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Peace is for pussies

Persona

persona.jpg“Tu insegui un sogno disperato Elisabeth, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere; essere in ogni istante cosciente di te e vigile, e nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa. Questo ti provoca un senso di vertigine per il timore di essere scoperta, messa a nudo, smascherata, poiché ogni parola è menzogna, ogni sorriso una smorfia, ogni gesto falsità.”

Elisabeth Voegler, attrice drammatica, durante l’allestimento della tragedia Elettra sorride un’ultima volta al pubblico per infine chiudersi in un mutismo ostinato, incomprensibile, aggressivo.

Dopo il ricovero in clinica, su suggerimento medico viene affidata all’infermiera Alma per un soggiorno in una località di mare, isolata, un nido protetto per le due donne che si troveranno a confrontarsi sul piano umano fino a perdere completamente la propria identità, invece di ritrovarla.

Considerato da alcuni critici un film datato (1966) e da alcuni fatto afferire frettolosamente alla corrente della Nouvelle Vague, a 40 anni di distanza “Persona” costituisce non solo un film ancora innovativo sul piano del linguaggio e stupefacente sul piano visivo, ma il suo esistenzialismo, così legato anche i tormenti personali del regista, non lo rendono facilmente ascrivibile ad un periodo, presentandosi come un’opera che racchiude temi universali e senza tempo.

Numerosi i tentativi, anche illustri (Moravia), di analizzare i diversi livelli significanti del film, fatto che di per sè rende l’idea della sua complessità, dato che non si presta nè ad una visione facile (nonostante una tensione palpabile) nè ad un’interpretazione univoca.

In una visione semplificata, potremmo identificare due prospettive principali attraverso cui affrontare “Persona“: da una parte quella cinematografica (il rapporto del mezzo-cinema con la rappresentazione dell’animo umano nei suoi aspetti piu’ oscuri ed inconsci), dall’altra quella psicologica-esistenzialista, essendo il film una sorta di duello teatrale fra due donne che affrontano in modo opposto il problema dell’identità (individuale, sociale).

Quanto piu’ il mutismo aristocratico-borghese di Elizabeth si scontra con la logorrea ingenua e sempliciotta di Alma, tanto piu’ le due protagoniste diventano una lo specchio dell’altra.

Alma è per Elizabeth un fiume in piena di parole che la porta ad affrontare sensi di colpa ed angoscia rimossi dal proprio passato; Elizabeth è per Alma un modello da ammirare e su cui proiettarsi, è come un gelido specchio tirato a lucido a cui parlare liberamente, fino a che inizierà a scorgere in esso (e di riflesso in se stessa) terribili incrinature.

Il flusso di emozioni, racconti e pensieri fra le due donne creerà un legame osmotico che sfiora il rapporto omofilico, che conduce al crollo di ogni barriera fino alla fusione dell’identità delle due donne, che si trovano come nude una di fronte all’altra, prive di ogni difesa di fronte ai dilemmi che le tormentano e che non osavano confessare neanche a se stesse.

E’ un vero e proprio processo di transfert e contro-transfert che dalla fase dell’amore precipiterà in quello della crudeltà e del rifiuto reciproco.

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Le delicate dinamiche tra i due soggetti ed i temi via via toccati (il sesso, la maternità, l’aborto, l’ateismo, il conflitto tra individualità e maschere morali e sociali) vengono affrontati dal regista Ingmar Bergman non solo appoggiandosi a dialoghi rifiniti, letterari e molto suggestivi, ma esibendosi in virtuosismi visivi che esprimono, coraggiosamente, la difficoltà di rappresentare al cinema i tormenti dell’animo umano.

Per rendere nel modo piu’ emotivo e limpido possibile la magmaticità del pensiero, il regista sceglie di sporcare e decostruire la geometria ed il montaggio delle immagini.

Il celeberrimo prologo è un breve ed intenso manifesto di intenti costituito da suggestioni che riassumono simbolicamente la trama del film componendo un trip visivo arricchito persino da immagini subliminali pornografiche che all’epoca, almeno qui nella nostra Italietta, furono oscurate.

Durante il film le inquadrature vengono scomposte e ricomposte, soggette a giochi di sovrapposizione, fotomontaggio e sfocature destabilizzanti che contrastano con i primi piani evocativi delle due meravigliose attrici (Bibi Andersson, Liv Ulmann).

La perfezione del bianco e nero, ottenuta dal solito Nykvist, crea l’atmosfera ideale ed addirittura diviene protagonista in intere sequenze giocate solo su luci e dissolvenze in nero.

Ed in fondo tutto il film non è altro che una lunga dissolvenza verso zone grigie dell’anima da cui Elizabeth ed Alma fuggiranno per tornare alle proprie convenienti posizioni di partenza, ma rese inermi da quelle fratture che involontariamente hanno creato nella propria vita e che lasceranno esposte e sanguinanti.

E se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te

da “Al di là del bene e del male” – F. W. Nietzsche

“L’ansia che è in tutti noi, i sogni irrealizzati, le crudeltà che commettiamo, l’angoscia di doverci estinguere, la consapevolezza della condizione terrena hanno cristallizzato e annullato la nostra speranza in una salvezza ultraterrena. Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell’oscurità e nel silenzio sono una delle più terribili prove della solitudine e della costante paura che ci possiede”.

Link consigliato: http://www.offscreen.it/cult/persona.htm

2 commenti su “Persona

  1. heavyhorse
    28/03/2008

    completamente OT: molto belli i tuoi lavori. tempo fa provai anch’io a sperimentare con photoshop, e dopo scarsissimi risultati abbandonai…

    Mi piace

  2. Lenny Nero
    28/03/2008

    @heavyhorse:

    grazie comunque!
    Troppo buono, nel campo sono solo un hobbista che usa le immagini per sfogare bile.
    Per Photoshop serve armarsi di tanta pazienza a disposizione di tanto esercizio!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 28/03/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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