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Peace is for pussies

The mist

mist_103_011.jpgUn’altra trasposizione filmica da un racconto giovanile di Stephen King?

Chi ne sentiva il bisogno?

Io di sicuro no.

Non amo particolarmente Horror King, non apprezzo la sua scrittura pesante e prolissa e penso che spesso non abbia sviluppato fino in fondo ottime idee.

Con alcune efficaci eccezioni che riconosco.

Io stesso ho apprezzato alcuni dei suoi più famosi romanzi, reputandoli addirittura eccellenti, e anche alcuni dei meno noti (“Mucchio d’ossa” è un libro che merita una vorace lettura).

I problemi nel passaggio dalla carta ai film nascono spesso quando i registi si ostinano ad adattare per il grande schermo i suoi racconti, che possono funzionare per 20 pagine, ma non per due ore.

E’ anche questo il caso di “The mist“, diretto da Frank Darabont, già colluso con King per “Le ali della libertà” e “Il miglio verde“, due film sicuramente di ottima riuscita e gran qualità (anche se dopo aver visto il secondo mi chiesi quale fosse la morale: che un negro merita di essere condannato a morte sempre e comunque? Ai posteri l’ardua sentenza).

La trama è semplice: una misteriosa nebbia sta avvolgendo una cittadina sperduta nel solito stile Maine.

Qualcuno ipotizza che sia colpa dei militari e del progetto “Arrowhead” condotto nelle vicinanze, che avrebbe scatenato un’anomala tempesta elettrica con l’imprevista apertura di un passaggio verso altri mondi.

Un gruppo di abitanti rimane barricato dentro un supermarket mentre chi si avventura nella nebbia viene ucciso all’istante da misteriose creature che non tarderanno a mostrarsi.

Se volessi sintetizzare il film in poche parole potrei scrivere: un film di serie B, se non anche C, per un’ora e mezza, con uno dei finali più intensi, crudeli e visionari che io abbia visto negli ultimi anni.

Mi hanno sconcertato la pochezza superficiale e la prevedibilità di tutto il film, le cui sorti si risollevano durante gli ultimi 10 minuti con una conclusione che mi ha mozzato il fiato.

A voler essere maligni, si potrebbe pensare che questo cruel-ending sia così riuscito perchè si discosta in modo diametralmente opposto dal racconto originale: là dove prevaleva la speranza, o almeno un finale aperto, in questo si vira verso un pessimismo cinico che non è comune neppure ai film horror, che spesso offrono una morale tagliata con l’accetta, bianco/nero, mostri/vittime.

E quei dieci minuti risaltano e stonano soprattutto in un’opera che per 90 minuti ci ha tediato con personaggi stereotipati, situazioni scontate e scene di monster-assault ridicole, montate grezzamente e con delle creature di scarso fascino.

La sequenza degli pterodattili-polli è risibile.

I ragni che lanciano tele acide sono realizzati con poca cura (teniamo anche conto che il budget disponibile non era eccelso).

I personaggi così banali da risultare insopportabili, a partire dalla fanatica religiosa che ovviamente avrà il suo sacrificio di sangue e che tanto ovviamente ci toglieranno dai coglioni con nostra soddisfazione.

Inoltre il film è rovinato da lunghi dialoghi totalmente inutili, noiosi a dir poco e messi in bocca ad attori che sembrano capitati lì per caso, svogliati ed inespressivi, a partire da Thomas “The punisher” Jane, che varrà bene una scopata fantastica, ma è credibile come amorevole padre di famiglia quanto io nel ruolo di Joseph Ratzinger.

Eppure arrivano, immaginifici, quei minuti finali.

Il respiro si fa lento, le note dei Dead can dance accompagnano il viaggio dei pochi coraggiosi dentro la nebbia, il tempo è come sospeso e tra le coltri nebbiose si stagliano immense le sagome di creature aliene che incedono nel loro passo incuranti, temibili inquanto sappiamo ormai che sono spietate macchine di morte che non hanno alcuna fretta di massacrarci tutti.

E quando i 4 sopravvissuti decidono di porre fine alla loro vita, e quando un padre decide per pietà di uccidere persino il proprio figlio, ecco un twist finale che ribalta la situazione e propone uno scongiuramento dell’apocalisse che porterà solo dolore e un rimpianto da rendere folli.

Geniale, efficace: dovete assolutamente sopportare il resto del film per godervi un simile approdo di rara cattiveria.

Semplicemente fuori tempo massimo.

Elvezio Sciallis è stato più magnanimo, anzi, lusinghiero.

2 commenti su “The mist

  1. Sergejpinka
    24/12/2007

    King è uno scrittore horror ma certo sui generi. Secondi me non è horror “puro”.

    E’ una specie di mescolanza di horror e angosce psicologiche. Nei suoi libri meglio riusciti amalgama bene le due cose.

    Certo ha uno stile pesante e non leggero. E questo può essere una pecca. Ma penso che sia comunqe un grande scrittore.

    Cosa strana è che da quando ha avuto l’incidente automobilistico, sembra che la sua vena creativa sia diminuita notevolmente.

    Cosa interessante nella trama delle storie kinghiane è l’attuazione del male nella quotidianità. Anzi: più è quotidiana una cosa, più in essa si cela il maligno. O almeno questo è il mio pensiero😉

    Lo sapevi che secondo stessa ammissione di King Shining è stato completamente stravolto da Kubrick e per questo è uno dei film più odiati da King? mentre “Le ali della libertà” gli piacque così tanto che affermò “non pensavo di aver scritto una storia tanto bella!”.

    Personalmente ti consiglierei di leggere “La lunga marcia” e “The running man”. Il secondo si discosta dalla solita solfa kinghiana. Mentre il primo è stranissimo.

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  2. Lenny Nero
    24/12/2007

    Che King abbia affermato quelle cose sul film di Kubrick la dice proprio lunga sul suo ego e sul suo pessimo gusto😉

    Lo so, è Natale, ma non divento meno acido🙂

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 24/12/2007 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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