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Peace is for pussies

The signal

Partorito dal Sundance Festival e approdato (e sparito) nelle nostre sale alla velocità della luce, “The signal” è uno dei migliori film di quest’anno (in realtà risale al 2007: per una questione di copyright su una canzone di Lou Reed l’uscita è stata ritardata): complesso, sorprendente, brillante, imperfetto, ma visivamente efficace e violento in modo potente, a sprazzi quasi insopportabilmente fastidioso. Classificato frettolosamente come horror indipendente a basso budget, ha la stessa caratura sociologica dei vecchi film di Romero, il realismo “low-fi” di “28 giorni dopo” di Boyle e una dose di follia degna di “Paura e delirio a Las Vegas” (senza la noia che affliggeva quel film) o “L’esercito delle dodici scimmie” di Terry Gilliam.

La trama, ideata ben prima di “Cell” di Stephen King, è incentrata su un misterioso segnale audiovisivo diffuso all’improvviso dalle televisioni. Le frequenze psichedeliche, così come un misterioso virus trasformava la gente in zombie nelle opere del già citato Romero, scatenano un’ondata di follia omicida e di distruzione compulsiva di massa. In poche ore i sobborghi metropolitani di Terminus si trasformano nell’Armageddon e come nel mai troppo lodato “Il seme della follia” di Carpenter (dove il mezzo emanatore di morte era un libro poi diventato film) le persone iniziano a massacrarsi in ogni modo o a difendersi dagli attacchi altrui, in un’implosione mentale che riporta tutti ad una condizione di barbarie primitiva. Lo stato zero dell’essere umano. Strutturato in tre parti (Transmission I-II-III, intitolate rispettivamente “Crazy in love”, “The monster of jealousy” e “Escape from Terminus” e dirette da altrettanti registi), esordisce gettandoci subito nella brutalità di “The Hap Hapgood Story”, un corto a base di torture diretto da Jacob Gentry, uno della triade. Dopo di che un fermo immagine in negativo colorato dal gusto anni ’70 conclude questo breve manifesto di intenti lasciandoci già intuire su quali binari verrà condotto The signal” : un ritorno ai film di genere di decenni fa, come fonte di ispirazione, ma rinnovati con situazioni attuali. Basato su un canovaccio di adulterio e gelosia, ciò che davvero rende unico il film è il suo sviluppo: se la prima transmission è puro carnaio inesorabile (e della durata sufficiente per allestire il caos, ma non trasformarlo in tedio), le successive ci fanno comprendere che il segnale, in fondo, “è solo un trucco” e non giustifica del tutto quello che sta accadendo. Alcune persone ne sono immuni, la protagonista, Maya, sembra essere protette dalle sue cuffie e dalla sua musica new-wave (per inciso: soundtrack originale splendida per chi ama il joy-division-revival e dintorni) e più che scatenare una furia omicida il segnale acuisce le paranoie e le ossessioni. Inizia così una serie di sequenze di lucida follia in cui allucinazioni e realtà si confondono, assumendo persino sfumature quasi comiche nella seconda parte, riducendo le persone ai minimi termini mentali e facendone emergere una pericolosa semplicità umana che il segnale sembra solo aver esasperato. Trascinati anche noi nel delirio collettivo, non sapendo più distinguere chi davvero sia stato colpito dalla pazzia, chi se ne difenda e chi ne approfitti, rimaniamo destabilizzati non sapendo più che cosa attenderci, che cosa sia davvero avvenuto o no, storditi da inaspettate esplosioni di violenza feroce, strappati in un secondo da un certo tipo di atmosfera per essere gettati in una situazione di panico garantito, in un nevrotico cambio di prospettive e persino confusione di identità. “Niente è quello che sembra” ed ancora “Cambiamo il modo di vedere le cose, le cose cambieranno”. L’apparente irrazionalità viene inoltre corroborata da alcuni dialoghi surreali, che non sfigurerebbero in un testo di teatro dell’assurdo, e sequenze visionarie, come quella in cui la testa decapitata di uno dei protagonisti viene riattivata per farla parlare con i cavi di una batteria. E una volta arrivati al termine di tutta l’operazione ci resterà il dubbio che non di realtà si tratti, ma di fantasia, quello che ha voluto vedere uno dei protagonisti, come fosse lo spettatore televisivo che ha scelto il suo canale preferito.

“Dobbiamo sterminare, sterminare con pregiudizio estremo”

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Questa voce è stata pubblicata il 14/05/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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