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Peace is for pussies

Non è un paese per vecchi

ppv.jpgSono molti anni ormai che non comprendo secondo quali criteri vengano assegnati gli Oscar.

In più di un’occasione ho pensato che fossero ricompense riparative per opere passate più che per quelle premiate, anche per gli attori (clamorosoa la vittoria di Jeremy Irons per “Il mistero Von Bulow” un anno dopo l’incredibile performance in “Inseparabili”).

E Non è un paese per vecchi non fa eccezione dato che, incredibilmente per i fratelli Coen, è uno dei film più monotoni, noiosi e ricchi di filosofia d’accatto mal digerita (chissà che ne pensa McCarthy, dal cui libro omonimo è tratto il film) che si possano vedere in questo periodo.

La storia la si potrebbe sintetizzare in poche righe (un uomo è inseguito da un serial-killer che vuole riprendersi il bottino che il primo ha trovato per caso), ma non è certo questo il problema.

L’esile trama viene dilatata a due ore, il finale è debolissimo, ed il film impiega quasi un’ora per acquisire (vagamente) del ritmo.

Le scelte dei Coen sono volte al minimalismo, all’asciugare ogni eccesso, a conferire al tutto una patina di polveroso realismo (non c’è neanche colonna sonora), a partire dall’ottima fotografia fino alle scenografie o alle inquadrature.

Niente virtuosismi, niente onirismi, solo realtà nuda e cruda.

Nel contesto di un’impostazione simile i monologhi, o la voce fuoricampo, da vecchio rimbambito dello sceriffo interpretato da Tommy Lee Jones suonano come un tedioso “O tempora, o mores” o “Tutto oggi ruota intorno ai soldi”.

Morale spicciola che si deduce da molti episodi ed incentrata sulla monetizzazione della vita moderna, ma che viene appesantita dal didascalismo delle frasi.

Quando infine viene pure chiamata in causa l’assenza di dio, ti sovviene il dubbio che forse i Cohen avrebbero dovuto estremizzare i loro propositi e che un film muto sarebbe stato più coerente.

Se l’aspetto più deficitario del film è la sceneggiatura, meccanicamente calibrata su dialoghi lagnosi e dal sapore etico alternati ad esplosioni di violenza (che, per altro, non giustifica il divieto ai minori. Si assiste a momenti più sanguinolenti persino nella serie “Desperate Housewives“) e con qualche buco fastidioso, il film viene affrancato almeno in parte dagli aspetti tecnici e dall’interpretazione efficace di tutti gli attori (dal monolitico e rude Josh Brolin allo psicopatico, pettinato come uno dei Beatles, Javier Bardem).

Tuttavia non solo la noia è imperante, in questa ricerca di soft-nichilismo che tralascia persino le ottime intuizioni da humour nero dell’eccellente “Fargo” (dieci spanne più su di questo film sotto OGNI punto di vista) o se ci sono non spiccano, ma anche visivamente è derivativo in modo imbarazzante.

Se alla decima inquadratura dal cofano dell’auto (per non parlare dell’aspetto generale da wester moderno, se non fosse che l’estetica è datata) vi chiederete se per caso abbiano copiato il Tarantino di “Death proof“, vi dovrete rispondere col nome di colui che è stato copiato da Tarantino (che almeno non mi somministra filosofia da parrocchia, mi diverte e sa come creare tensione con la violenza): Sam Peckinpah.

Anche Peckinpah era un fottuto moralista, ma questo film non vale un’oncia di mezzo dei suoi.

Pertanto anche sotto l’aspetto dell’immagine i Coen han smesso di stupirci rubando a man bassa dal passato, e ti chiedi se siano gli stessi che hanno realizzato “Mr. Hula Hoop” o “Barton Fink“.

2 commenti su “Non è un paese per vecchi

  1. Caino
    29/02/2008

    è il periodo in cui cormac mccarthy viene incensato. è un periodo celebrativo in cui anche i coen sono stati risucchiati.
    sia il libro, dalla bellissima scrittura, che il film sono altamente sopravvalutati.

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  2. dj
    11/03/2008

    Anche a me ha infastidito più o meno per gli stessi motivi, l’ho trovato monotono, poco originale e di una certa pesantezza ideologica (non c’è un personaggio che contraddica l’insieme o che spicchi nei confronti degli altri; c’è un grottesco mal celato in tutti i personaggi, e tutti vanno nella stessa direzione).
    Chissà come mai guardandolo anche a me è venuto in mente Peckinpah: guardavo il film e mi speravo che diventasse qualcosa di simile a “Voglio la testa di Garcia”. Forse però la monotonia dipende da McCarthy (il suo pen-ultimo libro, “La strada” è noiosissimo e tutto uguale). L’unica cosa che mi stupisce è che tu ti stupisca di come vengano distribuiti gli oscar, ma chi se ne importa alla fine.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/02/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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