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Peace is for pussies

Ichi The Killer

Con 500 secoli di ritardo rispetto al resto della galassia e di ogni mondo conosciuto, finalmente approda in Italia, direct-to-video, “Ichi the killer”, il film più controverso e noto di Takashi Miike.

Ad oggi, se non sobbarcandosi spese folli, era quasi impossibile reperire il corpus migliore dell’opera di un regista che in pochissimi anni ha realizzato letteralmente decine di film, sia per il cinema sia per la televisione, sconvolgendo ogni canone dei generi (suo soprannome nell’ambiente cinefilo è “the agitator“) e vantando al suo attivo una quantità di capolavori di cui ormai è difficile tenere il conto.

Pare che la Dynit renderà disponibile per il mercato italiano una dozzina di titoli (fonte: Nocturno)

Ad oggi sono reperibili per lo più opere minori, tra cui comunque spiccano “Fudoh – The new generation“, “Visitor Q”, l’intera serie “MPD Psycho” e l’eccezionale Audition, forse l’opera che insieme ad “Ichi the killer” più ha imposto Miike in un certo circuito festivaliero ed alternativo.

La pubblicazione in Italia di “Ichi the killer” , a distanza di ben 7 anni, è un evento per diversi motivi.

Intanto chi come me in passato è riuscito ad acquistare il cofanetto giapponese con tre dvd sa quanto tempo ci sia voluto per mettere le mani su una versione uncut, dato che le versioni circolanti erano tutte alleggerite.

Inoltre si tratta di una vera e propria beffa ai danni dei comitati di censura, dato che un film non destinato alle sale cinematografiche non è soggetto a visto di controllo e al massimo il distributore appone sul dvd un simbolo indicativo.

E così ora chiunque a 15 euro può acquistare un film a dir poco famigerato per la sua efferatezza e la sua brutalità, per i suoi eccessi, per la sua assenza di morale e per la messinscena esagerata derivata direttamente dall’omonimo e sconvolgente anime ispiratore, realizzato a sua volta sulla base di un manga di Hideo Yamamoto.

Infine, l’edizione italiana è ottima e ricca di extra e l’occasione si configura quindi come imperdibile.

Il packaging non ha l’appeal della versione jap, tantomeno della versione blood-pack a forma di sacca di sangue, ma l’edizione è perfetta.

E’ difficile descrivere un film che sfugge ad ogni definizione e fa del barocchismo, fumettistico e grand-guignolesco, la sua cifra stilistica.

Mescolando lo yakuza eiga, di cui Miike è il fautore e sovvertitore più moderno (“Full metal yakuza”, la trilogia “Dead or alive” ) con lo splatter estremo, insensato e gratuito di un anime senza freni, “Ichi the killer”  risulta essere il crossover definitivo di generi nella personale ricerca del regista sulla rappresentazione della violenza e sui limiti del rappresentabile (tutt’ora il regista combatte con problemi censori, come nel caso dell’episodio per la serie Masters of horror “Imprint”, paradossalmente considerato troppo disturbante e crudo).

Miike prende di petto il tema del sadomasochismo scindendo quest’ultimo nei due protagonisti simbolo: da una parte Ichi, un nerd dagli istinti violenti e facile al massacro e allo stupro, manovrato telepaticamente dall’infimo Jijii (interpretato dall’altro genio nipponico, Shinya Tsukamoto), dall’altra Kakihara (Tadanobu Asano), masochista al servizio di un capo della yakuza misteriosamente scomparso e che è intenzionato a ritrovare non tanto per onorare il gruppo, ma perchè amava farsi torturare da lui.

Ichi è assolutamente sadico, scambia il desiderio sessuale con il dolore e la morte, e per meglio agire sfoggia una tuta di latex nero, come un oscuro supereroe, che nasconde affilatissimi rasoi con cui sbudellare, decapitare e tagliare la faccia alle sue vittime.

Kakihara, invece, prova piacere solo nel dolore più estremo: le sue guance sono tagliate e tenute insieme da piercing (in una scena delirante riuscirà ad ingoiare un intero braccio) e per autopunirsi di un errore si taglierà e ricucirà la lingua davanti a tutti, pur non lesinando comunque nelle torture a danno di altri (un uomo viene appeso al soffitto tramite ganci conficcati nella schiena, mentre Kakihara usa il suo corpo come piano per le fritture e trapassa la sua bocca con uno spillone).

L’attrazione fatale fra i due sarà inevitabile, mentre si districherà una trama basata su false identità, menzogne e rivalità fra bande, orchestrata come un dramma scritto da un serial killer sotto l’effetto di acidi.

Il quadro generale è quello di un horror carnevalesco, coloratissimo (Kakihara è vestito come un incrocio fra un punk e un dandy), oltre i limiti del trash e del sopportabile, incorniciato da inquadrature spesso oblique e ripreso da una telecamera che sembra quasi solo osservare voyeuristicamente, tranne nei momenti più concitati di lotta e massacro.

Le cromie della tela sono quelle del sangue, delle interiora e delle membra sparse a ricoprire intere stanze o volare fuori da una porta, degli schizzi di sperma; il suono quello degli sconquassi umorali, delle lame che tagliano e scorrono affilate su gole, capezzoli, arti e volti scuoiati.

Tutto questo è vitale per i due protagonisti e solo nella morte si troverà la pace del piacere definitivo.

E’ pornografia allo stato puro, allucinata, totalmente disinibita e diretta da un regista che plasma la celluloide con la stessa facilità dell’argilla creando immagini inaspettate, potenti, che non negano nulla nè all’occhio nè al basso ventre.

Un’esperienza viscerale dopo la quale probabilmente il vostro sguardo non si stupirà più di nulla.

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