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Peace is for pussies

Marebito

marebito.jpgCon l’uscita di “Cloverfield” e “REC” le riprese digitali, a più o meno alta risoluzione, hanno compiuto un’irruzione violenta sul grande schermo e vengono presentate come scelte innovative, al passo coi tempi, con il mondo di YouTube e altre diavolerie a disposizione di chiunque.

In realtà l’adozione di mezzi digitali a scopi artistici (e non gratuiti o per sopperire a problemi di low-budget) potremmo farla risalire già a “Fino alla fine del mondo” di Wim Wenders: il protagonista riprendeva immagini da ogni luogo visitato fino alla saturazione mentale (e alla cecità) per poter consentire alla madre non vedente di esperire un mondo a lei sconosciuto (conducendola, per altro, alla morte: l’eccesso di significanti visivi e la loro virtualizzazione conduceva alla perdita di ogni significato, compreso quello dell’esistenza).

Senza andare così indietro nel tempo, e tenendo in considerazione un uso del digitale che detenga anche un forte concetto autoriale alla base, uno dei migliori esempi di utilizzo di questa tecnica è rappresentata da “Marebito” di Takashi-JuOn-Shimizu.

Ispirato in modo dichiarato a “A Warning to Future Man” (1943) di Richard Sharpe, trae elementi da “miti” occidentali inserendoli inusualmente in un contesto giapponese.

Il testo di Shaver narra di un mondo sotterraneo abitato dalla civiltà dei Deros (Detrimental Robots): rifiutati dalla loro stessa specie, in quanto deboli, dopo l’abbandono del pianeta Terra, vivono nell’underground cittadino ridotti allo stato di seducenti cannibali-vampiri.

marebito4.jpgIl protagonista Masuoka (interpretato dal regista Shinja Tsukamoto), un cameraman televisivo che vive in simbiosi con la sua handycam, assiste al suicidio di un uomo che afferma di vedere qualcosa di terribile e invisibile.

E per non vedere più si conficcherà un coltello proprio a livello del terzo occhio.

Ossessionato da quell’evento, Masuoka tornerà sul luogo del dramma e scoprirà l’esistenza di sotterranei che conducono in un mondo parallelo ed inaspettato.

I riferimenti espliciti sono a “Le montagne della follia” di Lovecraft e all’Agarthi di M.me Blavatsky.

marebito3.jpgAffascinato da quel luogo ameno, scopre una creatura femminile (Marebito) nuda ed incatenata in una grotta.

Dopo averla liberata, inconsapevole del fatto che non si tratta di un essere umano, la conduce nel proprio appartamento, trovandosi intrappolato in una spirale crescente di orrore e devastazione personale.

Scoperta la natura cannibalesca di Marebito, si instaura un legame sado-masochista con essa (la tiene prigioniera, ma uccide per lei; la nutre con biberon pieni di sangue e la sazia con carne fresca, ma intanto la controlla attraverso ogni tipo di telecamera, soddisfacendo la sua esasperata fame di terrore visuale; si mutila e le dona il suo sangue, ma la priva della libertà trasformandola in oggetto di morboso voyeurismo).

marebito2.jpgMarebito è il mezzo attraverso cui Masuoka può finalmente filmare la realtà più estrema e brutale, l’iper-realtà rincorsa da definizioni sempre più alte, ma da protagonista delle sue fantasie, ne diverrà il prigioniero, oltrepassando limite dopo limite.

La realtà ripresa col suo lavoro ha creato in lui un’addiction irrefrenabile.

Le immagini digitali sembrano più vere del vero ed egli vuole andare ancora oltre, fino a cogliere l’invisibile; e non gli importa se è l’orrore che gli offre questa ambita occasione.

Così come in “Blow up” di Antonioni la spuria fotografia consentiva di evidenziare dettagli  di morte non colti (autocensurati?) da occhio umano, Masuoka apre un varco in un mondo nascosto che si rivela essere in ultimo un vaso di Pandora.

Girato in soli 8 giorni (eppure con grande maestria), il film indaga l’ossessione sempre più diffusa per la ripresa della realtà (ironicamente, in “Cloverfield” la telecamera non smette di girare nemmeno di fronte all’apparizione di un mostro colossale e in “REC” nemmeno mentre putridi zombie azzannano chiunque).

Il mondo, plastificato e reso poco interessante dalla visione quotidiana, riacquista concretezza ed elargisce nuovi stimoli attraverso il video, riattivando sensi e curiosità, ma alimentando anche logiche da guardoni e un senso di onnipotenza in chi pensa di poter agire secondo le regole di un cinema panopticum, che tutto può (e desidera patologicamente) vedere e tutto può riprendere (e così possedere e manipolare all’infinito).

Ogni ripresa è una nuova scoperta, un’altra porta che si apre.

Il finale, gelido ed agghiacciante, non potrà che rappresentare l’evoluzione naturale di questo rapporto tra schiavi tra la Deros e il cameraman, per sempre incatenati: se l’una può vivere solo in quanto vista e oggetto di (super)visione, l’altro non può più vivere senza un oggetto da sviscerare pixel per pixel.

Finendone lui stesso sviscerato.

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Questa voce è stata pubblicata il 05/02/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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