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Peace is for pussies

Sussurri e Grida

seg.jpgA constatare che più di 30 anni fa esistesse nel cinema una tale libertà espressiva (forte e anticommerciale) sorgono cattivi pensieri sullo stato attuale della produzione di celluloide.

Se avete desiderio di conoscere meglio il da poco defunto Ingmar Bergman e non volete passare dal via tramite opere più note e di più facile fruizione quali “Il settimo sigillo” (comunque un capolavoro indiscutibile) e pensate di avere sufficiente energia positiva per affrontare un dramma nichilista, scioccante ed estremo, potete tentare con “Sussurri e grida“.

Quell’energia positiva verrà prosciugata fino all’ultima goccia.

Un’opera “al rosso” tutta al femminile, incentrata su 4 donne, facce differenti e contrastanti di quel prisma insondabile e inaspettatamente terrificante che è la donna (la madre, secondo i commenti di Bergman).

Siamo in Svezia, ai primi del ‘900, in una villa alla periferia di Stoccolma.

Agnese è una malata terminale, il cui animo mite è tormentato dai terribili dolori del corpo.

Karin e Maria sono le sorelle che la accudiscono, in un muto e misterioso silenzio che cela sotto i sorrisi e la forma terribili verità.

Anna è l’amorevole badante, ossessionata dal decesso prematuro della figlia.

Il primo elemento che colpisce e ferisce gli occhi è il rosso ipersaturo di Nykvist (premiato con l’Oscar), che sbalza le figure sullo schermo, ne esalta le linee, le forme, le scolpisce e le avvolge in una dimensione uterina e sanguigna, introspettiva ed oscura.

In alchimia, nella fase denominata rubedo, la coscienza dell’operatore varca i piani sottili, il fuoco celeste penetra nell’oscurità dell’inconscio, illuminata dalla fase precedente (albedo), e si fissa.

La coscienza supera il corpo, e gode di una nuova vita spirituale: per Bergman tutto ciò è una pia e menzognera illusione.

Proprio rosso e bianco sono i colori dominanti della prima parte del film.

Il bianco è quello dei vestiti di Karin e Maria, amorevoli angeli del focolare in apparenza, ma in realtà accanto alla sorella per pura pietas famigliare.

Scene silenziose, scandite dal rintocco di orologi che seguono un tempo che scorre verso un lutto inesorabile, si alternano a dialoghi magnificamente scritti e di rara crudeltà.

gritu2fl3.jpgDialoghi che rivelano la superficiale cattiveria di Maria, adultera ed egocentrica, ed il tormento rabbioso di Karin, che sotto il suo algido comportamento porta un rancore inespresso, verso una vita che considera falsa, e che esploderà in una sequenza disturbante: si conficca nella vagina un pezzo di bicchiere rotto e poi si cosparge il viso del suo sangue, leccandolo voluttuosamente mentre fissa con aria di sfida l’odiato ed odioso marito.

Solo tre maschi appaiono sporadicamente, tra cui i mariti di Karin e Maria: perbenisti, pusillanimi, scialbi e soprattutto vuoti ed all’oscuro dei pensieri delle loro consorti.

Il terzo è il medico con cui Maria tradì in passato il marito e che costringe la donna ad osservare nello specchio i segni del male sul suo volto, nonostante il volto sia quello bellissimo ed intenso di Liv Ullmann: proprio il contrasto tra l’esteriorità e i sottili segni interiori conferiscono alla scena lo stesso risultato di un pugno che frammenta lo specchio delle brame.

La malattia di Agnese sembra riconsolidare i rapporti tra le sorelle, ricreare una pace famigliare sepolta da tempo nel manicheismo delle abitudini, e Karin e Maria si baceranno e accarezzeranno e piangeranno insieme, senza che noi possiamo udire le parole, ma solo intuirle dai loro volti, scrutati in primo piano da una telecamera voyeuristica ed in moto perpetuo come i loro turbamenti.

Ma la morte di Agnese non solo ristabilirà lo status quo iniziale, ma farà deflagrare l’ipocrisia dei comportamenti delle sorelle.

In una fantasia onirica ed agghiacciante, Agnese, ormai morta e in stato di putrefazione, si risveglia e vuole parlare con Karin e Maria, una per volta.

Ed una per volta fuggiranno, inorridite, spaventate, paralizzate dall’orrore e dal loro attaccamento all’unica vita che hanno, per quanto frustrante.

Agnese non trova la pace nell’aldilà, “non riesce a dormire” anche se sa di essere morta, ed il Paradiso promesso da un prete in lacrime, che ne loda la fede sconfinata, non solo non la accoglie con sè, ma appare come l’ennesima menzogna, sostituita dal più terribile e totale degli abbandoni.

gritu4qi91.jpgSolo Anna porterà conforto ad Agnese persino nella morte, appoggiandola al seno, in un’immagine di pietà materna; eppure anche quel gesto così affettuoso può essere interpretato come egoista, psicotico, disperato; tuttavia solo Anna, partecipa e condivide il dolore di Agnese, ricevendo in ultimo un meschino benservito dal resto della famiglia.

Se nella seconda parte del film prevalgono i neri del lutto, nella sequenza finale è il bianco abbacinante di un flashback che ci libera catarticamente da tutta la sofferenza precedente.

Anche se suonano tristi ed amare le parole di Agnese sulla sua ricerca di pace conoscendo in anticipo il disarmante finale della sua esistenza.

<Bugie. Tutte bugie.>

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Questa voce è stata pubblicata il 25/02/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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