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Peace is for pussies

A l’intérieur (Inside)

Il tanto chiaccherato e vituperato “A l’intèrieur” è, per una volta, un esempio di promessa mantenuta che ogni horror-addicted non può assolutamente perdere.

Brutale, raccapricciante, splatter, oltraggioso e di una bellezza decadente e malata tale che gli si può persino perdonare qualche raro eccesso che rasenta il ridicolo (ma la risata non scatterà perchè sarete troppo impegnati a tenervi saldo lo stomaco).

Sempre se abbia un senso criticare l’esagerazione in un film assolutamente privo di freni inibitori che incredibilmente si è ritagliato un suo spazio nel circuito festivaliero e mainstream.

Nonostante ciò è disponibile solo in DVD francese, in patria (dove preferiscono Depardieu che interpreta Obelix) ha avuto scarso successo e la distribuzione internazionale latita (notizie per l’Italia ancora nessuna), forse perchè la censura è totalmente inapplicabile ad un film in cui il sangue scorre a fiumi e la visceralità degli eventi ne è lo scheletro portante.

Eppure “A l’intérieur”, anche se non può detenere l’appeal di un più furbo “Haute tension” (altro thriller francese ad alto tasso di gore e psicopatia), e non è il capolavoro del decennio, merita un suo spazio in qualsiasi cinematografia nocturna che si rispetti.

Sarah, in avanzato stato di gravidanza, perde in un incidente d’auto il marito.

Durante la vigilia di Natale, mentre la Francia affronta le rivolte nelle banlieues, una donna misteriosa bussa alla sua porta e le chiede di entrare, chiamandola per nome.

Quando la donna riuscirà ad irrompere in casa, e con un paio di forbici tenterà di squarciare il ventre di Sarah, inizierà un gioco al massacro che vedrà coinvolte numerose persone, destinate a fini orribili.

Diretto da Baustillo, redattore dell’eccezionale rivista dedicata agli horror “Mad movies“, in coppia con Julien Maury, il film punta sul contrasto fra un’impostazione essenziale (la semplicità del plot, il minimalismo raffinato degli ambienti), una messinscena ricercata, volta a costruire una cornice cinematografica di lusso (la fotografia è splendida: tinte autunnali e desaturate ad esaltare il sangue; diverse scene quasi al limite della visibilità, con i personaggi che appaiono come fantasmi, illuminati ora da una fioca lampada ora da una torcia; movimenti di camera controllati e ben studiati; colonna sonora costituita quasi solo da effetti disturbanti a bassa frequenza; un montaggio schizofrenico e subliminale che rompe all’improvviso la tensione mortifera che si respira fin dall’inizio) ed una quantità di emoglobina e gore estremo che fa impallidire qualsiasi film horror prodotto negli ultimi 15 anni (e di altrettanti anni fa invecchiare lo spettatore).

Da una parte è possibile ritrovare un filo rosso che lega questo film ad altri prodotti francesi, scaturiti dal dirompente “Alta tensione” (che in realtà è solo un ritorno ad un passato che ormai ci siamo scordati), dall’altra ciò che lo differenzia ed eleva rispetto a film che alla fine sono più americani di quanto non vorrebbero essere (“Frontières“, a cui si associa anche per un possibile parallelo politico) è l’impostazione intrinsecamente europea: i fatti si svolgono all’interno di un appartamento, come in un kammerspiel dell’orrore; le motivazioni dell’assassina affondano nel dolore e nella perdita e con la sua vittima forma una coppia bergmaniana (se non fosse che al posto delle poche parole usano come armi tutto ciò che di affilato o di esplosivo capiti loro a tiro); il ritmo non è quasi mai frenetico, ma ansiogeno, lento, asfissiante, costruito su uno stillicidio di violenza che da metà film in poi diviene incessante, senza mai basarsi su sequenze costruite come videoclip ed effetti dolby roboanti: la sensazionedi minaccia e di claustrofobia è palpabile, non si gioca a far saltare lo spettatore sulla sedia, ma ad affogarlo in un bagno di sangue.

Beatrice Dalle, agghindata come una damigella sadomaso di un noto marchese, è un misto tra un animale ferito e la morte in persona.

In più di una scena sembra scomparire nel buio o passare accanto ai personaggi come uno spettro, una figura incorporea ed irreale che levita accanto agli altri decretandone la fine.

Alysson Paradis, la sorella bruttina e meno fortunata (inutile dire perchè) della cantante Vanessa, interpreta bene il ruolo della moglie distrutta dal dolore, ma anche della madre che non riesce più a gioire del nascituro dopo il decesso dell’amato (tanto che in una scena è pronta a trafiggersi per uccidere il bambino solo per non darla vinta alla bestia che la sta braccando, e la Morte si arrogherà il ruolo di madre, a lei più consono).

Le due figure simbolo di un’aporia insanabile si affrontano senza esclusione di colpi, lasciandosi alle spalle una dozzina di morti massacrati in ogni modo, una distruzione fisica che ruota intorno ad un bambino che per le donne è il ricordo di una vita perduta, anche se di significato opposto.

Da mani inchiodate al muro con le forbici, a vetri taglienti, scene di vomito e perdite amniotiche, occhi trafitti, teste esplose o trapassate in varia maniera, corpi sbudellati ed un’auto-tracheotomia con un ferro da calza, il campionario di efferatezze è al completo.

Inoltre, giusto per non farci mancare ogni possibile colpo basso, vedremo le reazioni del bambino di Sarah agli eventi esterni, come quando di fronte ad un colpo di inaudita violenza allunga le braccia per ripararsi.

Una volta che il campo di battaglia sarà liberato da ogni intruso e le due anti-eroine si affronterano, il grand-guignol finale vi lascerà sconcertati: un poliziotto, accecato, colpirà con un manganello Sarah proprio all’addome causando la rottura della placenta, tra schizzi di muco e viscosità e sangue, e le carte della partita verranno rimesse in discussione.

Se siete pronti ad affrontare una sequenza che rimanda direttamente ad “Antropophagus” di Joe D’Amato, una sequenza dolorosa, disturbante, inguardabile, esibita in ogni dettaglio più atroce fin nei suoi risultati, i due registi vi regaleranno una delle immagini conclusive più oscure, affascinanti ed inquietanti che si siano viste dai tempi di “Psycho“, una vera e propria rappresentazione simbolica della Morte, degna dell’artista gotico più malato, che sarà difficile da dimenticare.

Nel caso non siate svenuti cinque minuti prima.

Ed è con scene di tale bellezza, pur terrificanti, che “A l’intérieur” , in modo quasi arrogante e programmatico, rende arte ciò che in mano ad altri sarebbe rimasto solo pornografia.

E dopo Alexandre Aja (“Alta Tensione“), David Moreau e Xavier Palud (“Ils/Them“), Eric Valette (“Malefique“), anche Baustillo e Maury sono stati convocati ad Hollywood per realizzare l’ennesimo remake: “Hellraiser“.

Da fan senza se senza ma della serie ideata da Clive Barker (venero il mio cofanetto a cubo del male come il Santo Graal e adoro praticamente tutti gli episodi fino all’ottavo), dopo aver visto “A l’intérieur”  forse posso sperare che ci troveremo di fronte al primo rifacimento che non sfiguri di fronte ad un originale obiettivamente invecchiato male, ma che necessita non solo di una rispolverata agli FX, ma di una direzione cupa e sadica, che possa competere persino con il superlativo seguito “Hellbound“.

Se pensate che il titolo originale di “Hellraiser” era “Sadomasochist from beyond the grave”, sulla piazza Baustillo e Maury hanno acquisito ottime credenziali con un solo film all’attivo.

Una nota a margine.

Invece di “Juno“, Giuliano “Mr. 0,3%” Ferrara avrebbe dovuto pubblicizzare questo film; come messaggio pro-life avrebbe funzionato egregiamente: se non volete più il vostro bambino, ve lo strappiamo dal ventre!

Leggete anche la recensione di Elvezio Sciallis.

Un commento su “A l’intérieur (Inside)

  1. Doppelganger
    06/01/2010

    Mi è piaciuto tutto sommato ma a dire il vero ho trovato alcune cose che non mi sono garbate:

    – l’uso del sonoro: bellissima scelta quella di usare suoni sintetici per rappresentare la follia della dama in nero nelle sue fasi; ma dopo i primi versamenti di sangue, l’ho trovato troppo ripetitivo e mal gestito, mi riferisco al suono “lama elettrica convulsa” che appare ogni volta che qualcuno viene trafitto (e quindi parecchie volte), effetto finale: noia e irritazione, sembrava dopo un po’ uno di quei suoni sintetici di certo cinema anni 70, totalmente fuori luogo.

    – tutta la parte del poliziotto che prende a mazzate Sarah portandola così al parto: pretestuosa al fine di far vedere qualche sbudellamento in più (per far vedere la rottura delle acque bastava una scena in più di lotta tra le due donne), oltre che poco verosimile (cranio sfondato e sei vivo?), considerando l’approccio realista e chirurgico tenuto fino a quel momento. Mi ha fatto ridere (il gore che da spaventoso diventa grottesco e ridicolo), facendomi scaricare una tensione che comunque fino a quel momento era rimasta ben salda (in questo senso Martyrs lo ritengo assolutamente superiore). Se poi voleva essere una scena simbolica, metafora di una polizia che è cieca nei confronti dei giusti e buoni e li tratta alla stregua dei brutti e cattivi (un controllo incontrollato), beh è un concetto banale, retorico e visto e stravisto.

    Concordo sullla scena finale, davvero molto molto bella.

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