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Peace is for pussies

Il petroliere

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 “Io sono un falso profeta

e dio è una superstizione”

Evitato alla sua uscita, intimorito da una durata incompatibile con le forze residue che detengo la sera, mi son imposto coraggio ed ho affrontato la visione de “Il petroliere“, diretto dal talentuoso P. T. Anderson, già autore del capolavoro “Magnolia“.

Fermarsi alle apparenze e supporre che sia un filmone epico, condito da sangue e sudore, sulla febbre dell’oro nero, magari appesantito da pistolotti moralistici (qualcuno ha detto “Non è un paese per vecchi?“) è un fraintendimento che si può pagare perdendosi uno dei film più intriganti di questo periodo.

Conscio di poter scadere nel cartolinismo o nel polpettone storico, Anderson compie un’operazione di scrittura originale utilizzando luoghi e personaggi come elementi simbolici, come creature di un quadro di Bosch: esseri infernali che assumono valenze universali, quindi fuori tempo, e persino fuori spazio, nonostante la cornice così intimamente americana.

Non aspettatevi una vera trama, drammi costruiti a tavolino e uno svolgimento in stile saga familiare nel corso del tempo.

Il film, posta la premessa narrativa di partenza (la scoperta di un luogo ricco di petrolio da parte del protagonista) si concentra sui dialoghi dei due protagonisti (il pionere ambizioso e un predicatore farabutto ed invasato) per mettere in scena l’interazione tra i due miti cardine degli States: da una parte la fede, dall’altra la violenza insita nel concetto del sogno americano del self-made man.

Non a caso la tag originale è: “Quando l’ambizione incontra la fede“.

L’ambientazione è come un palco teatrale quasi spoglio, un deserto mistico sopra l’inferno di cui il protagonista, con le sue trivelle, apre le porte, promettendo ricchezza per tutti, prosperità alla chiesa, il paradiso in terra.

Finchè il capitalismo sfrenato non subirà incrinature già insite nella sua struttura, rappresentate dalla recessione economica che travolgerà tutte le piccole pedine usate dal petroliere.

Daniel Day Lewis ha una presenza mefistofelica a dir poco imponente: riempie lo schermo con le sue movenze, le sue parole studiate per ingannare, i suoi proclami da imbonitore retorico che arringa la folla o la nuova vittima, sfoggiando sorrisi melliflui che celano la violenza.

Il suo personaggio è una figura affascinante nel male: il figlio adottivo viene usato per intenerire le persone; gli mostra tenerezza in occasione di uno spaventoso incidente, ma ben presto all’affetto fa posto l’insofferenza; e i rapporti non idiliaci con il fratello avranno il peggiore degli epiloghi.

Senza perdersi in scene potenzialmente farraginose, l’evoluzione definitiva in bestia feroce viene ellitticamente descritta attraverso giochi visivi e stacchi di montaggio che rappresentano altrettanti salti temporali, eliminando ogni consecutio e inducendoci a concentrare l’attenzione solo sulle parole e sugli eventi davvero importanti.

Niente affabulazione, col rischio di far perdere il coinvolgimento emotivo coi personaggi relegandolo su un piano puramente intellettuale ed astratto, e disattendendo le aspettative di chi desidera una possibile epopea.

Ad Anderson non interessa altro che il duello tra il petroliere e il predicatore, l’uno fondamentalmente ateo e sfruttatore della religione a fini di pulitura della facciata pubblica, l’altro fanatico, ma consapevole sia del potere della fede sulle persone sia dei soldi che gli accordi con il suo antagonista possono portare alla sua chiesa.

Il patto di ferro fede-capitalismo, due fattori potenzialmente antitetici, si uniscono in un comune interesse, in quel particolare contrasto dei paesi occidentali in cui il dio denaro è il vero dio, ma ufficialmente ne è venerato un altro, comunque posticcio.

E la vittoria del dio denaro, vero dominatore dei decenni avvenire, si verificherà in tutta la sua violenza in uno dei dialoghi più feroci e intensi visti al cinema.

L’assenza di dio, o per lo meno il suo silenzio sulle tragedie umane, verrà sancito dallo stesso predicatore, costretto a rinnegarlo per estremo sberleffo, messo in ginocchio dalla recessione e dal fallimento come uomo, piagnucolante di fronte al ricco e barbaro imprenditore, ormai solo, incarognito, pieno di cinismo e disprezzo verso un’umanità che osserva solo attraverso la prospettiva dello sfruttamento e del profitto.

E quando l’umiliazione sarà compiuta, ci sarà spazio per l’ultimo sacrificio umano.

La seconda parte assume spesso toni quasi grotteschi, sopra le righe, tra inquadrature kubrickiane e uno spirito quasi goliardico, per quanto crudele, adottando una messa in scena quasi severa, ma attingendo alla follia di “Arancia Meccanica” invece che allo storico “Barry Lindon“.

Non aspettativa una storia, non aspettatevi un tono serioso se non nella prima parte, non aspettatevi di venire coccolati né da lacrime né da violenza gratuita.

In questo film vengono solo incorniciate le peggiori debolezze dell’uomo e la redenzione nei piani dell’unico vero dio degli uomini non è contemplata.

Una nota di merito per la modernissima colonna sonora realizzata dal chitarrista dei Radiohead, Greenwood, vera e propria mistura lisergica e industriale, la più adatta all’esplodere delle fiamme infernali in un deserto che appartiene alla geografia dell’anima.

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