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Peace is for pussies

Deformografia II. Witkin – Saudek

Il 27 Aprile era l’ultimo giorno per poter visitare gli allestimenti dedicati a Joel Peter Witkin e Jan Saudek, salvati dalla furia censoria di Suor Letizia Moratti e spostati da Palazzo Reale al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Tralasciando commenti sulla miopia esecrabile e rivoltante delle dichiarazioni rilasciate contro mostre considerate a contenuto eccessivamente erotico e sugli ennesimi battibecchi tra l’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi ed il sindaco (dover difendere il noto critico d’arte che persino nel catalogo della mostra su Bacon riesce a parlare solo di se stesso, ma almeno da quando ricopre quel ruolo ha fatto scelte encomiabili, è veramente segno della decadenza di un paese), è comunque positivo che in Italia abbiano avuto spazio due dei più famosi e controversi fotografi viventi.

Quasi coetanei (Witkin classe1939, Saudek 1935), americano il primo (ma di madre napoletana e cattolica e padre russo ed ebreo), praghese il secondo, a giudicare dai comunicati stampa sembrano accomunati da una vita acrobatica da cui han trovato una via d’uscita tramite la loro arte.

Il peso della religione per Witkin e quello del regime comunista per Saudek sembrano essere state le molle per una creatività che in entrambi i casi sembra voler rompere barriere mentali e taboo, Witkin usando come grimaldello la morte e la deformità, in una personale (dichiarata, ma non così esplicita visivamente) ricerca di dio, Saudek il sesso e la nudità, esibiti ed anche aberranti.

Per quanto riguarda Witkin, sempre gli uffici di P.R. narrano che la sua prima serie “Freaks” (1956) risalga al periodo in cui frequentava il circo di Coney Island e avrebbe avuto il suo primo rapporto sessuale con un trans (che poi in un altro comunicato diventa un ermafrodita).

Soprassedendo ai racconti personali, che a volte odorano di leggende metropolitane, rimane a parlare la loro fotografia.

Witkin è ossessionato dalla morte, incorniciata in ogni sua manifestazione da simboli e soggetti mediati dichiaratamente dalla mitologia greca, in composizioni assolutamente classiche e rigorose nella loro struttura, ma sporcate con mezzi moderni.

Così i suoi scatti, in cui i corpi, se vivi, sono di un bianco quasi perfetto e il nero li deturpa in un contrasto sempre forte, vengono graffiati, tagliati, modificati tramite collage ed elementi decorativi, una forma di natura morta in cui persino l’arte è soggetta a deterioramento.

In modo quasi innocentemente oltraggioso, usa come modelli cadaveri (“Glassman“, in foto) e teste mozzate (sempre da comunicato stampa si apprende che a 6 anni assistette ad un incidente d’auto in seguito al quale la testa decapitata di una bambina rotolò ai suoi piedi), magari poste ad ornamento di una novella maya desnuda di una bellezza folgorante o come più tradizionale memento mori (“Story from a book, dettaglio in foto).

Witkin si è giustificato affermando che <Lavorare con i morti non è una bizzarria, ma un atto sacro. Siamo tutti destinati a morire per iniziare a vivere nell’eternità>.

In effetti, superato lo smarrimento iniziale, si percepisce quasi l’amore per i soggetti fotografati, deceduti, mutilati o meno che siano, come a voler rendere loro omaggio, restituire un significato ultimo tramite l’estetizzazione, burlandosi non di loro, come oggetti trapassati e dall’aspetto grottesco, ma semmai della nostra vitalità, fatua e destinata alla loro stessa fine.

E’ indicativo che l’unica immagine a colori sia “Catrina, la dea morte, un idolo dotato di potere e macabra ironia che in Messico, dove Witkin tutt’ora vive, è persino ispirazione per una manifestazione carnevalesca e dissacrante, il cui spirito festoso è ostico alla comprensione per un occidente cristiano intriso di senso di colpa e paura dell’aldilà.

Witkin si concede pure una digressione politica rappresentando l’america di Bush in una fotografia (che sembra un’opera di Lachapelle in bianco e nero) che ricalca “La zattera della Medusa” di Géricault.

Se riuscite a sopportare i suoi ermafroditi anoressici, i suoi nani, i suoi corpi androgini ed il barocchismo figurativo alla Dave McKean, sicuramente non avrete troppi problemi con la gallery di Saudek che, escludendo a mio avviso alcune delle sue opere migliori, risulta di minor impatto ed inficiata da una ripetitività che presto annoia.

Se Witkin sembra voler conciliare vita e morte, Saudek (con l’eccezione di alcuni suoi scatti molto ricercati da un punto di vista compositivo, che offrono però puro piacere estetico senza toccare particolari tasti emotivi) si limita a realizzare fotografie, scherzosamente retrodatate di un secolo, in cui mette in mostra una serie di figure femminili (talora in compagnia di se stesso, in apprezzabile costume adamitico) che nella maggior parte dei casi sono esibite come fenomeni da baraccone che vorrebbero, comunque, sprigionare erotismo, come a volersi far amare pur nella loro bruttezza o normalità.

Eppure traspare una cattiveria di fondo, dato che le sue modelle, almeno che non siano canonicamente belle ed idealizzate, usate solo per le loro forme e magari rese puro oggetto formale dal mascheramente del volto, sembrano scimmiottare una sessualità od un’allegria che stride con il loro aspetto disarmonico.

In un dittico, a sinistra si vede una coppia di sposi, a destra i coniugi sono nudi: lei si rivela la pantomima di un corpo femminile, decaduto e deturpato, con un’espressione non certo gaudente, lui (Saudek in persona) atletico e fiero, con uno sguardo che sembra piu’ irrisorio che innamorato.

Questa ambiguità si contrappone alla leziosità da bambole degli abiti svolazzanti e anticheggianti indossati dalle modelle e ai colori pastello (una costante, e sempre uguale, mistura di azzurri e verde-rame) che smorzano l’effetto disturbante e velano l’opera di una crudeltà sottile e autocompiaciuta, che solo in alcune occasioni sembra sincera ironia e in altre ancora piu’ rare si mostra, non ipocritamente, per quella che è: per rubare un’espressione al foglio guida, “erotico odio”.

D’altronde numerose fotografie di Saudek propongono come ambiente di fondo la sua cantina ed un’immaginifica finestra che si offre come via di fuga.

Ed all’ennesimo pachiderma che mostra la sua vagina da quella finestra vorresti saltarci quanto prima.

2 commenti su “Deformografia II. Witkin – Saudek

  1. ssynth
    29/04/2008

    ho visto witkin 10.000 anni fa a torino al castello Rivoli, me ne innamorai tanto da tatuarmi una dettaglio di una sua opera sulla schiena (LOL) di primo impatto puo’ risultare angosciante una sua mostra, poi invece si e’ pervasi dalla classicita’ e dalla formale bellezza delle composizioni no?

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  2. Lenny Nero
    29/04/2008

    @ssynth:

    concordo.
    Sicuramente ha un amore necrofilo verso i suoi modelli e soggetti, eppure alla fine ne trai un messaggio positivo che è quasi disarmante e la bellezza delle sue composizioni supera ampiamente il possibile senso del disgusto.

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