubo senza risveglio.

Il film non regala un solo brivido, solo noia, sempre piu’ pressante.

Il look dei vampiri ricorda vagamente quello della versione cartacea, ma questi, privati di fascino e mistero, finiscono per assomigliare solo a cani randagi persi anche loro in questo posto alla fine del mondo.

Giusto per non decretare che “30 days of night” sia una delusione totale, vorrei almeno ravvisare gli sporadicissimi elementi che potrebbero indurvi a concedergli almeno una visione, gli stessi che portano a pensare maliziosamente che il prodotto sia frutto piu’ di ragionamenti di marketing, che non artistici, perchè fanno intravvedere intenzioni che probabilmente son state disattese lungo la sua realizzazione.

Saltuariamente si regala ai vampiri qualche frase ispirata e se ne ricava l’impressione che sia stata eliminata qualche scena che avrebbe potuto rendere piu’ consistente la loro personalità, e che sicuramente avremmo preferito per evitare certe lungaggini che rendono pesante un film che dura solo 90 minuti.

Il momento piu’ intenso è quello in cui una vittima esclama: “Oh my god”.

L’aggressore annusa l’aria, il silenzio è totale, volge lentamente lo sguardo intorno e verso il cielo e fissando con crudeltà la donna sentenzia e sibila: “No god”.

Funziona anche la scelta del dialetto cajun per i discorsi di Vincent, il capo dei vampiri (nome che non sentirete mai nominare nel film, si deduce semplicemente che sia lui la guida), caratterizzato da suoni duri e gutturali ed alieni per qualsiasi orecchio.

Ci sono almeno tre brevi sequenze dove affiora un represso tentativo di osare.

Nella prima una bambina vampiro viene decapitata.

E non solo coraggiosamente si mostra la morte violenta di una bambina, ma l’uccisione è compiuta senza indugio da un adolescente, anche se formalmente ripresa con il solito stile confusionario.

In un’altra si assiste ad una delle decapitazioni piu’ gore ed esplicite mai viste su schermo, superata di recente solo dai terrificanti colpi di accetta inferti da Victor Crowley, il mostruoso serial killer di “Hatchet“.

Infine ho apprezzato l’ultima inquadratura: Stella tiene tra le braccia Eben, ormai trasformato in vampiro.

Attendono la loro ultima alba insieme, dopo un intenso bacio, consci del destino riservato al secondo.

Con uno stacco improvviso (pur maldestro) come un pugno nello stomaco il volto di Eben ci appare completamente carbonizzato.

I pochi sprazzi di intensa crudeltà consentiranno a questo film di trovare una schiera di ammiratori?

Nella migliore delle ipotesi qualcuno potrà considerarlo un mediocre intrattenimento.

Nella peggiore, l’ennesimo prodotto usa-e-getta di cui non si avvertiva assolutamente la mancanza e che non rende (vergognosamente) onore alla sua versione disegnata, che avrebbe richiesto una produzione ed una regia a dir poco ardite.

In questo caso, ci troviamo nuovamente intrappolati nelle paludi del piu’ miserando mainstream.

Non fatevi trarre inganno dalla R affibbiata dalla MPAA: questo film per un pigiama-party ad Halloween, durante una visione distratta tra una birra e l’altra, sarebbe il sottofondo adeguato.

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